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Da Nettie Honeyball a Barbara Bonansea: origini e traguardi del calcio femminile

Nicolò Vallone | Lo Sport nel Vallone   13 Giugno 2019   9 min.

 

All’alba dell’estate 2019 anche in Italia i Mondiali di calcio femminile hanno il seguito che meritano. Complice l’interessamento di Federcalcio e grandi club, e la contestuale qualificazione delle Azzurre alla Coppa del Mondo a distanza di venti anni dall’ultima volta, i media e gli appassionati stanno finalmente rivolgendo la giusta attenzione a quella grossa porzione dell’universo del pallone in cui le protagoniste sono le donne. Venerdì scorso sono iniziati i Mondiali in Francia, e mai come in questa ottava edizione avvertiamo nel nostro Paese un entusiasmo brulicante nei confronti della kermesse iridata. Ci sembra doveroso allora lanciare un lungo sguardo retrospettivo fin dove tutto è iniziato…

Il gioco del calcio venne codificato nel 1863 nella Freemasons’ Tavern di Londra, e nacque come sport maschile. Se ancora oggi, del resto, i pregiudizi di genere non sono del tutto sopiti anche nell’avanzato Occidente, figuriamoci quale poteva essere la considerazione della pratica sportiva femminile nella seconda metà del XIX secolo. Era un’eresia pensare che gentili fanciulle potessero misurarsi in competizioni fatte di corsa, sudore, scontri fisici. Il calcio, come quasi tutti gli sport, era un gioco ‘maschio’.

Eppure, proprio in quella stessa Gran Bretagna che aveva dato i natali al calcio, germogliò il seme della riscossa femminile. Così come per il diritto di voto divampava il movimento delle suffragette, anche il calcio (che già ai primordi iniziava ad assumere i contorni di uno straordinario fenomeno sociale) ebbe dalla sua parte un gruppo di donne che osarono per prime cimentarsi in un’attività riservata agli uomini. La prima sfida calcistica al femminile mai documentata risale al 7 maggio 1881, allo stadio di Easter Road a Edimburgo, in Scozia: davanti a un migliaio di persone, una formazione di donne scozzesi sconfisse 3-0 una selezione di donne inglesi. I tempi però non era ancora maturi: altri match si giocarono negli anni successivi, sempre in Scozia, ma in maniera sporadica, anche perché lo sdegno del mondo maschile portava, nel migliore dei casi, a commenti salaci o scandalizzati, e nel peggiore dei casi a vere e proprie aggressioni per allontanare le giocatrici dal campo.

Una volta che la miccia era stata innescata, però, non si poteva arrestare il processo. Per contribuire a sdoganare l’idea di un calcio praticato dal ‘gentil sesso’, ci voleva qualcuno che intraprendesse un’iniziativa forte e la portasse avanti con determinazione. Questa pioniera fu un’intraprendente londinese che rispondeva al nome (vero) di Jessie Allen e a quello (da “battaglia”) di Nettie Honeyball. La Allen/Honeyball faceva la cassiera in una drogheria: affascinata dalle appassionate discussioni calcistiche dei clienti del negozio, decise di utilizzare quello sport come mezzo di emancipazione femminile. Riuscì a riunire una trentina di ragazze, grazie anche al supporto economico della fervente femminista scozzese Lady Florence Dixie, e fondò così il British Ladies FC, con l’intenzione dichiarata di confutare la visione imperante delle donne di creature ornamentali e inutili, e propugnare un futuro in cui le donne potessero avere pari diritti rispetto agli uomini e voce in capitolo nelle questioni più importanti. In questo volenteroso manipolo figurava un’altra attivista scozzese: Helen Matthews, che giocava con lo pseudonimo di Mrs. Graham.

