• La Redazione | Chi siamo | Newsletter

    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitolo III)

 

 

Capitolo III

 

«C’è caldo stasera! Forse è meglio che io vada a casa!» mi spostai i lunghi capelli su una spalla, altezzosa, troncando la discussione. Avevamo appena litigato.

«Già!» rispose corrucciato.

Seguì un attimo di silenzio. Camminavamo sul marciapiede del lungomare sotto la luce dei lampioni.

Era incredibile come riuscisse a innervosirmi, le conversazioni si accendevano e finivano per bruciare ogni cosa, per cancellare i momenti più belli trascorsi assieme. Era terribilmente pieno di sé, ostentava ciò che sapeva. Credeva di essere perfetto, pensava di non sbagliare mai e invece sbagliava sempre.

Disapprovavo l’ignoranza, condannavo la convinzione: la fusione di esse era l’apice di ciò che detestavo.

Eppure ero lì che provavo ancora una volta. Lui era stato anche gentile con me nei giorni passati.

«Domani potremmo…» iniziammo all’unisono. Ci guardammo e io gli sorrisi.

«Dimmi» mi incoraggiò.

Gli proposi di accompagnarmi ad una conferenza organizzata dal direttore del Giornale di Sicilia che si sarebbe svolta in città.

«Veramente pensavo di andare a trovare i ragazzi» gli annoiava venire con me.

«Emanuele, ascoltami, credo che sia meglio lasciare perdere. Ci vogliamo bene ma noi due non siamo…»

«Ok, ti accompagno domani mattina» mi interruppe. Mi guardò come se lo stessi frustando con un nerbo. Per un attimo avvertii un moto di piacere, era chiaramente disposto a sottomettersi per stare con me. Gli stava bene, si meritava di stare un po’ male per la gente: se ne fregava sempre di tutto e di tutti. Io stavo sempre attenta a non ferire i sentimenti degli altri, lui non si accorgeva nemmeno di mancare di delicatezza e cortesia. Questa era un’altra cosa che non tolleravo. Mi immaginai con indosso un’aderente tuta rossa mentre lo fustigavo, io ridevo e lui chiedeva perdono. Poi, scossa da quel pensiero metafisicamente infernale, provai un senso di vergogna nei suoi confronti. Mi sentii in colpa.

«No, ascolta,» dissi con enfasi «sappiamo entrambi come andrà a finire. Io amo l’arte e ho bisogno di qualcuno che sappia condividere ciò che provo. Passo la mia vita alla ricerca di qualcosa che non conosco e l’unica cosa che mi faccia avvicinare a questa cosa – che non so cosa sia – è l’arte.

«Il compito che mi sono imposta di raggiungere in questa vita è quello di conoscere sempre più cose, di scoprire le verità nascoste. Io dedicherò ogni attimo della mia esistenza a studiare, ad analizzare il mondo. E l’unico mezzo per fare ciò è l’arte. La scrittura è lo studio di ogni uomo: scrivendo conosco la mia anima, leggendo comprendo quella di ogni essere vivente. Per adesso, per te starò vaneggiando. Ma io sento che questo sia il mio destino, sebbene mi costringa spesso a fuggire e vivere in solitudine. E non posso stare, per quanto io ti voglia, con un uomo tanto diverso, che non capisca cosa per me sia importante. Non puoi fingere di interessarti né posso costringerti a cambiare. Finirei per farti stare davvero male. E non lo voglio» pensai all’immagine di prima. Non potevo davvero stare con lui, lo avrei trattato ingiustamente.  Da un locale non distante giungeva musica jazz.

«Una volta un’amica mi disse che nella nostra breve permanenza terrena ci possiamo accontentare delle cose, ma non delle persone» avevo parlato di filato, ero stata concisa, chiara. «Non ti legherò a me, sapendo che non sono in grado di darti quello che potrebbe donarti un’altra ragazza.»

«Io ti amo,» avrei tanto voluto girarmi e scoprire che era stato qualcun altro a parlare, a rivolgersi alla propria fidanzata, ma sapevo che non era così, il lungomare era deserto «non ho mai smesso di farlo.»

Adesso lo stavo fissando, ero triste in volto, triste per lui, angosciata per me. Dentro ero paralizzata.

Si avvicinò ed io indietreggiai.

«Mi dispiace, aggraverei la situazione, se restassi ancora insieme a te» non seppi dire altro, mi voltai e mi allontanai veloce. Fuggivo da qualcosa.

Il rumore dei tacchi mi accompagnò per qualche minuto. Non mi voltai a guardare Emanuele.

Lo sciabordio del mare intonava lungo la strada l’inno di una dissimulata sconfitta.

«Un caffè è sempre ciò che ci vuole per stare sveglie, specie di notte, se si deve tornare a casa da sole e si ha tanto su cui dover riflettere. Non trovi?» mi girai al suono di quella voce. Due occhi verdi mi stavano fissando. Due occhi a mandorla attenti, intelligenti, sopra una bocca tanto familiare, che andava da una guancia all’altra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore







Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 + 8 =


 

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Se riscontri problemi con il sito web, contatta il webmaster.

redazione@ilraccoglitore.com

 

Ti piace scrivere?

il Raccoglitore è qui per raccogliere storie! Se vuoi inviarci la tua candidatura, scopri come fare.

Scrivi con noi

Newsletter

Seguici su

il Raccoglitore 1.0 © Copyright 2021 - venerdì 26 Febbraio, 2021 01:53