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Rapaci

Tancredi Greco | I racconti della stella Arturo   29 Aprile 2019   5 min.

 

Era l’ultima Fabbrini rimasta ora. E non sapeva come rimettere insieme i pezzi di una vita andata in frantumi.

Era passata una settimana da quando sua madre era spirata in quella casa. Aveva preparato i bagagli prima di andarsene: aveva raccolto tutti i pezzi di sé che aveva perso per strada e li aveva stipati in quella stanza. C’erano cartoline, lettere, libri, ricettari, gioielli, vestiti, scarpe, profumi e persino lenzuola. Era morta come un faraone, in una camera sepolcrale piena di ricchezze.

Quando la vicina di casa, la vecchia Cinzia, l’aveva chiamata per darle la triste notizia, Anna non riusciva a crederci. La madre era sana come un pesce l’ultima volta che l’aveva vista e lo era ancora secondo le voci che giravano per il paese. Di sicuro, però, non stava più tanto bene di testa.

Sua mamma era una restauratrice e un’artista. Quando si sedeva davanti al tavolo di lavoro e indossava i suoi occhialetti, tutto ciò che era al di fuori del suo lavoro smetteva di avere importanza, Anna compresa. La sua grande passione erano le tarsie lignee: nessun artigiano era abile come lei nel decorare i mobili e la chiamavano da ogni parte d’Italia per restaurare opere intarsiate.

Ora in quella stanza giacevano varie assi di legno che sua madre avrebbe saputo riconoscere dal colore e dall’odore; per Anna, invece, quei legni erano sempre stati muti e sua madre non l’aveva mai perdonata per questo. In mezzo a quelle assi c’erano opere iniziate e mai finite, disegni e schizzi: alcuni di questi raffiguravano figure demoniache con ali, artigli e occhi da rapace. Sul tavolo c’era quello che doveva essere il suo capolavoro, cioè la perfetta imitazione del gufo reale di Fra Giovanni da Verona, rappresentato nelle tarsie lignee della chiesa di Santa Maria in Organo. Più volte aveva provato a replicare quell’opera e finalmente era riuscita a rendere perfettamente con la tecnica dell’intarsio ogni piuma e quello sguardo inespressivo e inquietante da rapace. Era ossessionata dagli strigiformi e ne possedeva alcuni imbalsamati: i soli testimoni della sua morte erano stati una civetta, un allocco e un assiolo; loro avevano vegliato sul suo cadavere nei giorni in cui era rimasto chiuso a imputridirsi in quella stanza.

Da quando, venti anni prima, suo padre era scappato con l’amante, Anna aveva visto sua madre perdere progressivamente il lume della ragione. Se ne stava sempre chiusa in officina e parlava con le sue stesse opere. Quando si accorse per la prima volta della follia della madre, Anna ne rimase sconvolta e terrorizzata: l’aveva sentita gridare nella bottega ed era subito accorsa, pensando che fosse stata aggredita da qualcuno; invece, giaceva per terra, con in mano un martello insanguinato, circondata dalle piume e dalle budella di un piccione, la cui testa era stata fissata con un chiodo ad un tabernacolo in restauro. Poi la sorprese mentre strappava e si infilava in bocca uno dei suoi disegni. Si rivolse, allora, all’unico psichiatra del paese e la terapia parve funzionare. Solo negli ultimi tempi sua madre aveva ricominciato a comportarsi in modo strano. Non usciva quasi mai e, quando lo faceva, sembrava costantemente di fretta e impaurita da qualcosa, come se qualcuno la stesse inseguendo: forse aveva capito che la morte si stava avvicinando.

Anna era l’unica rimasta ora, l’ultima dei Fabbrini, e portava il peso di un’eredità che non aveva mai raccolto: avrebbe dovuto chiudere l’attività della madre. Sin dalla nascita era stata priva di qualsiasi abilità manuale: non sapeva usare gli strumenti del mestiere senza farsi male, non sapeva cucire né riconoscere il lino o la seta al tatto e, crimine più grave di tutti, non sapeva nemmeno amare quei prodotti realizzati con tanta fatica. Ad Anna piaceva la natura e amava quando suo padre la portava nei giardini in cui lavorava o al mare e, appena si alzava il vento, subito si tuffavano in acqua; lui la prendeva con le sue braccia grosse e pelose e la lanciava contro le onde.

Tutto questo era solo un lontano ricordo: suo padre non aveva avuto nemmeno la dignità di presentarsi al funerale di sua madre. Ormai non ricordava più nemmeno i lineamenti del suo volto o il colore degli occhi: per quanto ci provasse, era come se, al loro posto, ci fossero due grandi buchi neri.

