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Gurrida

Bruno Contini | Arboretum   5 Aprile 2019   3 min.

 

Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell’Etna

(Libertà, Giovanni Verga)

 

Quel viandante che da Randazzo decidesse di lasciarsi alle spalle i Monti Nebrodi e, procedendo verso Bronte e il versante nord-occidentale dell’Etna, d’un tratto abbandonasse la Statale 120 per prendere il sentiero che sale al vulcano, troverebbe, dopo un breve tratto fiancheggiato da querce e ulivi, posto a un’altitudine di circa 800 metri, un laghetto, spesso prosciugato nei siccitosi mesi estivi e approvvigionato nel periodo restante dell’anno da un fiumiciattolo che scorre poco più in alto, detto Flascio. Nella stagione delle migrazioni il Gurrida, uno dei pochi bacini d’acqua sull’Etna, è un gradito ristoro per squadroni di aironi, garzette, anatre e altri uccelli migratori stremati dalla traversata delle arsure africane, prima di incunearsi nel collo di bottiglia dello Stretto di Messina e guadagnare il Continente. Vicino al lago, fra salici, pioppi e giuncheti si trova un vigneto di quaranta ettari. La coltivazione è composta in misura ridotta dal vitigno Merlot e per la maggior parte da una delle uve più vagabonde d’Europa: in Francia la chiamano Grenache, in Spagna è nota come Garnacha, in Liguria è la Granaccia, in Sardegna Cannonau, in Veneto Tai, in Toscana Alicante. Un vigneto lacustre di suo non desterebbe curiosità, ma quello etneo è speciale: in autunno, quando Il Flascio straripa, le sue acque si gettano nel lago che sale e sale di livello fino a sommergere le viti.

Le piante restano sott’acqua fino ad aprile. Sette mesi di annegamento sarebbero un periodo più che sufficiente per uccidere una pianta, ma non per questo vigneto che mette maschera e boccaglio e aspetta il ritiro delle acque in primavera. Le ragioni di questa straordinaria apnea non sono ancora note, ma s’ipotizza che l’elevato tenore di ossigeno delle acque del lago permetta alle piante di respirare anche sott’acqua. Anche l’età del vigneto è un mistero, ma Gurrida ha almeno due secoli. Nel 1799, il Re Ferdinando IV di Napoli nomina Horatio Nelson Duca Di Bronte in virtù dei controversi servizi resigli nella lotta antigiacobina. C’è chi dice che il vigneto sia stato piantato allora, ma se abbiamo la certezza che l’ammiraglio inglese avesse seri progetti vinicoli, un punto oscuro rimane.

Se l’esondazione del lago era già nota da secoli (il fenomeno ha inizio nel 1536, quando il corso del Flascio viene deviato), quale enologo potrebbe essere così imperito da piantare una vigna, sapendo che da lì a breve verrà allagata? Ecco dunque una teoria ancora più suggestiva: il vigneto non avrebbe solo due secoli, ma andrebbe retrodatato di almeno trecento anni, in ogni caso prima della deviazione del torrente.

Nelson non potrà godersi a lungo i suoi appezzamenti nella Trinacria: nel 1805 a Trafalgar viene ferito a morte da un tiratore francese. In Sicilia intanto arrivano anni di tribolazioni per uomini e viti. Ai piedi di Gurrida, l’epopea garibaldina mostra il suo volto più truce: a Bronte, Nino Bixio fucila cinque cittadini locali, rei di aver partecipato all’insurrezione contro la nobiltà. Sono anche gli anni in cui Phylloxera Vastatrix comincia a far tremare il mondo vitato. Gli ex vigneti di Nelson, come nel resto d’Italia, vengono feriti a morte dai rostri dell’afide. L’intreccio di sangue e linfa è narrato nella novella Libertà di Giovanni Verga, contenuta nelle Novelle Rusticane:

«Pure teneva in capo un berretto vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna»

Ma se intorno all’Etna è una moria generale, neanche la fillossera può nulla contro il Grenache di Gurrida. Il vigneto è avvezzo ad alluvioni e allagamenti; figuriamoci se un insettino possa impensierirlo. E Phylloxera non ha il coraggio di avventurarsi fin lassù, dove morirebbe annegata. Ecco perché, ancora oggi, il vigneto di Gurrida è uno dei pochi ancora franchi di piede, vale a dire con le proprie radici originarie (vedi articolo scorso). Gurrida ha la corteccia dura e la saggezza di chi ha visto molte primavere –  e che primavere! Non lo spaventano i brontolii dell’Etna; nell’acqua è a suo agio, come lo era il suo Ammiraglio. I pochi fortunati che ne hanno assaggiato il vino, dicono che il frutto di Gurrida abbia un sapore speciale.

 

Post Scriptum: per quanto tempo potremo ancora meravigliarci delle gesta del vigneto? È delle ultime settimane la notizia che nel 2018 le emissioni di CO2  a livello globale sono cresciute del 1,7%. Le conseguenze del riscaldamento climatico sono sotto gli occhi di tutti, anche in Italia. Il collega maggiore del Flascio, il Po, in certi punti è sprofondato a tre metri sotto lo zero idrometrico. Là dove c’era l’acqua, ora la sabbia la fa da padrona. Se il nostro fiume maggiore è tanto malato, per quanto tempo il gagliardo torrentello siciliano potrà alimentare il Lago Gurrida? Prestissimo le steppe e i deserti africani potrebbero essere i nostri.

 

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