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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Il bianco della Signora Cognome (Capitoli I e II)

 

 

Capitolo I

 

Alta. Esile. Vestita di nero, l’abito lungo sino ai piedi.

E quella sua singolare espressione: la bocca che andava da una guancia all’altra, larga come se sorridesse costantemente.

Le braccia nude erano magre, sottili; le dita delle mani affusolate. Si potevano intravedere le ossa del corpo sotto la veste, tanto quella donna era emaciata.

Occhiali dalle lenti oscure le nascondevano gli occhi, proteggendoli dai raggi solari. Infine il suo passo svelto era sempre accompagnato da quello di un cane basso e rasato, legato al guinzaglio.

Tutti in paese l’avevano vista almeno una volta, la osservavano camminare per le vie, ma nessuno pareva conoscerla veramente.

In altri tempi si sarebbe pensato a una donna che nascondesse un misterioso segreto, che fosse una strega o una meretrice. Ma non era nulla di tutto questo. Sapevo che nulla di tutto questo c’entrasse con quella donna e volevo sapere chi fosse, scoprire il segreto della sua vita inimitabile, della sua immagine insolita e ipnotizzante.

Un anno fa non ero ancora una giornalista e mi interessai a lei, stuzzicata dalla sua personalità. Cominciai a cercare varie informazioni e appresi non troppo dopo che era un’artista, una pittrice. Si faceva chiamare Francesca Cognome. Era francese.

 

Quando andai a parlare con la signora Maria, la vicina di casa di quella donna, le chiesi che lavoro facesse, con quale attività pagasse l’affitto.

«Dipinge» esclamò l’anziana dirimpettaia alle mie domande.

«Il proprietario non le chiede l’affitto, vuole i suoi quadri. Una volta lui mi ha confessato che prima o poi varranno moltissimo. Così lei dipinge.»

«E cosa dipinge?» chiesi affascinata. Dovevano essere opere inconsuete per consentirle di non pagare la pigione.

«Non ho mai avuto il piacere di vedere un suo quadro» rispose la vecchia signora con rammarico. Mi guardò intensamente e capii che anche lei aveva desiderato per lungo tempo sapere qualcosa di più su quella misteriosa donna. Ricambiai lo sguardo. Era una brava signora, era stata professoressa di lettere al liceo in città parecchi anni prima; adesso aveva ottant’anni, piccole macchie rosa le coloravano il viso e i capelli erano ormai quasi tutti bianchi. Mi congedai da lei, ritornando sui miei passi, verso casa.

 

 

 

Capitolo II

 

Frequentavo l’università di Palermo, il corso di Lettere moderne, terzo anno. Abitavo in un appartamento vicino al centro con due amiche. Rica iscritta in Economia e finanza. Era straniera, i suoi genitori si erano trasferiti in Italia dal Giappone dieci anni prima che lei nascesse. Giulia, invece, frequentava Psicologia, era stata mia compagna al liceo.

Il secondo venerdì di marzo ero scesa nella mia città per recarmi in tipografia, avrei dovuto stampare la prima copia della tesi, la bozza.

Al tempo mi capitava spesso di vedere Francesca Cognome passeggiare sul lungomare del paese, quella donna bizzarra, straniera, che incuteva soggezione e interesse. Volevo intervistarla. Forse avrei dovuto fermarla per strada e chiederle se fosse stata disposta a rispondere alle mie domande, alle mie curiosità. Ma in fondo non sapevo cosa stessi cercando. Io volevo scrivere, insegnare. Intuivo soltanto che Francesca Cognome sarebbe stata fondamentale per la mia carriera. Era come se il mio successo fosse legato a lei, ne ero irrazionalmente certa.

Decisi allora di chiederle un’intervista. Ma avrei dovuto attendere il momento giusto, l’ipotesi di bloccarla per strada, rischiando di farla sentire aggredita, l’avevo accantonata.

Nelle settimane che seguirono la vidi solamente una volta, ero in macchina con amici. Ebbi qualche attimo per osservarla prima di vederla sparire dietro l’angolo della via. La sua espressione era la stessa di sempre, enigmatica e serena, inquietante per quel suo singolare sorriso.

 

Le coincidenze non sono meri fatti che si verificano. Sono la volontà del destino immaginifico che divinizza le emozioni e accomuna le vite di ogni uomo. Le coincidenze sono esperienze inaspettate. Sempre puntuali. Meno logiche di quanto pensate.

