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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Anubi

Anubi, graphic novel del fumettista Simone Angelini e dello scrittore Marco Taddei, è lontana dall’idea di gioco e spensieratezza che il lettore riceve osservando la copertina. Appare come una rappresentazione in chiave moderna dello stesso dio egizio della morte, metà uomo e metà sciacallo. È un albo unico, la cui prima edizione risale al 2015 e ho deciso di raccontarvelo per compiere una forma di esorcismo, perché il bagaglio di emozioni che mi ha lasciato è stato complicato da digerire.

Sono pagine permeate di profondo nichilismo e la psicologia dei personaggi è così brutale che colpisce allo stomaco come un pugno ben assestato. Il suo scopo è impressionare il lettore e ci riesce terribilmente bene. Nella mitologia dell’Antico Egitto, Anubi è il dio egizio della mummificazione e dei cimiteri. Il suo compito è pesare il cuore del defunto per giudicarlo meritevole di passare nell’aldilà e accompagnare l’anima nell’oltretomba. È la più antica divinità del pantheon egizio ed il più venerato, e ci viene presentato proprio così nelle prime pagine: un dio rispettato, idolatrato e amato che viene poi spodestato ed esiliato in una cittadina dei giorni nostri.

La potente divinità che aveva il potere di soppesare i cuori umani nella sala delle due Maat (“verità”), perde tutto quello che possedeva di divino e diventa la caricatura in negativo di un essere umano, mantenendo comunque le sue fattezze di metà uomo e metà sciacallo. A fargli compagnia nella sciagura c’è Horus, anche lui spodestato dalla sua condizione di divinità e garante del Maat.

Due, ormai ex, divinità legate al concetto della verità dell’Antico Egitto che subiscono la disarmante realtà moderna. Anubi è un ex tossico e Horus è perennemente sull’orlo del collasso nervoso, depresso e paranoico com’è. Dalle prime pagine si può intendere che entrambi vivono un periodo difficile; e si abbandonano a una breve e triste reminescenza del loro ormai perduto status di divinità. Horus rivorrebbe quella condizione, perché così spera in una salvezza personale. L’ultima frase che dice all’amico è infatti: «Sono solo, Anubi, questa volta non so se ce la faccio».

La semplice e velata richiesta di aiuto del dio-falco, colui che rappresentava il faraone, disarma il lettore, che teme il peggio per quella parodia di divinità, tremante e minuta. Anubi lo ignora e prosegue la sua giornata, mostrando il suo micro-cosmo, in cui il tempo scorre scandito da tentativi di sopravvivenza e lasciandosi andare a vizi e depressione. Perfino il tratto del disegno è pesante e privo di prospettiva, ma comunque efficientissimo nel trasmettere il senso di gravità che aleggia sulla città.

Anubi rimane una figura antropomorfa con la testa di sciacallo, ma chiunque in città lo deride e schernisce chiamandolo “Cane”. Questa forma di disprezzo nei confronti del protagonista diventa un leitmotiv che suggerisce un significato dell’intera narrazione: Anubi è bestemmia di se stesso. Da potente divinità a tossico, che giorno dopo giorno conquista il suo diritto alla vita e ne minimizza comunque l’ottenimento.

I due autori concentrano la narrazione su più storie, accumulano i vissuti di vari personaggi intorno alla figura dello stesso Anubi, e ognuno di loro racconta la propria vicenda personale, rivelando la propria psiche e cosa ha in comune con la ex divinità. È una vera e propria bolgia infernale: persone che soffrono, che odiano e che provano tristezza per la propria condizione, e che vedono nel dio-sciacallo un capro espiatorio su cui sfogare le proprie ire e a cui dare la colpa per il male che capita nella città o nel mondo. Anubi, anche se pentito, è un tossico e come tale riceve le occhiatacce e la persecuzione verbale dei benpensanti, nonostante quest’ultimi abbiano qualche scheletro nell’armadio.

Il realismo che sta dietro ogni personaggio è disarmante, perché nell’assurdità della descrizione si riesce comunque a riconoscere la parte più dolorosa e brutalmente vera di una società che da un lato vuole salvare i suoi figli perduti, ma dall’altra giudica, punta il dito verso i “marci” e li ostracizza. La società che metaforicamente è una madre anaffettiva, costretta a questa assenza di sentimento perché ha visto il proprio figlio ridursi all’autodistruzione.

Qualcosa fa intuire che sarebbe stato meglio che morisse, perché ormai il lutto è stato consumato e ogni tentativo di redenzione è vano. Anubi è segnato dalla vita che ha fatto, dalla sregolatezza che aveva cercato per salvarsi dalla sua caduta divina. Ormai, anche se cercasse di diventare una persona migliore, il passato tornerebbe come una vecchia conoscenza sgradita che viene in casa nel momento meno opportuno. Perdonare è divino, ma il dio-sciacallo non è in grado di perdonare, né gli altri né se stesso, e le sue azioni lo portano a fuggire, la sola cosa che ha imparato dal mondo degli umani. È un personaggio pieno di cinismo e disincanto, non ci indora la pillola, ma mostra tutto il suo mondo, e se stesso, esattamente com’è.

Nonostante sia un fumetto non ha nulla da invidiare a un romanzo di formazione. Anubi, per quanto essere definito “cane” lo irriti, non è altro che un randagio, bestemmia vivente della vita stessa e della sua ex condizione divina. Dietro a questo cinismo c’è la sua vita interrotta, impiegata solamente a soddisfare i più infimi bisogni, in un limbo di astinenza e autocommiserazione in cui si alterna qualche barlume di gioia e speranza, ma totalmente insufficienti per redimere e salvare l’ex dio. Dietro la maschera della sua testa da canide si nasconde un’umana tristezza, un dolore orribile verso se stesso e nei confronti dell’intera umanità. Alla fine Anubi fa quello che gli riesce meglio: fugge fisicamente da tutto e tutti. In questo passaggio abbandona la sua testa di sciacallo e si fa uomo, ma lascia nel passato ogni connotazione o memoria divina. Horus, invece, non si arrende: cerca continuamente e disperatamente la sua radice divina e lascia un minimo, seppur inverosimile, barlume di speranza.

Leggendo questo fumetto si è investiti da una corrente gelida, è impossibile distogliere gli occhi dalle pagine prima di aver concluso la lettura. È cinico, è sarcastico e, anche se può sembrare estremo da dire, incredibilmente reale. Una volta chiuso il volume, ci si sente un po’ più ricchi e un po’ più poveri allo stesso tempo: arricchiti di una maggiore consapevolezza, un bagaglio di emozioni e riflessioni sull’esistenza e sulla costante ricerca di un significato; privati della spensieratezza e di quella positività che può essere di conforto nei momenti più difficili.

 

 

 

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