• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Nuove voci raccontano: Marco Amore

Francesca Ghezzani | Nuove Voci Raccontano   14 Luglio 2019   4 min.

 

Marco Amore, classe 1991, un giovane poeta beneventano che negli ultimi sei mesi ha viaggiato in lungo e in largo per il Bel Paese chiamato a presenziare come ospite a importanti eventi e prestigiose rassegne letterarie per parlare della sua ultima opera Farràgine, pubblicata da Samuele Editore.

 

Marco, raccontaci come e quando inizia la tua carriera letteraria.

Sono sempre stato un lettore piuttosto vorace – passavo dai best-seller di King a letture impegnative senza soluzione di continuità – e questo mi ha portato a esprimermi molto precocemente attraverso la stesura di racconti. Poi, crescendo, sono venute le prime pubblicazioni, i primi concorsi vinti e le prime presentazioni in giro per l’Italia. A quegli anni prolifici e spensierati è seguito il mio ingresso nel mondo dell’arte, quindi è arrivata la pubblicazione del mio ultimo libro.

 

Perché Farràgine è stato definito un ‘libromassa’? E come nasce questo titolo?

«Libromassa» perché il suo essere un’opera apparentemente disarticolata, farraginosa, a tratti quasi aforistica, coincide con il suo essere un’opera ad ampio respiro. Deve il titolo a una cartella che avevo ribattezzato così sul mio vecchio computer, e che conteneva una serie di tentativi di scrittura abbandonati i quali avrebbero trovato in seguito collocazione tra le sue pagine.

 

Puoi vantarti di aver avuto l’onore che la prefazione alla tua opera fosse a cura della nota poetessa Giovanna Frene, che effetto fa?

Posso solo dire che non mi aspettavo tanti complimenti da Giovanna e non nego che la cosa mi abbia galvanizzato. Farràgine rappresenta un periodo alquanto particolare della mia vita, e vedere che una poetessa stimata apprezza il tuo lavoro fa sempre molto piacere.

 

L’esordio letterario avviene per te da giovanissimo: che evoluzione ha subito la tua scrittura?

Il mio stile si è temprato nel tempo fino a raggiungere il giusto equilibrio formale. Detta così sembra niente, ma ti assicuro che non è affatto facile riuscire a trovare una voce nel marasma che mi porto dentro… perché ciò implica non solo l’aver scritto abitualmente per anni, bensì il raggiungimento di una dimensione personale che difficilmente si acquisisce anche con il sudore della fronte.

 

Che tipo di lettore sei?

Insaziabile, ma anche esigente e critico.

 

Preferisci la prosa alla poesia?

Non opero mai una separazione netta tra prosa e poesia. Questa smania di separare, di applicare etichette e strumentalizzare la scrittura non mi appartiene granché. Basta leggere Farràgine per capirlo.

 

C’è qualche scrittore che in un certo qual modo ti ha lasciato qualcosa in eredità?

Molti, forse troppi. Ma ad oggi non mi sento influenzato da nessuno di loro, o almeno non direttamente. Non voglio dare sfoggio di profonda erudizione, ma quelli che prediligo sono i libri difficili, complicati, che mi costringono a sbattere metaforicamente la testa contro il muro e a scendere a patti con me stesso.

 

Per il futuro, invece, quali nuovi generi letterari intravedi?

Il mio prossimo libro sarà sulla falsariga dell’ultimo, poi vorrei dedicarmi alla saggistica.

 

Sei stato paragonato dalla critica letteraria a Rimbaud, qual è stato il commento più costruttivo e quale il più distruttivo che finora hai ricevuto?

Il paragone a Rimbaud è legato alla pubblicazione di Farràgine, che potremmo inserire nel solco di quella cosiddetta poesia sperimentale, rimbaudiana per l’appunto, ma anche baudeleriana o, successivamente, campaniana, legata alla perdita dell’unità ontologica del poeta e alla conseguente frammentazione dell’opera. È un modo di fare poesia che ha continuato a dare segni di vita anche al di là del Novecento, e che mi piace considerare l’archetipo di un nuovo genere letterario in grado di rispondere meglio alle necessità dei lettori. Ovviamente il libro ha ricevuto molte critiche, alcune positive ed altre più o meno negative, ma devo ammettere che buona parte delle seconde somigliano più ad attacchi personali che a ragionate note di demerito. A volte mi si rimprovera di essere troppo ostico o troppo lirico (questo sulla base di alcune mode del momento, che vorrebbero la poesia come una specie di prosa riscaldata). Inutile citare il noveau romanla poesia di Zanzotto e Sanguineti, tanto per fare due nomi a noi vicini, e inutile far presente che, come diceva Archibald Mc Leish, «una poesia non deve significare, ma essere» o ancora, come affermava Wystan Hugh Auden: «un poeta è, prima di tutto, un uomo che è appassionatamente innamorato del linguaggio». I pregiudizi sono duri a morire.

 

Un’ultima curiosità: hai una musa ispiratrice?

La mia musa è mia moglie, che mi guida attraverso la vita e sulla carta. E ho un debito impagabile nei confronti dei miei genitori, senza cui non sarei diventato l’uomo che sono.

 

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 + 3 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2019 - domenica 08 Dicembre, 2019 03:23