Un pomeriggio andai a correre nel parco della mia città. Aprile stava finendo, le giornate erano più lunghe e la temperatura cominciava ad alzarsi. Feci riscaldamento in una piazzetta da dove non passava quasi mai nessuno. Erano le sette.

La settimana precedente mi avevano offerto di collaborare per un giornale locale e stavo riflettendo su quale argomento scrivere. Mentre procedevo lungo il selciato, avvolta dagli alberi, sentii un urlo. Basse siepi limitavano i lati della strada. Rallentai sino a fermarmi. Ansante tesi le orecchie in ascolto. Mi guardai intorno: non c’era nessuno. Ero sola, ma avanti qualcuno continuava a gridare. Avanzai con passo rapido, tutti i sensi all’erta. Vidi due figure nell’ombra. Un lampione illuminava una superficie ristretta di quella piazzuola, tutto il resto era buio. I rami degli alberi formavano una cupola naturale che adombrava tutto attorno.

Ero preda del panico, del terrore: una donna era trattenuta da un uomo alto. Lei scalciava tentando di liberarsi impotente. Avevo paura. Non seppi di preciso cosa mi spinse ad agire, ma avanzai veloce verso quelle sagome che si divincolavano. Mi bloccai a due metri da loro, non ci fu bisogno di dire nulla. Mi avevano sentita arrivare, tuttavia l’uomo non allentò la presa sulla donna.

«Vai via!» mi urlò sgarbato «Tieni la bocca chiusa e va’ via.» aggiunse minaccioso. Mi guardò negli occhi e fece un sorriso sinistro, perverso, mostrando i suoi piccoli denti gialli. Lo guardai disgustata, era brutto, sgradevole. Era sporco e faceva puzza di piscio. Non riuscii a muovermi, ero paralizzata dalla scena e scoprii di non essere in grado di urlare.

«LASCIAMI, BRUTTO IDIOTA!» intervenne la donna stizzita. Con un misto di inquietudine e sorpresa mi accorsi che era la donna che da tempo cercavo di incontrare, Francesca Cognome. Era rassicurante che non fossi l’unica persona, l’unica donna lì. Per un attimo avevo pensato di essere io la vittima dell’uomo. Mi vergognai immediatamente di quel pensiero.

«LASCIAMI, BRUTTO IDIOTA!» ripeté la donna vestita di nero, sprezzante, sferrando calci sulle gambe di quello.

«Ti pagherò! D’accordo! Ti darò al più presto tutti i soldi! Ti pagherò! Ora lasciami prima che questa povera ragazza si spaventi e fraintenda!» l’uomo la lasciò andare contrariato.

«Ti aspetto domani mattina al negozio» disse burbero e si allontanò borbottando parole che non compresi.

«Va bene, d’accordo!» rispose lei di rimando, spazientita «Tse! Per quattro sudici pennelli e per quel colore scadente fare una scena del genere!» mormorò tra sé «È inaudito!»

Si sistemò il vestito sgualcito. Non aveva gli occhiali da sole, ormai era sera.

«Signora, posso aiutarla? Mi spiace per quello che…»

«È stato un malinteso, cara ragazza,» mi guardò e io per la prima volta vidi il colore dei suoi occhi, erano verdi «non ha tentato di… sì, insomma, non voleva farmi del male» disse «o almeno, spero che non fosse sua intenzione» e guardò torva nella direzione dalla quale era scomparso l’uomo. Si chinò a terra e raccolse la sua borsa.

«Sono mortificata per l’orrido spettacolo che ha inscenato quell’uomo. Ad ogni modo, grazie per esserti avvicinata.»

Le sorrisi timida.

«Di nulla» ero caduta in un terribile equivoco e la signora stava girando su di sé per tornare sui suoi passi. «Aspetti,» cominciai «le andrebbe un caffè?» conclusi lentamente.

Si girò a guardarmi. Era incuriosita da quella mia proposta. Mi fissava basita, non capivo se con un pizzico di interesse. Mi sentivo sotto lo sguardo di un esperto di mobili di fronte ad un’antica chiffoniera: mi stava squadrando in ogni angolo del volto, sembrava che volesse scoprire dove si fosse nascosto il tarlo. Sorrisi trepidante. Chissà da quanto tempo non riceveva un invito. Le sue labbra erano immobili in quel suo ghigno consueto, gli occhi mi analizzavano. Si stava sicuramente chiedendo perché ero lì ad offrirle un caffè a quell’ora, dopo che era stato chiarito il malinteso e lei stava bene. Le sue sopracciglia si inarcarono in maniera curiosa.

Dovevo spiegarmi adeguatamente.