 

British Ladies FC

 

Jessie Allen/Nettie Honeyball convinse Bill Julian, esperto difensore del Tottenham, a far loro da allenatore, e divise il nutrito gruppo in due squadre, chiamate North e South. L’attività del team durò circa un paio d’anni, tra il 1895 e il 1896, e consistette in un tour di partite North vs. South in tutta l’Inghilterra, che arrivarono ad attirare fino a 10 mila spettatori. Le British Ladies mettevano in mostra qualità tecniche magari non eccelse, ma dimostravano che le donne, senza necessariamente rinunciare alla propria femminilità, potevano mettere da parte i corsetti e indossare i pantaloncini, e intrattenere anch’esse un pubblico cercando di contendersi una palla da scagliare in una porta. Organizzarono decine di incontri, finché la mancanza di fondi e la crescente ostilità attorno a loro portarono allo scioglimento della squadra. Un esperimento breve, ma molto intenso.

Il boom definitivo del calcio femminile ci mantiene dentro i confini del Regno Unito. Nella Prima Guerra Mondiale, mentre gli uomini erano impegnati al fronte le donne lavoravano nell’industria pesante. E tra una pausa pranzo e l’altra, presero vita squadre e tornei. Nel 1917 nacque la Munitionettes’ Cup, torneo tra squadre femminili formate da lavoratrici delle fabbriche di munizioni, e il giorno di Santo Stefano dello stesso anno si tenne una sfida internazionale: al Grosvenor Park di Belfast, davanti a ben 20 mila spettatori, una formazione di ragazze inglesi sconfisse 4-1 una selezione di ragazze provenienti da tutta l’Irlanda. Tra i numerosi club femminili nati in quel periodo, il più celebre e duraturo fu il Dick Kerr’s Ladies, fondato negli stabilimenti della Dick, Kerr & co. a Preston (nel Lancashire). La squadra della Dick Kerr giocò moltissime partite, i cui incassi furono devoluti all’assistenza per gli invalidi di guerra, e nel 1920 si spinse addirittura oltre la Manica, andando ad affrontare varie selezioni francesi: in Francia era infatti molto attiva Alice Milliat, formidabile promotrice dello sport femminile che nella prima metà del Novecento contribuì all’aumento delle discipline olimpiche aperte alle donne. Ci fu il suo zampino anche dietro quella tournée delle Dick Kerr’s Ladies.

 

Dick Kerr’s Ladies

 

Tornate in patria, le ragazze della Dick Kerr avevano ormai acquisito una fama consistente: alcune giocatrici, su tutte l’ala sinistra Lily Parr, divennero le prime vere star nella storia del calcio femminile (e la Parr è forse la prima sportiva apertamente lesbica, precedendo future icone come ad esempio le tenniste Billie Jean King e Martina Navratilova). Addirittura, un match tra il Dick Kerr’s Ladies e il St. Helen, disputato a Liverpool, nell’impianto di Goodison Park, il 26 dicembre 1920, richiamò circa 53 mila spettatori: un record di pubblico che ha resistito addirittura fino… al 2019, essendo stato superato solo il 17 marzo di quest’anno, dai 60.739 spettatori accorsi al Wanda Metropolitano di Madrid per assistere ad Atletico-Barcellona, match clou della Liga spagnola femminile.

Numeri del genere indispettirono la FA (Football Association, la Federcalcio inglese), che il 5 dicembre 1921 bandì ufficialmente il calcio femminile: da lì per i successivi 50 anni, nessun match tra donne si sarebbe potuto disputare su un campo affiliato alla FA. Ciò volle dire relegare l’attività calcistica femminile in modeste strutture, tarpando le ali al movimento, fino al 1971. Nel frattempo, però, le Dick Kerr’s Ladies proseguirono la loro attività in giro per il mondo: negli anni Venti andarono in tour in Canada e USA, e riuscirono persino a battere una squadra maschile americana!

