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Stelle e uomini

Tancredi Greco | I racconti della stella Arturo   1 Marzo 2019   5 min.

 

Noi ci eravamo scelti a vicenda. Non sono stato io a cercarti fra miliardi come te, ma sei stata tu a scovarmi fra innumerevoli luci. Tu mi hai strizzato l’occhio e mi hai invitato a seguirti. Tu, che mi facevi sentire sciocco come voi umani, quando con te ridevo fino alle lacrime e piangevo per le tue insicurezze e le tue paure. Eppure, non dovevi avere paura di nulla, perché, anche se non lo sapevi, io ero lì con te. Non dovevi sentirti incapace o inferiore, perché io ti avrei offerto la mia mano per rialzarti ad ogni tua caduta.

Sai, le altre stelle ridevano di me. Mi ripetevano: “Arturo, se proprio dovevi innamorarti di un’umana, potevi scegliertene una migliore”. Dicevano che non eri bella, ma a me non importava. Non importava perché il tuo sguardo e il tuo sorriso brillavano molto più di tutti quegli astri invidiosi della mia felicità.

Agli occhi dei tuoi e dei miei simili, tu eri una ragazza come tante altre. La tua era una famiglia povera, legata ancora a vecchi valori che la tua generazione aveva da tempo superato. Odiavi vedere i tuoi genitori vivere quella vita modesta senza aspirare a nulla di più e con le amiche e sui social media ostentavi una ricchezza che in realtà non avevi. Dicevi di aver viaggiato in tutto il mondo e di aver visto molti luoghi che solo i documentari in televisione ti avevano mostrato. Eri affascinata da tutte le cose più strane e più lontane dalla tua monotona vita: volevi assaggiare gli insetti, cosa che – l’avevi letto da qualche parte – alcuni popoli lontani fanno, volevi salire sul dorso di un elefante, tuffarti da uno scoglio altissimo, arrampicarti sino alla cima di una montagna e vedere il panorama da lassù, in mezzo alle nubi; invece, rimanevi chiusa in casa con tua madre e raramente ti veniva concesso di uscire con le amiche. Era questo straordinario desiderio di conoscere, di non accontentarsi mai, questa tua spiccata tensione verso l’assoluto a renderti diversa da tutte le altre ragazze.

Così, quando finalmente mi hai visto, hai capito subito che mi stavi aspettando da sempre: ero la tua via di fuga. Nè le lacrime di tua madre né le minacce di tuo padre hanno potuto fermarti: siamo scappati insieme. E hai scoperto nel giro di un anno tutte le cose che avevi visto solo in tv.

È doloroso ripensare ai momenti passati insieme: corro il rischio di ustionarmi ogni volta anche solo sfiorandoli. Ne porto ancora le cicatrici. Ti ricordi quando ti ho fatto vedere per la prima volta il mare e ci siamo tuffati da quello scoglio altissimo? Ti ricordi la mia paura? Io, che sono una stella scesa dal cielo, ero più spaventato di una mortale che non aveva mai visto il vuoto sotto di sé. Mi hai preso per mano e mi hai insegnato cosa significava veramente volare. Poi ci siamo spinti fino alle montagne e ci siamo persi nei boschi; sei stata tu a lanciarmi la prima palla di neve e io ho risposto al fuoco, dimostrandoti che non ero solo la stella più luminosa, ma anche la più potente. Mi davi una forza, un’energia che ora non ho più. Eravamo instancabili. Non ci fermavamo mai e non ce ne accorgevamo. I nostri piedi ci portavano sempre su nuovi sentieri, i nostri occhi a nuovi paesaggi e le mie mani tornavano sempre dalle tue.

Di foto ne facevamo tante, ma non per pubblicarle online. Le volevi tenere per te, forse perché sapevi già che un giorno sarebbe finito tutto e allora ti saresti ricordata che non era stato solo un sogno, ma lo avevi vissuto veramente. Avevamo anche le nostre canzoni, che, come fedeli compagni di viaggio, non ci lasciavano mai.

Io, grazie ai miei poteri, ti davo tutto quello di cui avevi bisogno e tu mi ripagavi con i tuoi sorrisi. Dopo un anno, però, le tue risate sono diventate sempre più rare. Iniziavi ad essere assente. I tuoi occhi non si riempivano più di meraviglia tutte le volte che ammiravi qualcosa di nuovo. Erano stanchi, spenti, distratti. Prima farti ridere mi sembrava la cosa più facile e più bella del mondo, ora era difficile anche solo attirare la tua attenzione. Erano lontane le mattine che passavamo a rotolarci nelle coperte e a raccontarci storie della nostra vita precedente fissando il soffitto – le sottili crepe nell’intonaco, i lampadari, i disegni che la luce tracciava filtrando attraverso le finestre: queste sono le cose che mi ricordo di più degli alberghi in cui siamo stati – e i pomeriggi in cui esploravamo nuovi paesi e andavamo a caccia dei posti più sconosciuti e meno frequentati. Eri diventata pigra: non volevi più scoprire e non avevi voglia nemmeno di raccontarmi nuove storie; anzi, quando mi parlavi di casa tua, delle tue amiche, della tua famiglia, i tuoi “fantasmi del passato” come li chiamavi tu, sembravi provare per la prima volta nostalgia.

Sai, una volta qualcuno mi disse che voi uomini discendete da noi stelle. Io, però, ero convinto che foste completamente diversi da noi, che siamo abituati a non muoverci quasi mai e a guardare tutto dall’alto senza intervenire. Guardandoti, ho capito che, in realtà, esiste qualcosa, una forza magnetica, una catena invisibile, che, per quanto vi spostiate, vi tiene sempre legati al posto da cui venite, la “nostalgia” come la chiamate voi. Forse, allora, non siete così diversi da noi: siete stelle cadute su questo minuscolo pianeta e, evolvendovi, siete riusciti ad abbandonare la nostra immobilità, ma non del tutto. Per questo, tutte le notti scrutate il cielo e desiderate quasi poterci toccare: volete tornare a casa.

E così ho realizzato che non potevo infrangere questa catena che ti portavi sempre appresso e ho deciso di lasciarti andare. Era giusto che andassi, perché, anche se io non avevo nessuno che mi aspettava lassù, tu ce l’avevi. Era giusto che andassi, perché, come molti sentimenti umani, il tuo amore per me era sbocciato e appassito in poco tempo. Era giusto che andassi, perché io, invece, ti amavo ancora e volevo che tu fossi felice. Perciò, alla fine ci siamo separati. Sei tornata a casa e i tuoi ti hanno accolto con abbracci e lacrime. Eri di nuovo felice finalmente. Io sono tornato qui, nella cieca solitudine dello spazio, e ho cercato di volgere la mia attenzione altrove, su altri pianeti, su altre forme di vita che non conoscono limiti o soste. Le sto ancora cercando. E anche tu nelle notti d’estate continui a cercare la stella Arturo con il telescopio di tuo figlio e sorridi, sperando che ti veda: ripercorri tutti i momenti che abbiamo vissuto assieme, sempre più sbiaditi nella tua memoria, e pensi che vorresti tornare a viaggiare con me, ma lo fai solo per colpa della nostalgia di un passato che non puoi più vedere in tutti i suoi colori. Ora, infatti, sei felice con la tua famiglia e io non farei nulla per rovinare la vita che ti sei scelta. Ma sappi che sorrido anch’io ogni volta che mi guardi attraverso quella lente.

L'autore







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