«Mi piacerebbe intervistarla, so che lei dipinge quadri. Io collaboro per un giornale di Palermo.»

Iniziavo a sentirmi a disagio. I suoi occhi mi fissavano scettici, dubbiosi. Sentivo caldo.

«Chi ti ha detto che dipingo?» mi chiese pensierosa.

«Ho chiesto» volevo essere vaga.

«E perché vorresti intervistarmi?»

L’unico suono era il fruscio del vento che muoveva le foglie degli alberi.

«Mi spiace, signorina, ma devo proprio andare adesso» mi rispose all’improvviso, interrompendo la conversazione e celando ogni traccia di diffidenza, il tono fermo e cortese. Mi ringraziò e con passo svelto si allontanò, nella direzione opposta a quella dell’uomo.

Delusa tornai a casa. Dopo essermi rinfrescata e aver cenato, preparai alcune borse, salutai i miei genitori e alle venti e quarantacinque salii in macchina per ritornare a Palermo. In autostrada si era accumulata una lunga coda, rimasi bloccata nel traffico.

Giunta in appartamento con tre quarti d’ora di ritardo, trovai Rica e Giulia che mi attendevano in soggiorno, mi chiesero di uscire con loro. Rifiutai, preferendo rimanere in camera a riposare. Non raccontai quello che era accaduto, né della signora, né del traffico: avevano fretta e io ero molto stanca. Quando uscirono di casa mi andai a distendere sul letto. Presi il libro poggiato sul comodino e accesi una sigaretta. Lessi solo qualche passo, sfogliando pigramente le pagine; spensi la cicca e crollai nel sonno.

 

La mattina, quando aprii gli occhi, ero consapevole che la possibilità di intervistare Francesca Cognome per il giornale, che mi aveva contattata come collaboratrice, era sfumata. Avrei dovuto scrivere riguardo qualcos’altro. Allora accesi il computer e scrissi la recensione di un libro che era stato pubblicato la settimana precedente e che io mi ero premurata di leggere. Erano le nove. Un’ora dopo avevo scritto una pagina e mezza. Lo inviai in allegato via e-mail alla redazione.

Nelle settimane successive mi impegnai a leggere nuove pubblicazioni e a scrivere articoli di critica letteraria. Di sera non uscii spesso. Così un venerdì le mie coinquiline mi invitarono a festeggiare con loro senza darmi la possibilità di rifiutare. C’era sempre un motivo per festeggiare, mi dicevano. Una volta solennizzammo la pensione di un professore di lettere. Un’altra volta brindammo per la nascita di un passerotto su di un albero di fronte la camera di Rica. Addirittura un giorno festeggiammo Giulia perché era stata lasciata dal suo ragazzo dopo quattro anni: a fine serata le sue guance erano bagnate perché aveva riso troppo.

Quella sera non avevano ancora trovato il motivo ufficiale, che poi divenne il motivo ufficioso. Cucinammo un riso pronto ai funghi; Rica preparò una macedonia etnica – Giulia ed io eravamo certe che si trattasse di una ricetta inventata da lei e non certo giapponese – e alle undici andammo a brindare in un locale in centro. Prendemmo un cocktail sedute a un tavolo all’aperto. Verso mezzanotte un ragazzo venne a salutare Giulia. Si erano conosciuti due anni fa in un campo da tennis. Fu molto gentile, si congratulò con me per alcuni articoli che avevo scritto e offrì a tutte un drink. Si aggiunse al gruppo accompagnato da un amico, stavano aspettando un collega. A me cominciò a girare la testa a causa dell’alcool.

Fu strano scoprire che il ragazzo che di lì a poco sarebbe venuto a sedersi al nostro tavolo era stato un mio caro amico.

 

Durante la prima settimana di maggio scesi in paese dalla mia famiglia. Lì avevo poco da fare tutto il giorno. I miei amici studiavano fuori ed io andavo a trovare i miei genitori e a rivedere i posti di quando ero bambina.

Avevo quasi dimenticato la storia della signora Francesca Cognome. Mi ritornò in mente in modo inaspettato una mattina, quando uscii dal parrucchiere. Lei passeggiava sul marciapiede di fronte con il proprio cane. Io sorrisi nel vedere il suo portamento impettito, la sua espressione. Si accorse di me, mi guardò, poi voltò il capo e continuò a camminare diritta.

