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Io che ho sempre amato di un altro amore

Marco Corsi | Contrafforti   24 Giugno 2019   2 min.

 

La scena è ormai molto nota. In coda al finale «presto» della Sinfonia degli addii di Haydn, congedandosi con un breve assolo, gli strumenti abbandonano l’esecuzione nell’ordine stabilito: primo oboe e secondo corno, fagotto, secondo oboe e primo corno, contrabbasso, violoncelli, violini di fila (restano solo i violini del primo leggio con sordina), viole. È tutto chiaramente descritto in Wikipedia: i violini del primo leggio, con la sordina, completano l’esecuzione. Non serve leggere né Harrison, né Mordden, né lo studio esegetico di William E. Grimm. Potremmo semmai raccontarla in altro modo, compitando i versi affilati di La separazione, dalla raccolta d’esordio di Franco Buffoni, I tre desideri: «Ciascuno eseguendo / Prima di terminare / Il suo piccolo assolo»…

E pure è bello attardarsi a immaginare lo stupore con cui il principe Nikolaus Esterházy, mecenate e dedicatario dell’opera, deve aver accolto la n. 45, immerso nel fulgore rococò del suo castello di Eszterháza. È il 1772 e siamo nella cittadina oggi chiamata Fertőd, Ungheria nord-occidentale, provincia di Győr-Moson-Sopron al confine con l’Austria, pochi chilometri a sud del Lago di Neusiedl. Fertőd è nata nel 1950 dall’unione dei paesi di Esterháza e Süttör.

Sul modello di Haydn, Raboni compone agli inizi degli anni Ottanta le sue Canzonette mortali per Patrizia Valduga. È la storia di un amore che nelle premesse sembra destinato a spegnersi. Una storia d’amore terribile che vive il pieno sconforto dell’abbandono, perché pezzo dopo pezzo già lo ignudano – il poeta sembra accorgersene – le «spoglie del futuro». In sostanza, un amore messo a nudo dalla paura. Paura che si spenga l’ultimo lume o che, peggio, per indolenza, sotto i gioghi del destino inevitabile, tutto tracimi. Senza opporre resistenza. Per dirla ancora con Buffoni: «Lasciando il movimento spegnere / Sull’ultima battuta / dei violini» («dei», in minuscolo – una svista, mi accorgo così, nella preziosa edizione di San Marco dei Giustiniani, che segnala forse in maniera del tutto ignara l’estremo enjambement).

Ma le «spoglie del futuro» di Raboni, nella loro sostanza di ossimoro, sono la scenografia di un altro mirabile testo, quest’ultimo citato in figura da Valduga nel suo recentissimo Belluno. Andantino e grande fuga (Ah! Ancora un tema musicale!). Si tratta, tornando a Raboni, della suite intitolata Le nozze, esemplata sul celebre ritratto del mercante lucchese Giovanni Arnolfini e della moglie Giovanna Cenami che porta la firma di van Eyck. «Johannes fuit hic», scorcia Raboni. L’anno era il 1434. «Dilla per me, Johannes, la Parola!», risuonerà più tardi Valduga. Come nello specchio convesso, elemento che più di altri connota il quadro del pittore fiammingo, il tema amoroso piega il ritmo delle parole verso il massimo della reticenza. Finché nel punto cieco dello sguardo riflesso individua qualcosa che, dopo un guizzo repentino, svanisce per sempre.

L’ultima nota a mezz’aria nella sordina finale dei violini.

 

Consigli di lettura:

Franco Buffoni, I tre desideri, San Marco dei Giustiniani, Genova 1984
Giovanni Raboni, L’opera poetica, a cura di R. Zucco e con uno scritto di A. Zanzotto, Mondadori, Milano 2006
Patrizia Valduga, Belluno. Andantino e grande fuga, Einaudi, Torino 2019

 

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