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Perseo (parte terza)

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   25 Aprile 2019   6 min.

 

Così Perseo, avendo sulle sue spalle il peso della promessa, fu costretto a partire per il paese dei Cimmeri, patria delle Gorgoni. Dalla sua parte aveva due divinità, figlie entrambe di Zeus: Atena ed Hèrmes.

La sera prima della partenza li pregò intensamente, perché lo aiutassero nell’impresa. E questi, lasciando la dimora dell’Olimpo, e i loro servigi al più sommo tra i Numi celesti, si recarono da lui, al suo fianco. Portarono, ciascuno, un dono forgiato da Efesto; Atena estrasse dal fodero la sua spada di bronzo, sulla quale colava ancora il sangue del titano Pallante; la porse nelle mani di Perseo, e lo benedisse libandolo con l’olio del suo sacro ulivo. Hèrmes, che aveva avuto da Zeus il dono del piede veloce, inginocchiandosi ai piedi dell’eroe, legò alle caviglie i nastri di cuoio dei sandali alati. Le piccole alucce sventolavano di qua e di là, quasi avessero avuto bisogno di un piccolo morso che le domasse. Ma, non appena furono calzate ai piedi del figlio di Danae, riconobbero di servire uno dei figli di Zeus, e si placarono. La vestizione dell’eroe fu completa; ma mancavano ancora le parole delle due divinità, perché anche il cuore di Perseo fosse pronto a quella che sarebbe stata una delle imprese più grandi: privare della vita un essere destinato a non morire mai.

“Fratello nostro,” disse Atena, accarezzandogli il viso, “vai per la tua gloria. Non pensare alla morte; non ne sei destinato. Pensa, invece, che da questa tua impresa nasceranno altri valorosi eroi, pronti a lottare perché l’uomo possa essere considerato il più grande tra i sudditi di Zeus, tuo e nostro padre. In ogni caso non sei solo, no! Hai noi con te. Hai Hèrmes, il dio ingannatore, il dio veloce! Hai Atena, la dea della ragione che sconfigge i mostri; la dea della Sapienza che scaccia via il fumo della Guerra! Noi, tendendoti la mano, ti veniamo in soccorso; e senza pensarci due volte favoriremo la tua vittoria. Abbi fiducia in noi, e non sperare nella morte!”
Hèrmes, che era un gran paroliere, dovette riconoscere la bravura retorica di Atena; per cui scelse di tacere, annuendo ogni volta che secondo lui la dea portasse in suo favore un’argomentazione convincente. E quando gli dèi sparirono alla vista del giovane Perseo, il Sole era già sorto. Fu per lui il momento di levarsi in volo.

***

Il paese del Cimmeri, dove Perseo era diretto, era un grande regno molto distante dal mondo che gli antici conoscevano. Sorgeva al di là delle montagne che proteggevano il paese degli Iperborei dalla furia dei venti più forti, i quali devastavano invece i campi, le foreste, le città dei Cimmeri. Questi erano un popolo dall’aspetto terribile, dedito alle attività più barbare, perché barbaro era il luogo che li aveva resi così violenti verso il prossimo. Le Gorgoni erano le loro tremende regine, e assomigliavano loro anche fisicamente: erano tre creature dalla statura imponente, il cui volto ripugnante seminava terrore a chiunque – e, infatti, i loro occhi erano capaci di mutare in pietra qualsiasi cosa vedessero; nodi di mille serpenti circondavano la loro testa, strisciando uno sopra l’altro, sporcavano il pallore del loro viso; il loro corpo nudo era ricoperto dalle piume delle loro ali, nere come la pece, dalle quali spuntavano cinque paia di mani che parevano fatte d’oro; in realtà il colore era della carne in putrefazione. Dall’isola di Serifo, il luogo da cui volando Perseo era partito, al paese del Cimmeri c’era una distanza insormontabile per qualsiasi mortale. Lo stesso eroe, pur aiutato dalle ali divine e dalla sua forza di volontà, sopportò con molta fatica l’estenuante viaggio.

E quando superò i monti che facevano da scudo al mondo degli uomini comuni, e calò a terra per riposare, fu sopraffatto dalla fittissima nebbia che circondava il paese, generata – a quanto si racconta ancora oggi – dalle vittime delle Gorgoni, pietrificate e poi corrose dal vento fino a lasciare di loro una polvere sottilissima.
Questo fu per Perseo più un bene che un male: essere lì, per lui che non era abitante del luogo, per lui che era solo un umano, o un semidio, poteva essere estremamente pericoloso; non era l’unico mortale che avesse varcato il confine, e tutti sapevano quanto fossero ghiotti di uomini gli abitanti del paese del Cimmeri. Ma quella nebbia, così fitta, così tanto consistente, impediva a loro di captarne la presenza. La stessa Atena, che insieme ad Hèrmes gli era stata accanto, aveva fatto in modo che al passaggio dell’eroe tutti si addormentassero, così che lui fosse più tranquillo. Hèrmes, nel frattempo, come guidava nell’Ade le anime dei morti portando una torcia tra le mani, così lo conduceva per le strade battute, fino all’antro dove le Gorgoni compivano i loro strani rituali.

