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“Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

Federica Falco | Recensioni   27 Giugno 2019   4 min.

 

Genere: romanzo
Editore: BEAT
Pagine: 476
Anno edizione: 2010
Traduttrice: Antonietta Pastore

 

 

L’autore: Natsume Sōseki nasce nella città di Babashita il 9 febbraio 1867, in un momento di cambiamenti rivoluzionari per il Giappone, collocabili all’interno del processo noto come Restaurazione Meiji.
Studia all’Università Imperiale di Tokyo e per diversi anni dopo la laurea insegna inglese a Tokyo e presso scuole di provincia. Viene poi inviato a Londra come “Japan’s first Japanese English literary scholar”, esperienza che gli permette di avvicinarsi a concetti propri della cultura occidentale.
La sua carriera di Sōseki inizia già nel 1903, con la scrittura di haiku umoristici e bozze letterarie. Nel 1905 pubblica il suo capolavoro Io sono un gatto, dove sviluppa il concetto di prosa “shasei”, una prosa realistica basata non sul naturalismo europeo, ma sulle tradizioni haikai del Giappone. Tra le altre opere ricordiamo: Guanciale d’erba, Il cuore delle cose, Il signorino, E poi, La porta (edizioni Neri Pozza).
Muore il 9 dicembre del 1916, a 49 anni, a causa di un’ulcera duodenale.

 

“Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho”. Proprio così: è un gatto il narratore e protagonista di questo romanzo. La cosa non dovrebbe stupire, se si pensa al ruolo che questi animali ricoprono nella cultura e nella società giapponesi, dove sono veri e propri spettatori d’eccezione della più intima e rituale quotidianità degli abitanti. L’opportunità consegnata al lettore è dunque quella di varcare, con rispetto, la soglia di un’abitazione come tante, di togliersi le scarpe e, a gambe incrociate sul tatami, osservare e ascoltare quanto avviene.
Il padrone di casa, un professore dalla personalità estremamente volubile, convive con la moglie, la serva, e tre figlie. In salotto il gatto accoglie uno dopo l’altro gli ospiti più svariati e ne riporta fedelmente i dialoghi. Un burlone “esteta” come Meitei, un aspirante dottorando in fisica, un filosofo, un poeta in attesa del successo: protagonisti di conversazioni che rispecchiano lo straordinario fermento culturale di una società in evoluzione, come il Giappone dell’Era Meji. Attraverso i loro interventi, le pagine si trasformano in un laboratorio creativo che assimila riferimenti della contemporaneità storica, come la guerra russo-giapponese, con la contrapposizione ideale tra una tradizione costretta all’apertura e un influsso occidentale, ancora non ben metabolizzato. L’ironia felina del cronista alleggerisce e contempera tali umori, arricchendo la narrazione di introspezione psicologica e informazioni di contesto.
L’ideale portante delle riflessioni è un relativismo di straordinaria modernità ed apertura, che tocca gli aspetti più vari della vicenda umana. Gli argomenti che, tra un sorso e l’altro di sakè, si dipanano nel corso delle conversazioni, permettono di inquadrare una visione dell’uomo che non si àncora su precetti granitici, ma fluisce con naturalezza. Sorprendente appare la somiglianza, in questo senso, con i dialoghi filosofici di stampo occidentale, su tutti i dialoghi platonici; sebbene l’opera nasca in una nazione culturalmente agli antipodi rispetto alla nostra, e per di più ancora totalmente isolata dalla rete di scambio internazionale, l’affinità si riscontra nelle modalità espositive e nella caratteristica pluralità di opinioni. Un esempio che rinfocola la fragile prospettiva del confronto tra culture, apparentemente dissimili ma profondamente comuni.
Vero guizzo geniale dell’autore è però la figura del nostro narratore: un felino ironico, scettico, filosofo dotato di profondo acume e sensibilità, appassionato sostenitore dei diritti della sua specie, ma anche dissacrante critico della nostra compagine di uomini. Tra i pezzi di virtuosismo letterario, spiccano le descrizioni del pasto delle povere bimbe di casa e delle terme: da azioni quotidiane di apparente normalità, esse si trasformano in quadri aberranti di follia, che culminano con l’immagine al tempo stesso comica e profonda dei bruti che, nudi, sguazzano senza pudore, prevaricando gli uni sugli altri anche in un contesto tanto futile quanto la scelta della temperatura ideale dell’acqua. Pensatore solitario e leale compagno di pennichelle, il cucciolo graffia e commuove, diventando un compagno di viaggio difficile da dimenticare.
Lo stile, che a primo acchito può risultare ostico e ripetitivo, e l’umorismo, non sempre immediato al lettore di oggi, introduce in un orizzonte letterario per lo più sconosciuto al grande pubblico occidentale, e permette di accostarsi ad un mondo, quello giapponese, estremamente complesso e variegato. Spunto di approfondimento è l’essenziale corredo delle note, che, oltre a fornire una spiegazione ai termini più complessi, introduce alla grande varietà di interessi di un intellettuale d’eccezione come Sōseki.
Io sono un gatto è stato definito “il primo romanzo giapponese moderno”, e, anche ad una prima lettura, è facile capire quanto questa spiegazione sia calzante. Senza abbandonare i fondamenti teorici di una cultura millenaria come quella orientale, l’opera affronta tematiche attuali (quali l’individualismo, il senso dell’unione coniugale, la piaga della depressione e del suicidio) con una lungimiranza sorprendente, senza rinunciare ad una narrazione allegra e piacevole. Lo spunto di riflessione più interessante, da una prospettiva storica e antropologica, è però il dualismo sotteso al testo, così sintetizzato: “la civiltà occidentale è forse positivista e progressista, ma tutto sommato è stata creata da uomini che hanno vissuto tutta la vita scontenti. La civiltà orientale non cerca la propria soddisfazione attraverso il cambiamento di fattori esterni a sé”.
Al di là del giudizio che il singolo lettore sarà libero di esprimere, la lettura di questo romanzo stimola un confronto di cui non si può ignorare la portata.

 

L'autore







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