Si ricordava bene la sera in cui suo padre se n’era andato. Ricordava le grida e le lacrime di sua madre e lo sprezzante sorriso che lui ostentava mentre preparava le valigie. Era spaventata e osservava la scena di nascosto. Per la prima volta vide il lampo della follia guizzare negli occhi della madre mentre scagliava per terra piatti e bicchieri. L’unica cosa che non ricordava era il momento in cui aveva detto addio a suo padre. Forse se n’era andato senza nemmeno salutare, pronto ad abbracciare la sua nuova famiglia.

Ora Anna cercava degli indizi, delle tracce per ricostruire quella vita perduta. Passava ore in silenzio a dialogare con la sua lapide muta e poi andava in paese a chiedere di lei, che gente frequentava e come si comportava con loro. Non trovava prove della sua follia fra le sue amiche. E, allora, perché parlava da sola? Perché disegnava ossessivamente demoni e rapaci? Iniziò, quindi, a rovistare nel negozio e trovò le lettere che sua madre e sua zia Angela si erano scambiate. Ogni anno, dal 1960 al 1969, Angela Fabbrini le scriveva dal sanatorio in cui aveva passato gran parte della sua vita per via delle sue “manie di persecuzione”. Nell’ultima lettera prima della sua morte aveva scritto alla madre di Anna: “stanno arrivando da te”.

Mentre leggeva queste lettere, all’improvviso Anna sentì un suono dietro di lei. Ebbe l’impulso di voltarsi, ma la paura la bloccò. Non riusciva a muovere un muscolo. Sentiva qualcosa strisciare alle sue spalle. Questa cosa respirava a malapena, rantolava, e allo stesso tempo sembrava ridere. La temperatura calò improvvisamente: dei brividi scuotevano il suo corpo da capo a piedi e cominciò a tremare. Quando finalmente riuscì a girarsi, la stanza era vuota. Si lasciò andare su una sedia sospirando. Cosa le era preso? Stava impazzendo anche lei? Pensò di aver bisogno di riposo. Ma, non appena si alzò, notò una cosa che prima non aveva mai visto: agli uccelli imbalsamati posti sulla mensola mancavano gli occhi.  Sapeva che nella tassidermia gli occhi dell’animale erano una delle prime cose che venivano rimosse, ma in genere si sostituivano con delle fedeli riproduzioni. Possibile che sua madre li avesse lasciati così? O – ma perché mai? – li aveva tolti? A dire il vero, le sembrava strano di non essersene accorta prima. Aveva proprio bisogno di riposo.

Il giorno dopo continuò le sue ricerche nella bottega. Mentre rovistava nei cassetti dei mobili che stava restaurando, spostando una vecchia cassettiera di castagno, notò una piccola botola sul pavimento che non aveva mai visto prima. Sapeva che non doveva aprirla. Lo sentiva. Voleva andarsene e non mettere più piede in quel posto. Ma un altro impulso, più antico, più oscuro, le impediva di fermarsi ora. La aprì e iniziò a scendere delle scale a pioli che sembravano perdersi nel vuoto. Un fetore insopportabile la investì all’improvviso e le sembrò di sentire una risata lontana che proveniva dal buio. Non appena i piedi toccarono il pavimento e lei si voltò a scrutare le tenebre, ricordò tutto.

Ricordò che quella sera suo padre non aveva mai lasciato la casa. Anna gli aveva detto addio nel momento in cui aveva afferrato le forbici sul tavolo da lavoro della madre e gliele aveva infilzate prima in un occhio, poi nell’altro. Sua madre aveva solo finito il lavoro: lo aveva colpito in testa con un martello e poi aveva trascinato il corpo senza vita in quello scantinato. Anna ricordò la violenza di suo padre, che ogni sera picchiava la madre e  usciva sempre con una donna diversa. Ricordò che non avevano mai fatto il bagno insieme al mare, nonostante lei lo avesse sempre desiderato. Ricordò quell’insano senso di sollievo e di libertà che provarono alla fine di tutto.

Improvvisamente dalle tenebre emersero tre figure femminili; i loro occhi gialli e i loro artigli scintillavano nel buio. Dalle bocche contratte in un ghigno colavano giù dei rivoli di sangue e ridevano sguaiatamente facendo rimbombare la loro sinistra risata in tutto lo scantinato. Eccole, finalmente davanti a lei. Le Vendicatrici erano venute a riscuotere il conto. Le Erinni non se ne sarebbero più andate.

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