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Il deserto dei Tartari

Federica Falco | Recensioni   24 Aprile 2019   3 min.

 

Genere: romanzo
Editore: Mondadori
Pagine: 202

 

L’autore: Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) è stato uno scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta italiano. Insieme a Italo Calvino e Tommaso Landolfi, è uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano. “Il deserto dei Tartari” (1940) è il suo capolavoro.

 

 

Il cielo è azzurro, il destriero è sellato. L’energia di un corpo si tende, e lo fa correre fiducioso verso un destino da plasmare.

Giovanni Drogo è giovane, in fondo ha solo venticinque anni: ha tutta la vita davanti. Il futuro gli palpita nel petto, e già pregusta la soddisfazione di gloria, di amore, di vita mondana e raffinata. La divisa che indossa lo renderà, certo, protagonista di azioni grandiose. Neanche il suo primo incarico, forse leggermente al di sotto delle aspettative, potrà fermarlo. Le mura della Fortezza Bastiani, tanto cupe e impregnate di storia, saranno solo un breve momento di stallo, ne è sicuro.

Tuttavia, non sembra avere fretta di partire. Il muro di fronte, una cima rocciosa: “E il resto com’era?”.  Poco lontano si staglia un deserto dal nome particolare, gravido di aspettativa: “Perché dei Tartari? C’erano i Tartari?”. Decide allora di restare, a tempo determinato naturalmente. Dopo tutto, ha solo venticinque anni: ha tutta la vita davanti, meno quattro mesi.

Opera dell’attesa, dell’incanto e della riflessione. Il deserto dei Tartari, a quasi ottant’anni dalla pubblicazione, sembra non aver ancora trovato una definizione calzante; risulta instabile, irrazionale, persino tormentato. Eppure il suo titolo richiama ad un grande classico, un mattone costitutivo (e non solo, azzarda qualcuno) della letteratura contemporanea, e quasi ci si stupisce, presolo in mano, della sua esilità.

Le sue pagine registrano l’immobilità di un fortilizio di confine, in cui i soldati si consumano  aspettando un’improbabile minaccia da respingere con coraggio. Lo scopo dell’esistenza è indagato attraverso la riflessione sullo scorrere del tempo, tanto lento quanto inesorabile, e l’ambientazione militaresca si fa denuncia del formalismo, funzionale ma sterile, che caratterizza anche le nostre giornate. La condizione di attesa su cui si intesse la quotidianità dei legionari, è inoltre il paradigma della condizione umana, un dramma che non si risolve una volta per tutte, ma lascia aperte infinite possibilità di risposta.

Con grandissima abilità narrativa, Buzzati riesce a creare un’atmosfera irreale, trasognata e fantastica. Su tale sfondo fiabesco, si stagliano nitidi gli anonimi personaggi, la cui identità è contrassegnata dal solo rango militare e da un nome parlante che ne sintetizza e colora l’umanità: il maggiore Matti, il tenente Angustina. Tutto, anche le tematiche ideologiche, sembrano avere corpo. Un corpo iridescente, nebuloso, filtrato dall’interiorità dei personaggi e distorto dalla routine alienante che gli abitanti della Fortezza si auto-impongono: un cavallo nero, l’aridità del deserto. Ne risulta un andamento narrativo che procede per scene quasi giustapposte, arricchite di immagini poetiche e velatamente simboliche.

In un mondo frenetico come quello di oggi, Il deserto dei Tartari rimane dunque il romanzo di chi non fugge, di chi resta, si ferma e si interroga. Sul presente, sul passato, sul futuro. È il romanzo di chi non trova un senso, e non per questo ha smesso di illudersi di trovarlo. Ma è anche il romanzo di chi un senso l’ha scorto, ma non smette di correre per afferrarlo. Perché davanti all’apparente aridità e al peso della monotonia, un sorriso non smetterà mai di apparire sulle labbra, le nostre e quelle dei protagonisti.

Eppure un residuo di incanto vagava lungo i profili delle gialle ridotte, un mistero si ostinava lassù, negli angoli dei fossati, all’ombra delle casematte, sensazione inesprimibile di cose future”.

 

L'autore







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