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La nascita di Krishna

Roberto Bernasconi | Altri Racconti Mitici   20 Luglio 2019   9 min.

 

Due giorni prima che compisse i suoi dieci anni di regno, il malvagio Kamsa, usurpatore del trono di Mathura (1), venne a sapere che sarebbe morto assassinato. Gli era apparso, in sogno, un fanciullo nelle vesti di un pastore con la carnagione azzurrina, e con una corona sul capo, sulla quale spuntavano tre piume di pavone bianco; tra le mani reggeva una spada d’argento ricoperta di sangue. Interrogando il più anziano tra i bramini (2) aveva appreso che l’identità del regicida non dovesse essere cercata tanto lontana dalla famiglia reale, poiché il fanciullo, nella visione, portava il diadema che Kamsa aveva sottratto al padre dopo averlo colpito a tradimento. Il saggio fu molto turbato nel sapere che il presunto assassino si fosse manifestato al re con la stessa carnagione del dio Visnù.

“Non ti conviene, mio signore, andare contro alla sorte, qualunque essa sia. Pensa alla tua vita, troppo malvagia perché il dharma (3) non ti restituisca ciò che hai seminato, nella tua prossima reincarnazione.”
Kamsa non badò a quest’ultimo rimprovero. Nella sua mente aveva già rinvenuto l’origine del suo avvenire nefasto nell’odiata sorella Davaki, la quale aveva generato, col marito Vasudeva, sei figli maschi, tutti potenziali assassini. Nel loro corpo, del resto, scorreva il sangue di un usurpatore; e non passò molto tempo prima che essi, sottratti alla madre e al padre, venissero uccisi senza pietà. Con almeno uno di loro la dinastia avrebbe garantito la successione, e in altri tempi la loro scomparsa avrebbe generato in tutto il regno grida disperate, o pianti, o oltraggi ai dèmoni della morte. Ma nessuno osò spargere lacrime, nessuno osò nominare i principi assassinati, per non indispettire il sovrano.

Gli incubi del re non riuscirono a placarsi nemmeno a seguito della strage. Più le notti trascorrevano, più la figura del giovane semidio gli appariva vicina, pronta a togliergli la vita. E non cambiarono neppure le opinioni dei saggi bramini a riguardo: erano certi di aver avuto dagli dèi il dono di una sapienza infallibile.
Tutti i familiari maschi del sovrano vennero fatti fuori, mentre le sorelle, la madre e le sorelle della madre vennero imprigionate. L’unica verso la quale il re non avesse alcun timore era Davaki, rimasta vedova dopo che Kamsa aveva condannato a morte il marito, Vasudeva; chiusa in un lutto inviolabile, decise di non opporsi al fratello, ritirandosi a sopportare il dolore con immensa devozione.

E non trascorse molto tempo che gli dèi videro nella giovane principessa la realizzazione di quanto era stabilito. Mentre Davaki era intenta a spargere incenso e petali di loto alla dea Lakshmi (4), il dio Visnù andò a sedersi sull’altare dalla sua divina sposa e, dopo essersi strappato un capello dal capo, soffiò perché si posasse sulla fronte della ragazza. Davaki, ignara di tutto questo, finì il rito di purificazione, e tornò nella solitudine delle sue stanze. Trascorsi due mesi si rese conto di aspettare un bambino, e ne fu spaventata: dopo la morte del suo devoto consorte, ella aveva rifiutato di unirsi a qualsiasi altro uomo; e lo stesso fratello, intimorito com’era dall’usurpatore che infestava le sue notti, aveva impedito a chiunque non fosse donna di potersi avvicinare a lei.
“Possibile? Io, incinta?” si ripeteva “Senza uomo? Ma anche ammesso che gli dèi abbiano voluto tutto questo… perché io? Perché io, che sono una triste e giovane vedova, sorella di un uomo terribilmente malvagio?” La risposta alle sue domande arrivò, ma non attraverso la bocca di un demone, o di un dio: un fiore di loto, che ella aveva sottratto alle acque del fiume, e che andava svanendo del suo colore, ecco che riacquistava la forma originaria, come se una pioggia miracolosa l’avesse rinvigorito. Davaki credette il prodigio un segno divino, apparso per farle comprendere che la sua gravidanza fosse dettata dalle divinità.

