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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitolo IV)

 

Capitolo IV

 

Sbigottita, guardai la signora Cognome. Non risposi.

«Allora?» mi domandò sicura della mia risposta «Ti va un caffè?»

Annuii ancora confusa e ci incamminammo insieme verso il bar più vicino. Non parlammo nel tragitto. Quando ci sedemmo e ordinammo due caffè, lei ruppe il silenzio.

«Ti starai chiedendo perché io ti abbia invitata a prendere un caffè.»

Dissi di sì.

«Non sono un’impicciona, né sono solita origliare le conversazioni altrui, ma ho udito per caso ciò che dicevi a quel ragazzo poco fa,» continuò «e credo che mi farebbe piacere mostrarti qualche mia tela.»

Ero imbarazzata. Il nostro primo incontro aveva visto lei in una situazione fastidiosa, sgradevole. Adesso mi ci trovavo io.

«Potrai pormi domande e osservare i miei quadri, ma dovrai promettermi di non scattare foto, né di parlare con qualcuno dei nostri incontri.»

«Come vuole» non desideravo altro che contemplare quei dipinti da tanto tempo ormai.

«Bene, allora ti aspetto domani mattina a casa mia.»

«D’accordo» le sorrisi e mi alzai. Stavo per uscire, quando mi richiamò.

«Credo anche che ami quel ragazzo.»

Non risposi.

 

«Non dovrai descrivere i soggetti e le fantasie delle mie opere prima di averle viste tutte, non una parola scritta al riguardo. È chiaro?»

«Chiarissimo» risposi, osservando le pareti bianche della sala.

Alle dieci di quell’afosa mattina mi ero recata a casa della pittrice, avevo bussato alla porta di legno e mi aveva aperto, invitandomi ad entrare. Aveva richiuso l’uscio gettando prima uno sguardo in strada.

Lungo il corridoio che attraversammo, vidi le pareti piene di quadri, ma non erano i suoi, erano le stampe di opere famose di altri autori. Riconobbi qualcosa di Klimt e Van Gogh.

La forma di quella casa era davvero bizzarra: alla fine del lungo corridoio ci ritrovammo in un sontuoso salone, apparentemente l’unica stanza dell’appartamento. C’era puzza di stantio, di vecchio. Grandi librerie bianche occupavano le pareti, gli scaffali pieni di libri. Le tende damascate delle finestre bloccavano i raggi solari fuori dalla camera, la luce era soffusa. Al di là delle imposte intravidi un giardino.

Francesca Cognome mi invitò a oltrepassare il salone, superammo la porta che dava sul giardino. Alti alberi crescevano su un vasto quadrato di terreno, mancava il tetto e il sole irradiava le piante. C’erano fiori che non avevo mai visto prima di allora. Un bocciòlo rosso spiccava al centro di un cespuglio amaranto, aveva sfumature ramate. Più in là una pianta dal fusto argenteo ostentava rigogliosi fiori dai larghi petali dorati. Tutt’intorno piante rampicanti coprivano le mura del giardino.

Seguii la signora lungo il viale acciottolato, aveva i capelli corvini raccolti in una crocchia.

Mentre procedevo in avanti, scorsi un vecchio pozzo al centro del cortile, un secchio era poggiato malamente sull’orlo della cavità.

Poi mi girai e vidi Francesca Cognome aprire una porta. La sala in cui mi ritrovai, sospinta dalla mano della signora, era completamente bianca. Vi erano solo una sedia e un tavolino di vimini. Le pareti spoglie.

 

Adesso avrei seguito i suoi ordini.

«Bene, siediti comodamente lì, sarò di ritorno tra qualche attimo» mi disse e uscì da una porta alla mia sinistra.

Il parquet latteo scricchiolò quando mi andai a sedere sulla sedia. Un minuto dopo la signora Cognome rientrò in quella sala, teneva tra le mani una tela. L’appese sulla parete di fronte alla sedia su cui ero seduta. A distanza mi sembrò vuota, bianca. Allora mi alzai e mi avvicinai. Mi accorsi della macchia d’inchiostro che componeva il quadro.

«Che cos’è?» chiesi perplessa.

«È la Tela della Fantasia» mi rispose la signora.