Le donne, via via che il XX secolo avanzava con tutta la sua carovana di guerre calde e fredde, dittature e rivoluzioni, crescita demografica e progresso scientifico, iniziarono a giocare a pallone in maniera strutturata ben al di fuori della vecchia Inghilterra (come anche si è potuto intuire dai tour esteri delle Dick Kerr’s Ladies). Soprattutto nei Paesi del centro-nord Europa (Germania e Scandinavia), in Brasile (dove il calcio è una religione), in Oceania e in nord-America: negli USA, mentre gli uomini eccellono negli “sport americani” come basket, hockey, football e baseball, le donne si sono buttate nel calcio, e la nazionale femminile statunitense ha il record di vittorie ai Mondiali e ai Giochi Olimpici. Ma il calcio femminile ha preso piede anche in Estremo Oriente (il Giappone ha vinto i Mondiali nel 2011) e, più di recente, in Africa. Difficile invece la situazione nel mondo arabo, alle prese con i ben noti problemi circa la condizione della donna.

Il calcio femminile è stato introdotto alle Olimpiadi nel 1996 e i Mondiali erano stati creati pochi anni prima, nel 1991. Nei Paesi dove si è maggiormente diffuso, si è dotato di una struttura professionistica con poco da invidiare a quello maschile: parliamo ad esempio di USA, Francia (dove non a caso si svolgono questi Mondiali, e dove non a caso il Lione vince la Women’s Champions League da 4 anni di fila), Inghilterra (da dopo la caduta del bando del ‘21), Germania, Svezia, Brasile, Giappone, Australia… Ma in altri Paesi, come in Italia o in Spagna, si sono costituite realtà di ottimo livello pur restando per ora in un contesto giuridicamente dilettantistico.

In totale, nel mondo ci sono circa 5 milioni di calciatrici (di cui quasi 25 mila in Italia). E atlete come l’americana Hope Solo o la brasiliana Marta sono delle star riconoscibili anche al di là del calcio. L’interesse del pubblico, e di conseguenza il giro di denaro, non è lo stesso del calcio maschile, che del resto è lo sport più seguito al mondo; ed è difficile prevedere se mai si arriverà allo stesso livello di mediaticità e ricchezza. Ma è altresì evidente che nel mondo il calcio femminile sta ottenendo una risonanza, una promozione e una diffusione sempre maggiori.

 

Hope Solo

 

E l’Italia? La prima squadra di cui si ha notizia è il Gruppo Femminile Calcistico, fondato a Milano nel febbraio 1933. L’iniziativa ebbe seguito, dato che sorsero nei mesi successivi nuove squadre in varie città. Ma il CONI, presieduto da Achille Starace (segretario del Partito Nazionale Fascista), decise di porre subito un freno: similmente a quanto accaduto in Inghilterra nel decennio precedente, la pratica calcistica femminile nel nostro Paese fu bandita ufficialmente. Il fenomeno poté riprendere piede a regime caduto e a Seconda Guerra Mondiale terminata. Nel 1946 furono fondate due squadre a Trieste, negli anni Cinquanta ci furono analoghe iniziative a Roma e a Napoli, e negli anni Sessanta fu la volta di Milano. Squadre femminili nascevano e giocavano partite amichevoli: mancava la creazione di una Federazione e quindi di un campionato.

L’anno decisivo è il 1968, con la creazione della cosiddetta Federazione di Viareggio e l’organizzazione del primo campionato (vinto dal Genova). Tra allargamenti di squadre e continue scissioni e turbolenze in seno alla Federazione, nel 1986 il calcio femminile venne affiliato direttamente alla FIGC (la Federcalcio italiana). Per la precisione, venne creata una Divisione Calcio Femminile all’interno della Lega Nazionale Dilettanti, affiliata per l’appunto alla FIGC. In quel momento il campionato era suddiviso in 4 categorie: Serie A, B, C e D. Oggi le categorie sono 5: la vecchia Serie D è stata infatti scorporata in due categorie regionali chiamate Eccellenza e Promozione.