Invano tentò di nascondere alla corte i segni del suo stato. Kamsa, insospettito dall’ennesimo sogno, e dal comportamento particolare della sorella, la fece chiamare in sua presenza e, una volta che ella fu dinanzi a lui, le strappò con violenza il prezioso sari (5) che la avvolgeva, mostrando a tutta la corte il ventre gravido, segno inequivocabile della sua colpevolezza. Non potendo stabilire se il frutto di quel tradimento fosse femmina o maschio, decise di attendere il giorno del parto. Egli temeva, in realtà, che se avesse colpito una donna incinta sarebbe stato punito dall’alto.
Quando fu vicino il termine della gravidanza, il re mandò, nelle stanze di Davaki, un boia, un uomo molto alto che portava con sé una grande spada. Se fosse nato un bambino, infatti, in ossequio agli ordini del suo padrone, egli l’avrebbe sgozzato davanti a sua madre. Ma così non avvenne.

E fu un sollievo per Davaki sentire la voce della sua nutrice, strozzata dalle lacrime di commozione, che le annunciava la nascita di una bambina dai capelli neri e dagli occhi scuri come il tronco di un fico; nulla aveva della bellezza materna, ma tutti la considerarono degna del suo rango regale.

 

***

 

Parvati (6), eterna sposa di Shiva, teneva ancora tra le braccia il vero figlio di Davaki. Mentre la corte festeggiava per la nascita di una bambina, e Kamsa tirava un sospiro di sollievo, avendo scongiurato ancora una volta la sua morte, la dea si apprestava a consegnare il bambino al grembo della madre a cui, prima di partorire, aveva sottratto il feto per darlo alla principessa. La giovane si chiamava Yosoda, ed era sposa di un pastore, Nanda; vivevano non molto lontano dalla capitale del regno, e conducevano una vita umile. Anche nella loro capanna si aspettava la nascita di un bambino, ma Yasoda non sentiva più nulla nel suo ventre: credette di dover partorire un bambino morto. Era molto triste per questo, ma il marito l’aveva convinta ad avere fiducia negli dèi. “Chi se non loro, infatti, può smuovere le montagne, e creare boschi eterni in un immenso deserto?”
E come se Nanda, con le sue parole, l’avesse annunciata, una luce dorata entrò nella loro casa attraverso una piccola finestra, abbagliando tutti i presenti. Quando terminò lo strano prodigio, Yasoda si trovò sul grembo un bambino dalla carnagione azzurrina, avvolto da una coperta gialla, che dormiva pacificamente. La donna lo strinse ancora di più a sé; piangeva una felicità che, fino ad allora, non aveva mai conosciuto. Nanda, commosso e turbato al tempo stesso, offrì agli dèi della casa quel poco di incenso che ancora era rimasto, pronunciando il nome che avrebbe dato a suo figlio, Krishna.

 

***

 

La pace del re Kamsa non era destinata a durare a lungo. Il giovane dalla pelle azzurra gli era apparso nuovamente, con la sua spada, pronto a commettere il regicidio. Per lui non fu difficile comprendere, al risveglio dall’incubo, che in qualche modo fosse stato ingannato: il figlio di Davaki, il suo vero assassino, era nascosto da qualche parte nel regno, e per la sua salvezza egli avrebbe dovuto scovarlo.