La guardai intensamente negli occhi. Una tela bianca con una macchia d’inchiostro al centro rappresentava la Fantasia.

«Che cosa vedi?» mi domandò.

«La Fantasia» mormorai lentamente, pensierosa. «Lei ha pensato che ci volesse originalità nell’immaginare la fantasia come una macchia d’inchiostro, come un semplice punto su uno spazio bianco. Non è così?»

«Può darsi» mi guardò divertita con quel suo sorriso strano, strano come erano tutte le cose che la circondavano.

«Adesso, prestami attenzione, ti racconterò una storia. Anni fa un bambino, figlio di un ricco avvocato newyorkese, giocava a fare lo scienziato, così sognava ogni giorno di diventare l’inventore di strani oggetti. Il padre, che voleva che divenisse avvocato anche lui, non ne era affatto entusiasta. Crescendo il bambino cambiò idea, voleva diventare un alchimista, voleva apprendere i riti misteriosi della magia. Ma come potrai ben immaginare, anche in questo caso il padre disapprovava le intenzioni del figlio. A quattordici anni il ragazzino disse che sarebbe diventato uno scrittore: poco dignitoso per la sua famiglia. A sedici anni aveva già scritto centinaia di storie e decise di intraprendere gli studi umanistici, letterari. Ma il padre lo indusse a cambiare idea. Lo portò con sé a lavoro, gli fece frequentare ambienti di grande influenza e raffinatezza, gli fece sentire l’odore del denaro, provare il piacere delle donne e bramare la gloria e il rispetto degni di un uomo dalle grandi capacità. Alla fine il ragazzo disse che avrebbe fatto l’avvocato, desiderava possedere soldi, potere e donne, come il resto della società. La sua fantasia si era adeguata alla realtà, alla concretezza della vita, si era ridotta al volere del padre, a ciò che da sempre aveva visto. La sua Fantasia non spaziava più nei labirinti in cui risiedevano sogni e passioni. I suoi desideri erano mutati molteplici volte ma la sua scelta finale rappresentò il sopravvento della realtà sulla fantasia, un punto rispetto all’astratto dei suoi sogni.»

«La realtà è una macchia circoscritta dei sogni, della fantasia» intervenni.

«Esatto. Peccato che siano proprio le cose impossibili da realizzare ad ammaliare l’animo umano. Spesso, quando si comprendono le difficoltà del proprio cammino, quando ci si rende conto che ogni tentativo è vano al raggiungimento del proprio obiettivo, di quel sogno che sempre ci ha spinto in avanti, allora l’uomo abbandona tutto. Così il sogno rimane pura fantasia, vittima della realtà. La concretezza e la semplicità divengono le cose più importanti della vita. Accade per questo, che crescendo, l’uomo perde l’abitudine di sognare avventure, di rincorrere sogni, di giocare con la fantasia. L’uomo ha bisogno di certezze, così blocca la fantasia e lascia posto alla realtà, a ciò che ai suoi occhi è possibile realizzare, dimenticando la varietà e la complessità del mondo, il vero splendore del creato. La bellezza risiede nella diversità.»

L’ascoltavo colpita, interessata. La signora Cognome continuava a parlare fissando la propria Tela, rapita.

«Ma allora la tela, l’inchiostro, rappresenta la realtà?»

«In un certo senso sì, rappresenta anche la realtà. Ma permettimi di finire. La bellezza, stavo dicendo, è diversità. Proprio quella diversità che fa meravigliare ogni bambino quando inizia ad osservare il mondo, quella diversità che è composta da singolari unità, da pezzi unici. La diversità è fantasia. La fantasia è, dunque, formata da frammenti irripetibili e diviene unicità. Ogni uomo è diverso e ogni vita dovrebbe essere ricordata, ogni esistenza vissuta libera dalle convenzioni e prigioniera delle proprie scelte. Io ho scelto l’eccentricità e l’arte. Lontana dai frastuoni della grande città trascorrerò il mio tempo, ricercando me stessa e la mia unicità.»

Francesca Cognome non avrebbe permesso che la realtà distruggesse la sua fantasia, la sua vita.

Quando lei staccò la tela dalla parete, notai sul retro un’incisione sul legno. C’era scritto Fantasia in una grafia malferma ed incostante.

 

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