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Michela Marzano, filosofa e scrittrice

Claudio Volpe | Interviste   10 Luglio 2019   5 min.

 

Idda (Einaudi) di Michela Marzano indaga il complesso tema dell’identità e della memoria. Cosa siamo quando i nostri ricordi svaniscono e non siamo più in grado di riconoscere le persone amate? Cosa resta di noi quando la memoria ci lascia? Sono questi gli interrogativi che il romanzo della Marzano pone al lettore mediante una storia commovente e sorprendente.
Ecco cosa ci ha raccontato l’autrice.

 

1) Idda: puoi spiegarci il significato di questa parola e il perché di questo titolo?

«Idda» significa «lei» in dialetto salentino, ossia nella «madre lingua» di Alessandra, che è una delle due protagoniste di questo romanzo. E lei, in Idda, si riferisce ad Annie, la madre del compagno di Alessandra, grazie alla quale la giovane italiana ritrova le proprie radici. È d’altronde proprio raccontando la storia di Annie, che Alessandra riesce a riaprire lentamente il cassetto dove aveva nascosto il proprio passato. Dopo aver fatto di tutto per dimenticare l’infanzia, sono le parole della propria infanzia che riemergono. Sentendosi di nuovo figlia, Alessandra ricorda di quando sua madre la chiamava “puricina”, ricorda il padre che le recitava i versi di Leopardi in dialetto salentino, ricorda le frasi pronunciate da Totò, il fattore dei suoi genitori, il giorno in cui i suoi avevano avuto un incidente automobilistico, e pian piano sente nascere in lei l’esigenza di tornare in Salento e fare i conti con la propria storia. Ciò che mi interessava raccontare attraverso Idda, è l’incontro tra due donne che, per motivi diversi, non sanno più bene chi sono: Annie perché comincia a perdere la memoria, Alessandra perché decide, una volta arrivata a Parigi, di chiudere ogni rapporto con l’Italia. È solo quando Alessandra riesce a mettere insieme i pezzi del puzzle della vita di Annie – questa segretaria stenodattilografa francese nata nel 1927, che inizia a lavorare a Parigi nel 1945, che si emancipa attraverso il lavoro e che poi sposa il suo capo – che potrà finalmente rielaborare la storia della propria famiglia e trovare una risposta a quelle domande che, per anni, aveva rifiutato di porsi.

 

2) La memoria è uno dei temi portanti del romanzo. Cosa è essa realmente? Cosa resta di noi quando la memoria ci abbandona? 

Il punto di partenza del romanzo è l’idea che ognuno di noi è sempre e solo il frutto del proprio passato, è impastato di memoria, sa verso dove dirigersi soltanto perché si ricorda da dove viene. Poi, lavorando sul tema della perdita della memoria, ho capito che la realtà umana è molto più complicata, e che anche quando pezzi interi della nostra esistenza scivolano via, restano comunque dei “residui di sé”. Quando Alessandra discute con la dottoressa Brun e le chiede cosa resti di Annie, ora che Annie, malata di Alzheimer, non riconosce quasi più gli oggetti e le persone, non riesce a vestirsi o lavarsi da sola, pensa di essere ancora una bambina e non ricorda nulla del marito o del figlio, la dottoressa le risponde che anche allo stadio più avanzato di una malattia neurodegenerativa, quando i centri fisici della memoria sono quasi del tutto distrutti, rimane la percezione di quello che accade, rimane l’affettività. Ecco perché, anche se è dolorosissimo per un figlio o una figlia non essere riconosciuti dalla madre o dal padre, non si dovrebbe mai dimenticare che in queste persone resta un sentimento di familiarità, a tratti ineffabile, a tratti indescrivibile, e che però, nonostante tutto, perdura, e va ben al di là della malattia.

 

3) Alessandra deve fare i conti col proprio passato e riesce a farlo solo accettando di esporsi alla sofferenza. È possibile crescere senza attraversare il dolore?