Mandò dunque un suo ambasciatore presso un demone che viveva in una grotta, al di là della grande foresta di alberi di mango, non molto lontano dal Palazzo reale. Il demone portava il nome di Putrefazione (7), perché qualsiasi cosa fosse toccata da lui cadeva a terra, morta, e si disintegrava in tanti piccoli atomi di polvere. L’ambasciatore offrì per conto del suo signore metà del suo regno, consentendole di uccidere tutti i neonati suoi sudditi finché non avesse trovato il figlio di Davaki. E dal momento che egli non aveva indizi sul bambino, il demone avrebbe dovuto sterminare un’intera generazione, per essere sicuro della buona riuscita del piano.

Putrefazione assunse l’aspetto di una mendicante, e partì a compiere la sua impresa. Quando si imbatteva in una famiglia deliziata da una recente nascita, si faceva ospitare per una notte, e il mattino successivo, fingendo di dover partire, offriva il suo seno al bimbo appena nato, come ricompensa. “Ho perso il mio unico figlio da poco.” diceva con voce melliflua “Accettatelo, vi prego! Non sopporterei di andarmene senza avervi fatto dono dell’unica cosa che possiedo…” Di fronte alla sua supplica nessuna madre avrebbe osato rifiutare un simile atto di pietà.
Ma appena il bambino, portato al capezzolo, iniziava a succhiarne il latte, il veleno si impossessava di lui, e moriva in pochissimi istanti. Tutto ciò mentre la madre, notando il suo colore pallido, emetteva grida di disperazione, accompagnate da pianti. In questo modo il demone si dissolveva, facendo cadere il piccolo fagotto senza vita sulla nuda terra.

Erano passati diversi giorni da quando l’ambasciatore di Kamsa giunse nella sua grotta, a elemosinare un aiuto; alle sue spalle aveva lasciato decine e decine di morti. Molti tumuli furono eretti in onore dei piccoli cadaveri; molti roghi solenni si innalzarono per bruciare i loro corpicini, e offrirli agli dèi, e alla loro prossima vita.
Appena il demone, camminando, scorse in lontananza un’altra casa, si precipitò, trovandosi davanti un giovane pastore.
“Chi sei?” disse il pastore, alla donna che gli era venuta incontro.
“Ti prego, ragazzo, per la grande pietà con cui onori gli dèi… come ti chiami?”
“Nanda” rispose “figlio di Baladeva.”
“E vivi solo? O hai una compagna con cui innalzare preghiere all’alto?”
“La donna che mi è compagna è in casa, a occuparsi di nostro figlio.”
“Che Brahma benedica la tua stirpe, che sia lieta e feconda!” disse la mendicante, con una lieve vena ironica che il pastore non poté cogliere.
“E tu? Vieni da lontano?” le chiese il pastore.
“Da lontano, sì. Sto andando al grande fiume, a purificare la mia anima.”
“Dovrai camminare ancora molto, donna. Non penso potrai raggiungerlo prima che faccia buio. Rimani con noi, questa notte; con me e mia moglie. Non sia mai che questa casa rifiuti l’ospitalità a un pellegrino devoto.” Detto ciò la condusse dentro per farle conoscere il resto della famiglia. Yasoda era davanti al focolare, e stringeva a sé il figlio Krishna. Putrefazione, guardandoli, rideva già la sua vittoria, e l’ennesimo morto che avrebbe lasciato dietro di lei, e che in quel preciso istante dormiva pacificamente nel grembo di sua madre.

 

***

 