Entrai in macchina, guidai sino al porticciolo, posteggiai e scesi dallo sportello. Mi accesi una sigaretta e osservai alcune barche allontanarsi dal molo, altre rientrare. Avrei potuto fermare quella donna, ma avevo deciso di non farlo. Adesso volevo pensare soltanto alla mia laurea, non era indispensabile la sua intervista. Poteva tenersi il suo fascino e nasconderlo agli altri. Era un’artista senza pubblico. Scossi la testa non riuscendo a comprendere il suo comportamento. Quale artista voleva davvero sfuggire alla notorietà? Pittore, scrittore, scultore che fosse, per un artista l’arte è lo strumento che eleva ad una superiorità spirituale, ostentare la propria opera diviene motivo di orgoglio e affermazione. Poi ripensai a quando, titubante, temevo il giudizio dei lettori, sebbene fossero amici. Forse si trattava di insicurezza, forse Francesca Cognome non era sicura del valore delle proprie creazioni.

 

«Mamma, stasera non cenerò a casa» dissi a mia madre quando tornò dall’ufficio. Stavo seduta sulla poltrona del soggiorno, un libro tra le mani. Lei posò i sacchi della spesa sul tavolo della cucina.

«Avevo comprato il pesce per stasera,» mi rispose dispiaciuta «lo cucinerò per pranzo, allora.»

«D’accordo» assentii con la testa ritornando alla mia lettura.

«E dove vai?» mi domandò dopo qualche istante.

«Emanuele mi ha invitata al Vittoriani.»

Emanuele era un ragazzo che avevo frequentato per poco più di un mese durante l’ultimo anno di liceo. Fui costretta a lasciarlo perché quando dovevamo parlare era un disastro: incomprensioni, litigi. Il desiderio e la passione si trasformavano in intolleranza e nausea. Per una scrittrice le parole acquistano spesso troppa importanza, tanto da poter indurre a compiere gesti avventati o a far divenire se stesse vittima della finzione. Un buon oratore ha spesso il sopravvento sul cuore di una scrittrice.

A mia madre Emanuele non era mai piaciuto. Dall’alto del suo scranno di genitore desiderava sempre il meglio per la propria figlia e, in base alla sua personale scala di valutazione, Emanuele si trovava al di sotto della sufficienza. Spesso era riuscita ad influenzarmi nelle scelte, ma adesso ero più intransigente.

Lui si era rifatto sentire la settimana precedente ed io avevo accettato il suo invito. L’avermi vista il venerdì sera in compagnia delle mie amiche lo aveva spinto a chiamarmi pochi giorni dopo. Non ci incontravamo da tre anni. Speravo che  il tempo lo avesse fatto maturare.

«Emanuele Girgenti?»

«Si, mamma. Lui.»

Non aggiunse altro e andò a cambiarsi per cucinare. Io sorrisi divertita dalla sua reazione.

 

Erano quasi le otto quando finii di prepararmi. Appena sentii suonare il campanello misi il profumo ed uscii di casa.

Emanuele era bello come lo ricordavo. Biondo, occhi scuri. Speravo che fosse davvero cambiato. Mi sorrise, mi salutò con un bacio sulla guancia e salimmo in macchina come se fosse una di quelle tante sere di tre anni prima.

Accese la musica e l’aria condizionata. Parlammo dell’università, degli ultimi esami da dare e dei progetti del nostro futuro. Ma prima che arrivassimo al ristorante avevamo finito quasi tutti gli argomenti. C’era un certo imbarazzo. Il locale che aveva scelto era elegante e riservato. Un cameriere ci fece accomodare in un tavolo e ordinammo subito. Pochi minuti dopo ci servirono gli antipasti.

Gli parlai della mia nuova vita, delle lezioni di tango che avevo preso il mese scorso e gli raccontai qualcosa sul viaggio che avrei fatto dopo la laurea. Sarei andata in India.

Lui mi scrutava con quello sguardo che già conoscevo, non mi stava ascoltando.

«Tu, invece?» gli chiesi con interesse. Continuava ad osservarmi.

«Io devo sostenere gli ultimi tre esami» mi sorrise e bevve un sorso di vino.

La serata fu piacevole e quando mi accompagnò a casa mi diede un bacio. Lo fermai. Non volevo dargli alcuna certezza. Scesi dall’auto. Sull’uscio della porta di casa, mi girai e lo salutai con un gesto delle dita. Anche a distanza vidi la delusione sul suo volto.

Nei successivi sette giorni ci incontrammo. Con grande amarezza mi accorsi che lui non era affatto cambiato, il lato irresponsabile, immaturo, quello che detestavo, presto risalì a galla, sebbene tentasse in ogni maniera di celarlo.

 

 

 

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