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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Clizia

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   2 Maggio 2019   2 min.

 

“Come è bello l’Amore!” cantava Leucotoe, la dea dai capelli d’argento, “Se esistesse qualcosa di più bello dell’Amore, avrebbe il suo nome e il suo aspetto. E noi ne canteremmo la bellezza come i vinti celebrano i propri vincitori. Dunque, Afrodite, noi staremo qui ad attenderlo, come la foglia di gelso al passaggio del vento, verso i mari del sud.”

Le sue compagne, accorse sotto lo sperone di roccia su cui Leucotoe passava il suo tempo, piangendo e cantando l’amore, si erano stancate di ascoltarla. Le parole e la musica, da secoli, erano costantemente uguali. Eppure, quasi non le avesse mai udite, Clizia, la figlia del fiume, si lasciò trasportare dalle stesse note, dalle stesse parole, dalle stesse lacrime di sempre. E ripeteva, tra sé e sé, quasi fosse una preghiera, “Signora, divina Afrodite, io ho avuto la pazienza di aspettarti per molto tempo; chissà se potrai premiare anche lui… Lui è bello. E se ha già una donna che lo desidera, perché non far nascere nel suo cuore il sentimento? Cos’ha in meno di me che lo amo?” Tali pensieri trascinavano pure una lieve malinconia: a nulla era infatti servita, fino a quel momento, la speranza.

***

“Io sono innamorata.” disse, un giorno, alla nutrice premurosa.

“Di chi sei innamorata?”

“Del dio che trascina la grande Stella sul carro!”

“E chi non lo ama?” le rispose la vecchia “Senza i raggi del Sole non avrebbe senso vivere, e non potremmo, noi immortali, godere dei pomeriggi estivi se non sentissimo la loro mancanza durante i freddi inverni.” Ma come Clizia amava il dio dai capelli di fuoco nessuno avrebbe mai potuto capirlo. La Pietà che si deve agli dèi porta a una devozione totalmente diversa. Lei amava il Sole come una ninfa ama il pastore che veglia le capre sui monti, come la Luna ama il riflesso nell’acqua, tanto da piangerci sopra i suoi raggi d’argento. Nulla di tutto questo era innaturale nel suo cuore: quando il dio si levava da oriente, i suoi occhi si illuminavano di una luce più forte; e la notte che porta sollievo era, al contrario, disperazione totale. Il dio non voleva saperne di lei. Non trovava Clizia tanto bella da meritarlo. Eppure chi altri l’aveva guardato, prima d’allora, scoprendo che nello splendore dei suoi raggi si nascondono due occhi come in ogni altro essere, due occhi azzurri come il mare? Soltanto Clizia, la figlia del fiume; che ebbe il coraggio di amare, ma non la forza di tollerare l’indifferenza – “Di fanciulle e di donne il mondo ne è pieno” cantava Leucotoe” e un dio ha il diritto di amarle tutte e di amarne nessuna.”

Si dice che Amore si distrugga per il troppo amare, oppure si trasformi nella brace su cui viene sacrificata la fiamma della vita. Clizia ne è l’infelice ammonimento. “Muoio” furono queste le sue ultime parole “tradita dal sentimento più bello che possa esistere.” Ma la sua metamorfosi in girasole non placò la sua sofferenza. Ancora oggi, legata al terreno da radici ben salde, apre i suoi petali al dio che l’ha condannata, per sempre, allo stesso desiderio infelice.

 

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