“Nanda, Yasoda, non ho parole per esprimervi la mia gratitudine.” disse Putrefazione, al sorgere del sole, quando era giunto per lui tempo di reclamare la sua ricompensa. “Mi avete accolta come se la vostra misera capanna fosse un ricca locanda; come se tra le vostre mani scorresse la seta o l’oro dei più ricchi mercanti.”
“È stato nostro dovere e nostro piacere.” rispose Nanda, interrompendola “Tu stessa potrai farci dono delle tue miserie trasformate in ricchezze, un giorno. Ricordati di pregare per la nostra purificazione, al grande fiume.”
“Voglio sdebitarmi subito! È mio desiderio… Sapete, non molto tempo fa – sono passati pochi mesi da allora – stringevo anche io una creatura in grembo, un figlio nato dalle mie stesse viscere. Purtroppo il demone della Morte è venuto a reclamarmelo prima che potessi sentire i primi suoni della sua voce, senza che potesse scorrazzare per la mia casa con le sue gambe, e i suoi piedini d’avorio. Mi sono presa le colpe per molto tempo; e adesso che ho raggiunto la pace interiore posso finalmente compiere il viaggio verso il Gange, la mia meta finale. Perché ve l’ho raccontato? Perché vorrei stringere ancora una volta una creatura come la tua, Yasoda; vorrei toccarla, tenerla, farle assaporare il mio latte. Ora con me non ho né oro, né argento; possiedo soltanto ciò che è mio, ciò che è nato insieme all’amore, dal mio corpo. Sarei doppiamente grata a voi se accettaste di essere ricompensati così.”
Nanda si commosse; Yasoda capì il lamento di questa madre come soltanto una madre avrebbe potuto. Eppure dietro alle parole della mendicante non c’era verità, non c’era la disperazione di una donna. Era tutto così terribilmente falso che chiunque, a saperlo, avrebbe scaraventato sul demone tutto il proprio disprezzo. “Fa’ ciò che chiede, mia sposa. Lei è meritevole di fiducia da parte nostra.” Yasoda andò verso di lei. Il piccolo, stretto nelle sue braccia, dormiva pacificamente. Il demone lo prese, scostando leggermente il lenzuolo giallo dalla sua bocca azzurrina. Finse una delicatezza materna che non sembrava avere mai appreso. Era fatta. Un’altra coppia di sposi avrebbe sofferto per sempre, e lui avrebbe goduto di tutto ciò.

Ma non appena Krishna ebbe toccato il suo seno, ecco che la mendicante devota emise un terribile urlo. Non solo il suo veleno non aveva effetto sulla bocca del prodigioso neonato, ma la sua traformazione iniziò a svanire, poco a poco, mostrando ciò che ella era veramente: Putrefazione, un demone, un reietto del mondo divino.
Nanda e Yasoda non fecero in tempo a recitare il mantra (8) sacro a Visnù: Krishna, con la forza di un grido, aveva scacciato il demone smascherato, rispedendolo verso la grotta da cui era partito. Ai due genitori, increduli, apparve chiaro che il loro unico figlio fosse destinato a compiere grandi prodigi sulla terra, e che certamente gli uomini l’avrebbero onorato, un giorno, come avatàr (9) di un dio potente e benevolo.

 

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Note:

1:
città tutt’ora esistente, a sud di Nuova Delhi.
2:
[o brahmano] il sacerdote per eccellenza, senza nessuna limitazione di competenza in materia dottrinaria, rituale e religiosa in genere. Col costituirsi delle caste, fu denominazione generica degli appartenenti alla casta sacerdotale, la prima in ordine d’importanza nel sistema castale indiano. (da Enciclopedia Treccani)
3:
vocabolo sanscrito che, nella sua accezione fondamentale, indica la legge religiosa e morale e l’osservanza dei doveri a essa inerenti. (ibid.)
4: dea dell’abbondanza e della fertilità, nonché consorte di Visnù.
5: costume femminile nazionale dell’India, costituito da una pezza di cotone o di seta, di varî colori, che si porta drappeggiata intorno alla persona. (da Enciclopedia Treccani)
6: dea della fertilità e dell’amore coniugale.
7: il cui nome, in sanscrito, è Putana.
8: formula; nella lingua vedica significa anche inno, preghiera. (da Enciclopedia Treccani)
9: nel brahmanesimo e nell’induismo, la discesa di una divinità sulla terra, e in partic. ciascuna delle 10 incarnazioni del dio Visnù. (ibid.)

 

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