Una delle cose che dico sempre, pensando al mio dolore, è che se non avessi attraversato le tenebre – quelle che racconto in Volevo essere una farfalla – forse non sarei stata la persona che sono. Da questo punto di vista, tra me e Alessandra, ci sono alcuni tratti comuni. Anch’io, quando sono arrivata in Francia, fuggivo da un passato scomodo, complicato. Anche io ho utilizzato il francese per rielaborare attraverso un’altra lingua quegli episodi della mia infanzia che in italiano erano troppo dolorosi. Poi però, a differenza di Alessandra, a me l’Italia è sempre mancata moltissimo. E ancora oggi, nonostante siano passati ormai vent’anni da quando sono venuta a vivere e lavorare a Parigi, mi sento spesso sradicata, talvolta è come se mi mancasse la terra sotto i piedi… Altra differenza fondamentale tra me e Alessandra è il rapporto con il mondo: Alessandra è una biologa vegetale, ama l’ordine e cerca di tenere tutto sotto controllo. Non ammette che qualcosa possa sfuggirle di mano, è ossessiva, talvolta anche maniaca. Io invece “navigo a vista”: ho imparato a mie spese che sono poche le cose che si possono davvero controllare e allora accetto che qualcosa accada, anche se magari non è esattamente ciò che vorrei. Tutto ciò per dire che, quando il dolore è presente, forse è necessario attraversarlo. Al tempo stesso, però, sono anche profondamente convinta dell’inutilità del dolore. Se potessi ricominciare la mia vita da capo e cancellare tutta la sofferenza che ho attraversato, lo farei. Solo che cancellare ciò che è stato non è possibile. Ecco perché l’unica cosa che ci resta da fare è la rielaborazione del passato, per poi ricominciare a vivere.

 

4) Nel tuo romanzo a un certo punto si dice che l’unica frase che non scompare dalla memoria delle persone con malattie psicodegenerative è “ti amo”. Davvero l’amore resiste anche alla perdita dei ricordi?

Un giorno discutevo con una mia amica che lavora in ospedale e si occupa di pazienti affetti di demenza senile. E lei mi ha raccontato che moltissimi di loro, anche quando hanno dimenticato tutto della propria esistenza, continuano a parlare dell’amore. Quando lei chiede loro di scrivere su un pezzo di carta la prima frase che viene loro in mente, sono in tanti a scrivere sul foglietto “ti amo”, come se, appunto, fosse proprio l’amore a tenerli ancora in vita. L’amore resta, anche quando l’oblio ce la mette tutta per cancellarlo. Resta, ed è capace di dare senso e coerenza anche a ciò che, di senso e di coerenza, sembra non averne più.

 

5) Cosa significa amare?

Amare significa prima di tutto riconoscere l’altro per quello che è, indipendentemente dalle nostre aspettative, anche se non è esattamente come si vorrebbe, anche se non è più la stessa persona di prima. È d’altronde ciò che scoprirà Pierre, il figlio di Annie, col passare del tempo. Quando un figlio o una figlia diventano “genitori” dei propri genitori, il dolore, lo sconforto e la fatica sono enormi – “no, non è vero che mamma ha l’Alzheimer”, dirà un giorno Pierre ad Alessandra; “la dottoressa non ha mai utilizzato questa parola”, ripeterà più volte nonostante la madre abbia iniziato a confonderlo col padre o col marito, e non sia più in grado di badare da sola a se stessa. Eppure anche nella vita reale, e non solo in Idda, le nuove relazioni affettive che si stabiliscono sono estremamente feconde. Anche semplicemente perché una madre, sebbene apparentemente non sia più capace di “dare”, continua in realtà non solo ad essere la stessa persona di prima, ma anche a “dare” tantissimo amore. Certo, è diversa da prima perché meno attenta, meno precisa, meno efficiente, meno automa. Ma in quel “meno” si cela forse l’essenziale della vita.

 

6) Le parole hanno ancora senso davanti alla perdita dei ricordi?

Le parole della cura, sì. Quelle che accompagnano e accarezzano. Quelle che ritrova Alessandra grazie alla perdita dei ricordi di Annie. È proprio prendendosi cura di Annie, d’altronde, che Alessandra si rende conto della necessità di sciogliere i nodi della propria esistenza e della possibilità di ricominciare a vivere senza più essere “agita” inconsapevolmente dal passato. “E se la verità fosse altrove, sempre diversa rispetto a quello che pensiamo, immaginiamo, tentiamo di raggiungere?” si chiederà Alessandra a un certo punto della storia cominciando a fare la pace con se stessa. “E se la parte autentica di ognuno di noi fosse nascosta proprio finché ci sforziamo di controllare tutto?” continuerà a chiedersi Alessandra ricostruendo la storia della suocera. Subito prima di capire che ciò che resta di una persona sono gli affetti e i sentimenti: la potenza imperscrutabile dell’amore.

 

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