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Le voci del Ninfeo

Gerardo Masuccio | il Testo è il Contesto   21 Luglio 2019   3 min.

 

Il ninfeo. La corsa al premio letterario più ambito di Italia. Le voci del passato, del presente e la voce interiore di un io indistinto. Per la rubrica “Il testo è il contesto” un racconto breve di Gerardo Masuccio.

 

Le arcate in pietra, le luci abbaglianti, le tovaglie bianche. “Cibrario”, “Scurati”, “Scurati”, “Terranova”. Tu passeggia disinvolto. Tutto andrà bene. Sì, certo, il respiro. Ti è mancato, tra le colonne, all’ingresso. Tu hai creduto di non farcela. Sei dentro, tra gli altri. Come loro guardi avanti. Ma tu ti sei voltato, tu conosci il segreto. È uno scrutinio lento, dall’esito incerto, sottofondo fievole di una confusione di voci. In un angolo due scrittori di modesta fama ragionano sul valore letterario dell’ultima fatica di un collega; sono in disaccordo, dove l’uno intravede la cifra più alta del romanzo l’altro è pronto a giurare si nasconda la prova dell’insuccesso. “Cosa ne avrebbe scritto Garboli a leggerlo oggi. L’aveva salutato come il miglior autore della nostra generazione!”, chiude asciutto il detrattore. Tu ignorali. Hanno sempre un’opinione su tutto. Avranno letto appena qualche estratto di quel libro, forse la sinossi. Esistono perché prendono una posizione. La loro divergenza li sostanzia. L’altro esita, lo osserva e sorride. I calici sono pieni. Un brindisi e la discussione è archiviata.

“Terranova”, “Cibrario”, “Durastanti”, “Missiroli”. È un autentico stillicidio. A pochi metri dalle assi del palco, sotto la lavagna dalla cornice in legno, due editori si inseguono con lo sguardo. Ciascuno si augura di non incrociare quello dell’altro. È un gioco di presenze che i saluti svilirebbero. Sono due intellettuali, si temono e si ammirano da anni. Rincorrono libri per vocazione, li leggono e li pubblicano. Promuoverli è il passo successivo e, come in ogni competizione, al successo dell’uno corrisponde la sconfitta dell’altro. Tu intercetta i loro sguardi. Prima l’uno, poi l’altro. Tu hai imparato da entrambi. Leggono, scrivono, si prendono cura dei libri degli altri. Tu ispìrati al loro silenzio e fa’ del tuo silenzio lo spazio del loro dialogo. Uno dei due tiene le braccia conserte, si guarda intorno, sorride a qualcuno – o forse nel vuoto, o forse a un riflesso della propria immaginazione – e si aggiusta gli occhiali con un dito. Quando i primi risultati parziali sono disponibili, la scrutatrice chiede il silenzio. Insiste; di nuovo. Nessuno la sente, il microfono non riesce a sovrastare il vociare mondano dei presenti. Tu sai che su questi ciottoli hanno camminato Moravia e Pavese. Di qui sono passati La Capria e la Morante. Come fanno tutti a chiacchierare disinvolti? Tu sei in silenzio, come fossi in una chiesa. Tu ascolti il rumore dell’erba che cresce, tu sai che non è la malta a fermare le pietre della villa. Tu sai che il collante è la poesia.

Ancora qualche secondo e le conversazioni si interrompono. Una ragazza in abito da sera, un gesso, la lavagna dalle righe gialle. Il silenzio obbedisce al rito e mai agli inviti. Pochi secondi dopo c’è una classifica provvisoria. Qualcuno ha perso, non c’è appello, ma altri possono vincere ancora. Il ninfeo è restituito alle sue voci, gli argomenti di conversazione sono nuovi e appassionanti. “Era il libro favorito e adesso è fuori dai giochi!”, esclama un noto regista teatrale, “Sic transit gloria mundi!”. È un latino dall’inflessione romanesca che trasmette decadenza già nel suono, anche a chi non lo comprende. “Deve vincere!”, sussurra intanto l’addetta stampa di una casa editrice milanese, come a intimidire il destino, a dirottarlo. A intervalli regolari i camerieri servono le portate. Un giovane poeta lucano declama alcuni versi di Sbarbaro. “Neppure Montale ha dato tanto!”, giura. Ma i suoi interlocutori non conoscono la poesia ligure del Novecento. Tu ti chiedi perché siano qui e non altrove. Come possano sopravvivere a se stessi senza voltarsi, come tu ti sei voltato. Sono uomini di numeri che non hanno studiato la matematica. Certo leggono, lo sai. Alle volte comprendono. Ma tu ti chiedi se davvero essi vivano quello che hanno letto. E se lo vivono, tu ti chiedi: “Come possono non voltarsi?”.

“Scurati”, “Scurati”, “Scurati”. I nuovi parziali accrescono le distanze nel computo; tra il nome del vincitore e la sua proclamazione si interpone soltanto la scaramanzia. Quando il dato finale è rivelato, tutti ammettono di averlo presunto, di non aver mai dubitato del risultato. Un esito diverso sarebbe stato impossibile. Tutti coniugano al passato le previsioni e i presentimenti. Tu dubiti e disobbedisci, come sempre. Tu sei felice e tanto basta per andartene via da solo. Ma tu hai delle domande a cui solo il tempo sarà in grado di rispondere. Chi ha perso? Chi ha vinto? E continui a chiederti se qualcuno nella vita possa vincere davvero. Ѐ il momento della festa e gli sconfitti – pochi – abbandonano la villa nel silenzio. Tutti gli altri – molti – sorridono, rivendicano un merito. Il poeta lucano ha una boccetta di Strega tra le mani e cita Saba, i suoi versi calcistici: “Della festa – egli dice – anch’io son parte.”

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