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Francesca Maccani, finalista Premio Berto 2019

Claudio Volpe | Interviste   14 Giugno 2019   3 min.

 

Fiori senza destino (SEM) di Francesca Maccani è un piccolo gioiello, un romanzo intenso, crudo ma alla perenne ricerca della bellezza. La vita di studenti e ragazzi della periferia palermitana, le vicende di un’insegnante alla ricerca del senso della vita e la lotta per cambiare il proprio destino sono gli ingredienti di questa storia coinvolgente e vera, sincera, necessaria.
Ecco cosa ci ha raccontato l’autrice.

 

1) Fiori senza destino: perché la scelta di questo titolo? 

Il titolo richiama i protagonisti, dieci adolescenti nati in un quartiere degradato e quindi, come i fiori che spuntano in mezzo al cemento, per quanto tenaci, non sembrano destinati ad avere un destino radioso, tutt’altro.

 

2) Quanto c’è di te nel personaggio di Sara?

C’è molto anche se poi Sara prende la sua strada nel romanzo. Condividiamo il luogo di nascita e la difficoltà di vivere in una città come Palermo.

Io però, a differenza della mia protagonista, so nuotare e amo moltissimo il mare, ho un marito che adoro e che mi è stato vicino nelle mie difficoltà.

 

3) Ci parli dei ragazzi del tuo romanzo?
I ragazzi del mio romanzo sono dieci personaggi apparentemente diversi fra loro, ma accomunati dal fatto di essere tutti compagni di scuola e di vivere a pochi passi l’uno dall’altra.

Le loro storie sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti. Si tratta di ragazzini costretti a crescere troppo in fretta da una serie di circostanze infelici. Ci sono ragazze e ragazzi. Hanno sogni molto semplici, devono badare a se stessi, hanno una spiccata intelligenza sociale.

 

4) Il destino gioca un ruolo importante nel tuo romanzo. Cosa è per te?
Il destino per me è un elemento molto importante, ho sempre creduto che la mia vita in qualche modo seguisse una sorta di disegno superiore. Non sono troppo fatalista, né superstiziosa, ma credo in alcuni segni.

Soprattutto ho imparato che quando una cosa che desidero molto non va come vorrei, significa che per me c’era altro.

«Ogni impedimento è un giovamento», dicono a Palermo. Ho fatto mio questo detto nel senso più propositivo del termine.

 

5) Cosa vuol dire essere insegnante oggi in Italia e a Palermo?   

Per rispondere a questa domanda non basterebbe una pagina intera. Significa fare un lavoro che ami e che non viene riconosciuto né socialmente, né economicamente. Significa stare a contatto ogni giorno con ragazzi che hanno sempre più disagi e difficoltà. Significa prenderli per mano e accompagnarli per un pezzo della loro strada e avere poi il cuore di lasciarli andare.

 

6) Qual è il tuo approccio alla scrittura?

In una sola parola: verghiano. Prosa asciutta, artificio della regressione, empatia scevra da pietismo.

Show don’t tell è una cosa che un caro amico editor mi ha inculcato fin dalla prima stesura del mio romanzo.

Mostrare, raccontare, far vedere senza dire troppo.

Ho una scrittura molto sintetica e poco descrittiva, quasi giornalistica credo, in alcuni punti un po’ ermetica perfino.

Adozro gli scrittori americani e le prose affilate come rasoi.

 

7) Ci racconti la gestazione di questo romanzo?

Il romanzo nasce dopo il saggio La cattiva scuola (ed. Tlon) con il quale io e Stefania Auci (sì, proprio la scrittrice dei Florio in testa alle classifiche) abbiamo vinto il premio Donna del Mediterraneo nel 2018.

Il saggio parlava di scuola, nella fattispecie della legge 107. In questo pamphlet sia Stefania che io raccontavamo brevemente le nostre esperienze di lavoro allo Zen e al Cep. Le persone volevano sempre che raccontassi loro queste storie. Da lì l’idea di farne un romanzo.

 

8) Nuovi progetti?

Per ora sto seguendo le presentazioni dei Fiori e sono impegnata nella promozione. Sono pure finalista al Premio Berto e fra un paio di settimane sarò alla cerimonia finale.

Certo tornerò a scrivere, magari in estate quando la scuola è chiusa. Ho bisogno di tirare un po’ il fiato prima. Questi ultimi mesi sono stati davvero molto intensi. Bellissimi, ricchi di emozioni e soddisfazioni ma davvero impegnativi specie per una mamma di tre bimbi ancora non del tutto autonomi.

Vorrei tanto avere più tempo per leggere, come facevo prima, quello sì, perché per me lettura e scrittura corrono sullo stesso binario.

L'autore







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