Essendo figlie della Notte erano costrette ad onorare la dea loro madre ogni qualvolta il Sole calasse; ma quella nebbia aveva fatto perdere loro il senso del tempo, sicché ogni istante della giornata era buio, e nulla poteva far distinguere il cielo stellato dal cielo azzurro coperto di nuvole bianche. Così, quasi fossero condannate a un’infinita pena dagli dèi di lassù, intonavano canti fatti di preghiere, di parole incomprensibili, di frasi oscene, di bestemmie, intorno a un monolite nero che ricordava la Luna nuova. Il loro canto era ancora più terribile del loro aspetto. Lo strano sibilo di bordone che si poteva udire mentre rimbombava tra le pareti della grotta non era altro che il continuo vociare delle serpi che pendevano dalla loro testa.

Delle tre l’obiettivo di Perseo era Medusa. Infatti era l’unica che fosse stata toccata dall’ambrosia divina, l’unica destinata a non patire, un giorno, nell’Ade infernale. La sua testa emanava uno strano bagliore dorato che si rifletteva ovunque, quasi fosse il Sole che doveva illuminare le Notti infinite di quei luoghi. Delle tre, si raccontava, Medusa era la più crudele; era stata una mortale, prima di inimicarsi una dea, la quale la trasformò in quell’essere che facciamo fatica a immaginare senza provare ribrezzo. E prima che tentasse il suicidio per porre fine alla sua interminabile pena, la dea sconosciuta tramutò le sue membra mortali in membra divine, così che la sua punizione durasse per sempre. Medusa odiava i mortali: superbi, arroganti, crudeli, degni di qualsiasi punizione divina per le loro azioni deplorevoli; eppure i mortali non vivevano in eterno, e quando il loro aspetto si avvicinava di più a quella cosa degradante che è la vecchiaia, avevano il diritto naturale alla morte. Non c’era pena per loro, che lei sapesse. Per questo motivo era tanto pericolosa per il genere umano: perché ne provava invidia.

***

Atena ed Hèrmes, non appena ebbero di fronte agli occhi la visione del rituale delle tre Gorgoni velato dalla nebbia, senza pensarci, senza aspettare che l’eroe loro protetto fosse pronto, emisero il loro grido di guerra. Quel suono terribile, fatto da due voci divine, ricordava molto l’urlo di battaglia che scaturì dalla grande Gigantomachia, quando i giganti si erano ribellati ai loro dèi finendo poi giustiziati.

E Perseo, inaspettatamente, estrasse la spada dal fodero, e alzandosi in volo fino a toccare con la testa il soffitto della grotta si scaraventò sulle tre Gorgoni; cercava nel fianco di Steno e nel ventre di Euriale il sangue della sua vittima, Medusa. Le Gorgoni, buttate a terra dall’impeto dell’eroe, si agitarono con gemiti acuti, si giravano su loro stesse nella speranza di potersi rialzare. I corpi erano tutti coperti di quel veleno di cui era fatta la loro essenza, e poco a poco perdendolo sul suolo scompariva anche la loro energia distruttiva.
Medusa, l’immortale, resisteva. Si aggrappò al piede di Perseo, lo morse facendo indietreggiare l’eroe che l’aveva riconosciuta nella forza e nella violenza. Poi, rialzandosi, tappò con le mani le ferite più profonde, perché il sangue non grondasse fuori facendola morire dissanguata. Era pronta a smembrare l’eroe con le sue stesse mani: e tale furia sarebbe stata giustificata, adesso, anche dal fatto che le sue sorelle giacevano morte a terra, e che lei non le avrebbe riviste mai più.

“Maledetto! Maledetto!” urlava “Maledetto mortale! Steno… Euriale… Mie sorelle…! Ma la loro fine non sarà invendicata!”
E con una immane potenza levò da terra il grande monolite che stava al centro della grotta, tenendolo tra le mani sopra la sua testa. Perseo, che era inciampato sopra i cadaveri di Steno e di Euriale, vide di fronte a sé l’ombra nera della Gorgone Medusa che, gigante, sollevava una pietra ancora più gigante di lei. Le grandi ali che coprivano il suo corpo si erano aperte a rendere la figura ancora più imponente, più minacciosa.
Davanti ai suoi occhi appariva la grande ombra di una montagna dove la Gorgone dai capelli di serpente gli puntava la sua arma distruttiva.

 

Fine terza parte

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