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Toy Story

Claudio Pellerito | Aneddoti di Scena   1 Luglio 2019   4 min.

 

SPOILER ALERT:

Toy Story 4 era indispensabile? No.

Era utile? Sì.

 

RI-SPOILER ALERT:

Toy Story 4 contiene tutti gli elementi che abbiamo già incontrato e amato negli altri tre film: la paura dell’abbandono, il bisogno di una seconda chance, di un nuovo amore, di trovare un senso d’appartenenza, una nuova casa, un senso alla vita stessa, una propria utilità, un proprio posto nel mondo. Quindi perché questo film era utile? Perché, in mezzo all’intrattenimento sempre geniale, ai dettagli sempre più meravigliosamente realistici, ai nuovi giocattoli, alle nuove storie, alle nuove location ecc…, che non guastano mai, arricchiscono la storia e tanto basta, Toy Story 4 chiude finalmente il cerchio del vero protagonista della storia.

Star Wars è la Saga degli Skywalker, Toy Story è la Saga di Woody. Non di Andy, non di Buzz come sembrerebbe (visto che nel primo arriva e scopre di essere un giocattolo, nel secondo scopre chi è suo padre e nel terzo scopre l’amore), ma di Woody. Lo è sempre stata, la sua Storia. È lui che compie l’arco più complesso, perché è quello che si trova più volte davanti a delle scelte difficili e che perde tante cose lungo il cammino; nel 1995 perde “il primato”, quindi l’amore esclusivo da parte di Andy, colui per il quale Woody fa ogni gesto ed ogni scelta, e da quel momento ogni cosa che fa la fa sì per gli altri, per i suoi amici e per il suo senso di responsabilità verso di loro, ma la fa anche e soprattutto per se stesso e per il bene di Andy. Accetta Buzz perché rende felice Andy, nel secondo film non si riunisce con la sua vera famiglia rinnegando le sue origini andando contro Stinky Pete (ecco l’altra sua perdita) e portando invece Jessie e Bullseye da Andy perché non voleva abbandonare lui, il suo bambino. E nel terzo film, dopo avere fatto di tutto per salvare i giocattoli DI ANDY e dopo avere perso anche l’unica cosa che sembrava essere altrettanto importante (Bo Peep, ora ci arriviamo), perde proprio lui: il suo bambino, il suo vero migliore amico, quello che aveva scritto il suo nome sotto il suo piede con quella N al contrario, quello che gli aveva dato una casa, un’importanza, un senso, una responsabilità, un compito, un obiettivo. L’ultima scena del terzo film è straziante e non è proprio un lieto fine: per tutti è un nuovo inizio, una nuova casa, un nuovo motivo di esistere, un nuovo compito, una nuova responsabilità, ma per Woody? Vi ricordate la sua faccia in quella scena? Ecco. Ecco cosa mancava. Probabilmente se non ci avessero dato questa risposta saremmo stati bene lo stesso, perché noi siamo cresciuti con Andy e anche noi abbiamo buttato o dato via vecchi giocattoli e quel bellissimo, commovente passaggio di consegne ci sembrava perfetto così, sanciva anche la fine della nostra infanzia e della nostra adolescenza e andava bene. Ma la saga si intitola “Toy Story”. Sono loro i protagonisti. Woody lo è. E il suo arco narrativo non era chiuso. Il suo Viaggio dell’Eroe aveva avuto tutto, gli ostacoli, gli alleati, gli antagonisti, il partner/aiutante/inizialmente rivale, le perdite, le scelte… Mancava il suo, di lieto fine, mancava la quadratura del cerchio. Cosa mancava? L’amore. Mancava la principessa con cui sposarsi alla fine della Storia. Ed eccola, la sua principessa: una principessa Disney di quelle nuove, di quelle forti, di quelle emancipate, che non ha bisogno di essere salvata, ha solo bisogno di essere amata. E anche Woody ha bisogno di essere amato. Bo Peep se n’è andata da 9 anni, e in quell’occasione Woody ha scelto Andy, come ha sempre fatto fino a questo momento. Andy, Andy, Andy. Il suo bambino, la cui felicità era il solo scopo di Woody. Ma Andy non c’è più. C’è Bonnie, ma non è la stessa cosa, e Toy Story 4 ce lo dice dalla prima scena: Woody è un pesce fuor d’acqua, in camera di Bonnie. Il prologo (commovente, straziante, meraviglioso) e la prima scena ci dicono già come andrà a finire: Woody ha sempre scelto per gli altri, per i suoi amici e per Andy. Ha sempre tenuto le redini, il controllo, si è sempre assunto la responsabilità di tutto e tutti, ma nel quarto film lui stesso capisce di avere esagerato, di avere superato il limite; esagera con Forky, esagera con Buzz, esagera con Bo Peep stessa, esagera con tutti, perché ha un disperato bisogno di sentirsi ancora utile, di sentirsi ancora responsabile, di sentirsi ancora il giocattolo di un bambino, di una bambina, di poter pensare alla sua felicità. Ma alla propria felicità, ci ha mai pensato? Woody è felice? No, lo si capisce per tutto il film. È malinconico, nostalgico, nervoso. Tutti gli altri vecchi giocattoli avranno sì e no due battute ciascuno, perché questo è il SUO film. E, alla fine, per la prima volta, aiutato dal compagno di mille avventure che lo rassicura dicendo che lì, da loro, il suo compito è finito e che Bonnie starà bene, Woody lascia le redini. Appende la stella al chiodo (anzi, la consegna a Jessie perché nei nuovi film Disney il girl power non è mai troppo), abbraccia tutti i suoi vecchi amici e sceglie per se stesso, sceglie per la sua felicità, e sceglie l’amore.

E la “Toy Story” ha avuto veramente, finalmente, il suo lieto fine.

 

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