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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Antonio Scurati – M. Il figlio del secolo [Premio Strega 2019]

ilRaccoglitore | Incipit   9 Luglio 2019   2 min.

“Vincitore Premio Strega 2019″

Fondazione dei Fasci di combattimento

Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919

Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti.

Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire. La scena è vuota, alluvionata da milioni di cadaveri, una marea di corpi – ridotti a poltiglia, liquefatti – montata dalle trincee del Carso, dell’Ortigara, dell’Isonzo. I nostri eroi sono già stati uccisi o lo saranno. Li amiamo fino all’ultimo, senza distinzioni. Sediamo sul mucchio sacro dei morti. Il realismo che segue ogni alluvione mi ha aperto gli occhi: l’Europa è oramai un palcoscenico senza personaggi. Tutti spariti: gli uomini con la barba, i padri monumentali melodrammatici, i magnanimi liberali piagnucolosi, gli oratori magniloquenti, colti e fioriti, i moderati e il loro buon senso, cui da sempre dobbiamo la nostra sciagura, i politici decotti che vivono nel panico del crollo imminente, elemosinando ogni giorno una proroga all’inevitabile evento. Per tutti loro la campana è suonata. Gli uomini vecchi saranno travolti da questa massa enorme, quattro milioni di combattenti premono ai confini territoriali, quattro milioni di ritornanti. Bisogna mettersi al passo, passo serrato. La previsione non cambia, farà brutto ancora. All’ordine del giorno è ancora la guerra. Il mondo va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati.

Lo vedo, tutto questo lo vedo con chiarezza in questa platea di deliranti e derelitti, eppure non ho niente da dire. Siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti, di avanzi. Nelle notti di sterminio, acquattati nei crateri, una sensazione simile all’estasi degli epilettici ci ha scossi. Parliamo brevemente, laconici, assertivi, a raffiche. Mitragliamo le idee che non abbiamo, poi subito ricadiamo nel mutismo. Siamo come fantasmi d’insepolti che hanno lasciato la parola tra la gente delle retrovie.

Eppure questa, solo questa è la mia gente. Lo so bene. Io sono lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada. Ma l’azienda c’è e bisogna portarla

avanti. In questa sala semivuota, dilatate le narici, fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia.

La prima adunata dei Fasci di combattimento, strombazzata per settimane da Il Popolo d’Italia come un appuntamento fatidico, era stata fissata al Teatro dal Verme, capace di 2000 posti.

Ma la vasta platea è stata disdetta. Tra la grandezza del deserto e la piccola vergogna, abbiamo preferito la seconda. Abbiamo ripiegato su questa sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali. È qui che ora dovrei parlare. Tra quattro pareti tappezzate di un triste verde lago, affacciato sul nulla di una grigia piazzetta parrocchiale, tra le dorature che invano tentano di riscuotere dal loro torpore le poltrone Biedermeier, in mezzo a poche capigliature arruffate, calvizie, moncherini, reduci smagriti che respirano l’asma minore di commerci consuetudinari, antiche prudenze e meticolose avarizie di bilanci. In fondo alla sala, ogni tanto, si affaccia curioso qualche socio del circolo. Un grossista di sapone, un importatore di rame, roba del genere. Getta uno sguardo perplesso, poi torna a fumare il sigaro e a bersi un Campari.

Ma perché dovrei parlare?!

 

 

 

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