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Le Pieridi

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   28 Giugno 2019   4 min.

 

Le Pieridi erano nove sorelle a cui gli dèi diedero il dono della voce di Orfeo. Qualsiasi cosa cantassero, erano in grado di piegare i rami degli alberi, e di indurli al pianto attraverso le foglie. La notizia della loro abilità non si fermò nella sola Tracia, terra sulla quale il padre, Piero, governava saggiamente, ma si estese in tutto il mondo allora conosciuto. C’era chi raccontava che le Pieridi avessero indotto il Gran Re dei Persiani a muoversi contro la Grecia, pur possedendo dalla sua parte soltanto un misero esercito – infatti non erano i tempi giusti, questi, per una guerra persiana; altri, invece, avevano plagiato la storia della guerra di Troia, narrando di come la maggiore delle nove sorelle avesse impedito ad Achille di uccidere Ettore con il canto, e che Troia si fosse distrutta per cause del tutto naturali. Si diceva molto altro di loro e delle loro imprese canore. In queste storie, tutte pressoché inventate, c’era un aspetto in comune. Le Pieridi, mortali di stirpe mortale, erano capaci di qualsiasi cosa loro volessero: se un sovrano desiderava la pace, loro potevano indurlo a riconsiderare la sua decisione; se una guerra fratricida spargeva troppo sangue, potevano volgere i loro cuori al punto da mutare l’odio in amore. L’infinita potenza delle loro voci, si diceva, era la causa della ben nota superbia, indegna della dote che portavano.

Un giorno pensarono bene di poter vincere le madri dei poeti, le Muse. Affrontarono un lungo viaggio dalla loro terra fino al monte Elicona, sede del culto secolare alle dee. E quando giunsero al loro cospetto Calliope, la maggiore tra le dee, si levò dal suo trono, e prima che le sfidanti parlassero iniziò a narrare, nelle sue belle note, la storia di Marsia; cantò di come il suono del suo flauto non batté le corde della lira apollinea, e di come la bellezza della sua arte non lo salvò dall’ira del dio. Le Pieridi avevano ascoltato il canto con attenzione, ma non colsero il messaggio che la Prima Musa aveva nascosto nelle belle parole. E Cloride, la più brava tra le sorelle mortali in quell’arte superba, rispose narrando la favola di Apollo e Dafne.

Prese il respiro, e il canto cominciò.

 

***

 

Aveva percorso l’Arcadia ricca di colline, l’Arcadia, madre di Pan e di tutti i fauni, arrivando alle rive del dio-fiume Ladone.

Questi era padre di Dafne, fanciulla vergine, consacrata ad Artemide. Per la freccia dell’odio scagliata da Eros aveva imparato a disprezzare l’amore. E chiunque la desiderasse – era bella, talmente bella che persino le dee avevano accettato di essere seconde a lei – lo rifiutava.
Portava con sé una lancia. E con essa, prendendo bene la mira sul povero malcapitato che la stava inseguendo, lo spaventava a tal punto da cancellare per sempre ogni traccia d’amore per lei…

Cantava così mentre tutto, intorno a lei, si muoveva. Si erano fatti muti gli uccelli del cielo; le fiere, calme, ascoltavano. E il vento scostava il velo dalla fronte di Cloride, mostrandola completamente, come segno della sua empietà.

 

***

 

E raccontò di come suo padre volesse per lei uno sposo dalla nobile stirpe. Ne aveva scelti molti, tutti degni di lei per bontà e per bellezza. Ma Dafne non voleva saperne. Non avrebbe mai toccato un uomo; un uomo mai l’avrebbe toccata.

E mentre andava per le grandi colline, per fuggire suo padre e la sua idea insana, Apollo, il dio-sole, il dio delle menti poetiche, la vide dall’alto del suo trono. Era tremendamente bella. Il cuore del dio, quasi fosse umano, e avesse le stesse bramosie umane, conobbe l’amore. Uno strano pensiero lo invase: perché vedendo la fanciulla di cui aveva intuito il nome, Dafne, leggendole soltanto le labbra assennate, era riuscito a provare nel cuore soltanto il bello dell’amore. Non è dunque, diceva tra sé il dio, come narrano i miei figli, i Poeti. Essi raccontano che, per una goccia di miele, Eros è pronto a gettarti addosso oceani di infinito veleno. Ma tutto, in me, è pace! Tutto, in me, è felicità! Scese sulla terra, Apollo. Andò per inseguirla; gridò a gran voce: – Dafne!
La ragazza sentì che un uomo aveva pronunciato il suo nome, e sapeva cosa sarebbe accaduto. Lo minacciò di andarsene, tenendo in mano la lancia di Artemide. Ma lui non desisteva, e continuava dicendo: – Non è possibile apprezzare abbastanza la vita finché non scopri che ha il nome della persona che ami. Vieni con me, Dafne, ti farò dea! Cosa vorresti di più dell’essere compagna di Apollo?
Dafne fu terribilmente spaventata da quelle parole. Tremava. D’un tratto non seppe tenere la lancia tra le mani, e le sue gambe, come rapide gazzelle, presero il volo verso l’ignoto..
.”

 

***

 

Cloride, la maggiore tra le figlie di Piero, avrebbe voluto cantare della sua metamorfosi in alloro, e di Apollo, che teneva tra le mani il legno di un grande albero, dov’era stata, invece, Dafne fanciulla; avrebbe voluto cantare dei pianti del dio, mentre ascoltava il cuore della giovane battere sotto la bruna corteccia.
Invece le Muse avevano ascoltato abbastanza. Non volevano perdere, né ammettere che il canto della vergine umana avesse superato quello della Musa più grande. Così, all’improvviso, le Pieridi persero la loro forma umana: vennero mutate in corvi; la loro voce divenne la più terribile tra le voci animali, segno di disgrazia e di sventura per chiunque la senta vicina.

 

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