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Perseo (parte seconda)

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   21 Febbraio 2019   4 min.

 

Accadde però che Acrisio, accompagnato da tutta la sua corte, fece visita nel lato del suo immenso giardino dove era collocata la grande torre di bronzo. Perseo, che vi si trovava dentro insieme alla madre, stava giocando con i topolini che gli facevano solitamente compagnia. Uno di questi, per errore, morse con i suoi piccoli denti una delle dita del bambino che emise un terribile grido.

Acrisio e tutto il suo seguito udirono il lamento e il pianto disperato che ne seguiva. Così il re fece distruggere le enormi catene che bloccavano il grande portale della prigione e, una volta aperto, le guardie portarono fuori la giovane Danae che teneva in braccio suo figlio. Tutti inorridirono, perché il compimento della profezia sembrava vicino. Ma il tiranno, volendo vincere il suo destino, ordinò che fosse costruita una cassa grande abbastanza da poter contenere i due prigionieri. Quando fu pronta, Danae e Perseo furono costretti a infilarvici dentro, mentre un fabbro chiudeva il coperchio e lo sigillava con due cerchi di bronzo. La sera stessa, con una cerimonia quasi religiosa, i due traditori della patria – così vennero chiamati – furono gettati in mare. La cassa, spinta dalle onde, si perse guardando il cielo che diventava notte.

***

La mattina seguente, sull’isola di Serifo, un gruppo di pescatori trovò la cassa nella rete. Subito venne avvisato il sovrano del luogo, Polidette, che si recò a controllare di persona lo strano ritrovamento. Così un paio di guardie tolsero gli anelli che sigillavano il coperchio e lo sollevarono davanti agli occhi di tutti gli abitanti della città, curiosi dell’accaduto. E la sorpresa fu grande quando Danae e Perseo si levarono, chiedendo aiuto. Il re, vedendo la giovane fanciulla spaurita, se ne innamorò perdutamente. Decise dunque di accoglierli nel suo palazzo e di tenerli come ospiti. Aveva infatti intuito l’origine reale della donna.

***

Passarono molti anni. Perseo crebbe, diventando un uomo dalla forza ancora più sovraumana. Avendo intuito la passione del re, che li stava proteggendo, nei confronti della madre, faceva di tutto per vegliare su di lei. Arrivò il compleanno di Polidette, il quale fece un grande banchetto. Vi invitò tutti i cittadini notabili dell’isola e tutti gli ambasciatori dei regni con i quali l’isola di Serifo aveva rapporti commerciali. Anche Perseo vi partecipò.

Finiti i nove giorni di festa il re si alzò dal triclino, agitando la grande coppa d’oro che teneva tra le mani, e disse “Signori miei, sono stato molto benevolo con voi in questi giorni. E non pensate che vi reputi ingrati se avete abusato di tutto quello che vi ho offerto. Proprio per questo vi ho servito il miglior vino; proprio per questo il cibo che vi ho messo sulla tavola è stato divorato con invidiabile voracità. Eppure non pensate che sia scortese o che manchi dell’educazione all’ospitalità se vi pongo questa richiesta, sapendo bene quanto conti per un uomo nobile la parola data. Dunque, ascoltatemi… Quale dono meriterebbe un re come me, se ha davvero lasciato qualcosa di buono in questo regno?”.

Si levò a questo punto uno dei notabili della corte, il quale era molto ricco. “Mio re”, disse, “se esistessero doni capaci di mostrare la nostra benevolenza nei tuoi confronti, allora ne saresti già pieno, e poco senso avrebbero le tue parole. Ma qualcosa io posso fare, favorito ovviamente dalla ricchezza di cui la mia famiglia ha sempre beneficiato. Possiedo due cavalle bellissime, talmente belle che persino Ares potrebbe invidiarle. Sono nere come la notte e hanno gli occhi che sembrano lacrimare fiumi di stelle. Hanno già dato alla luce dieci puledri, alcuni dei quali, sopravvissuti al lungo viaggio, io stesso ho consegnato al re dell’Egitto quando ero ambasciatore presso di lui. Privarmene, per me, sarebbe un dispiacere. Mi rendono orgoglioso più di ogni altro mio possedimento. Ma per te, mio signore, farei questo e altro. Hai la mia parola di nobile uomo che domani mattina, al sorgere del sole, esse abiteranno le tue stalle e saranno la gioia dei tuoi occhi come lo sono state dei miei.”

“Anche io possiedo due cavalli”, disse un altro, quasi per darsi più importanza, “Mi hanno accompagnato in guerra e non sono secondi a nessuno nella corsa.”

“Io ne ho tre. Mio padre le ricevette in dono da Poseidone quando venne a far visita nella nostra casa.”

“Io ne ho quattro!”

“Anche io!”

“Io cinque… anzi, sei!”

La corte del re si era trasformata in un mercato. L’unico che non aveva ancora parlato era Perseo.

“E tu, mio giovane amico? Mio giovane ospite?” disse il re, facendo zittire tutto il trambusto che si era creato.

“Mio signore, tu sai che non possiedo nulla. Sono solo un povero ospite della tua corte, e non ho diritto di avere nulla di mio che non siano il mio nome o il mio sangue. Ahimé, non ho cavalli che possano rivaleggiare con i destrieri che questi nobili ti hanno offerto. Tuttavia possiedo nelle mie mani la forza di Zeus, essendo lui stesso mio padre, e sarebbe ingrato da parte mia se non te la offrissi, come ringraziamento per la tua benevolenza nei miei confronti. Queste mie mani potrebbero offrirti la testa della gorgone Medusa, se tu lo chiedessi.”

“E sia allora!” Silenzio. “Hai la forza di Zeus? Dimostramelo! Ma sappi che non accetto rifiuti. E che, se veramente ti arrendessi, se tutte queste tue parole sono state soltanto parole, a me non importa nulla. Io voglio la gorgone Medusa! Voglio che la sua testa incuta timore ai miei nemici, appesa sul portale del mio palazzo! Non mi obbligherai certamente a prendere quello che invece desidero da più tempo…”

Un sorriso beffardo spuntò sul volto del re. Così abbandonò il banchetto, mentre la corte, gli invitati al banchetto, e i servi lasciarono la stanza per recarsi nelle proprie dimore.

Fine PARTE SECONDA

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