In 40 anni di attività ufficialmente strutturata il calcio femminile italiano ha prodotto discrete realtà, pur senza mai eccellere a livello mondiale, riuscendo anche ad attrarre giocatrici dall’estero. Il periodo di maggiore ribalta risale agli anni Novanta, e coincise grosso modo con l’attività di Carolina Morace, la più forte calciatrice italiana di sempre, capace di vincere 12 scudetti e altrettante classifiche cannonieri del campionato. La Morace, che per un paio di mesi nel 1999 allenò persino una squadra maschile (la Viterbese, in Serie C), si è poi fatta conoscere all’estero come CT delle Nazionali femminili di Italia, Canada e Trinidad & Tobago, ed è oggi il volto più noto del calcio femminile italiano. Un’altra donna iconica è Patrizia Panico, in attività dal 1993 al 2016, che detiene il primato di presenze (204) e gol (110) in Nazionale.

 

Carolina Morace

 

In quei mitici anni Novanta l’Italia può vantare due partecipazioni ai Mondiali (1991 e 1999) e due secondi posti, alias finali perse, agli Europei (1993 e 1997). Dopodiché, il nulla o quasi. La rinascita è però sbocciata l’anno scorso, con la qualificazione ai Mondiali di Francia 2019 sotto la guida di un’allenatrice esperta come Milena Bertolini. A ben vedere, il 2018 è stato a tutti gli effetti un anno topico per il calcio femminile italiano: mentre la Nazionale festeggiava il ritorno ai Mondiali a distanza di 20 anni dall’ultima volta, la FIGC ha preso in carico direttamente l’organizzazione dei due campionati maggiori, ossia Serie A e Serie B, lasciando alla Lega Nazionale Dilettanti solo Serie C, Eccellenza e Promozione.

Questo ingresso diretto della FIGC ai massimi livelli del calcio femminile è arrivato tre anni dopo la fatidica frase “Basta dare soldi a queste quattro lesbiche” pronunciata da Felice Belloli, all’epoca presidente nientemeno che della Lega Nazionale Dilettanti. È stata la dimostrazione, da parte della Federcalcio, di aver preso a cuore la questione legata alla pratica calcistica delle donne. Una conseguenza tangibile di questo ‘nuovo corso’ è stato l’accordo trovato con Sky per la copertura televisiva della Serie A femminile 2018-2019: una partita trasmessa in diretta e svariate rubriche di approfondimento durante la settimana. Una vetrina televisiva di rilievo, un mezzo potentissimo di diffusione.

Ma prima ancora di prendersi carico direttamente di Serie A e B femminili, la FIGC aveva inferto uno scossone decisivo. Nel 2016, infatti, divenne obbligatorio per i club maschili di Serie A dotarsi di una squadra femminile. Prima di allora, solo Fiorentina e Lazio avevano la propria squadra femminile. Da quel fatidico anno, la Serie A femminile ha iniziato a popolarsi di nomi altisonanti come Juventus, Milan (allenato nell’ultima stagione da Carolina Morace), Roma, Sassuolo, Atalanta, Chievo, Hellas… e l’anno prossimo ci saranno pure Empoli e Inter. Uno sgambetto al romanticismo di provincia che storicamente ha visto società come Torres, Tavagnacco o Bardolino recitare il ruolo di protagoniste nel calcio femminile, ma una mossa vincente per innalzare gli standard e adeguarsi alle nuove sfide.

Questo legame ormai ben allacciato tra i ricchi club professionistici maschili e il calcio femminile non può che fare da traino per il movimento, portando soldi, attrattività e quindi competitività. Oltre a solide strutture logistiche, tecniche e organizzative, sinonimo di crescita più rapida ed efficace. Nel frattempo, domenica pomeriggio oltre 3 milioni di telespettatori e telespettatrici hanno esultato per i gol di Barbara Bonansea che hanno permesso alla Nazionale azzurra di battere l’Australia nel match d’esordio ai Mondiali francesi. Sperando che il cammino sia più lungo possibile, e che questa sia la scintilla decisiva per un deciso progresso del calcio femminile italiano.

 

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