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Risponde Medea

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   17 Febbraio 2019   5 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Medea,

da quando ho risposto a quella chiamata, la mia vita non è stata più la stessa. Lui mi ha cercata un giorno di luglio, con un caldo che si moriva. Ero a prendere un caffè freddo nel bar vicino a casa, un piccolo sollievo dalla calura, e sono stata colpita da una gioia immensa. Erano giorni piuttosto tristi, al tempo studiavo in università e avevo qualche problema a tenere il passo con gli esami, e in famiglia le cose non andavano granché meglio. In quel momento però qualcosa è successo: una voce mi ha parlato e mi ha riempita di gratitudine, qualcosa che non avevo mai provato veramente prima. Non avevo subito compreso che il sollievo del mio corpo era in realtà un sollievo dell’anima: ero felice, per la prima vera volta nella mia vita. E così ho deciso, da quel giorno, di ringraziare e insegnare agli altri a ringraziare: non è stata neanche propriamente una decisione, ma piuttosto un trovare una strada, la mia, che avevo perso o forse non avevo mai trovato davvero. Tornata a casa, non ero più la stessa. Qualche mese dopo, la mia vita aveva fatto un inimmaginabile salto di qualità. Mi dicevano che ci sarebbero stati dei momenti bui, che sarebbe stata un’esistenza di rinuncia, ma quanto mi è stato tolto mi è tornato indietro, con gli interessi. Qui in convento mi dedico un po’ a tutto; le persone pensano che noi sorelle passiamo tutto il giorno a pregare, ma non è per forza così.

Quando riceviamo un dono e diciamo “grazie”, quel riconoscimento rischia di diventare un automatismo vuoto di significato se non è accompagnato da gesti di gratitudine costante, di attenzione all’altro, come una carezza in un momento inaspettato o altre piccole grandi manifestazioni d’affetto. Funziona così anche con la preghiera: se la si vive solo come una parola qualsiasi fine a se stessa, si dimentica che offre in realtà un’indicazione ben precisa, e sprona a guardare il mondo con occhi diversi, paradossalmente ricordandoci che lei da sola non è sufficiente, e che quando si riceve un dono non ci si deve limitare a ringraziare, ma si deve essere costantemente riconoscenti a chi ce l’ha offerto anche quando il beneficio dello stesso sembra essere svanito. Esistono infatti altri modi, semplici ed autentici, per festeggiare la vita, come sfornare biscotti o ricamare, anche se a dire il vero non ho le mani abbastanza ferme per fare lavori di fino come quelli di suor Clarissa. Anche contemplare le rose del giardino, eccezionalmente belle, e dare loro acqua è celebrare la vita, e Dio. In realtà ci è stato detto che anche porgere la guancia al nemico che ci batte è cosa buona e giusta: qualcosa di terribilmente scandaloso che ancora mi riempie di stupore ed è oggetto delle mie riflessioni notturne. È qualcosa di scandaloso come il rivolgersi, tra tutte le donne che la letteratura ci ha offerto, proprio a te: io ti scrivo per cercare di capirti, per vedere come pensi, per sapere se mai ti sei pentita degli orribili crimini che hai commesso, tu donna che hai creato e distrutto con le tue stesse mani i tuoi bimbi, il più grande mistero d’amore a cui solo a noi donne è concesso d’attingere in prima persona.

Luisa

 

Luisa,

E se io non avessi voglia di celebrare la vita? Per quanto inimmaginabile può sembrare, ho fatto ciò che il cuore mi ha dettato. Il dolore aveva toccato vette mai toccate prima, e quando succede così, si presentano solo due opzioni: o posi le armi e ti fai mangiare viva, sperando che un giorno lo strazio finisca, o rispondi creando altro dolore, nella speranza che lo strazio aggiunto a chi ti tortura serva a sottrarne un po’ al tuo. Il punto che m’ha vinto è stato lo sguardo che i figli mi hanno rivolto, sguardo in cui riconoscevo gli occhi chiari di Giasone; ho visto lui in loro e l’ira m’ha accecata. È vero, non ho fatto altro che distruggere ciò che avevo creato, come un autore che getta nelle fiamme il suo manoscritto frutto di tanto sforzo e dolore. Ma non è forse quello che fanno gli dèi dalla notte dei tempi, nei loro deliri quotidiani? Gli dèi non fanno altro che crearci per farci morire. Perché allora a me non è concessa una cosa simile, non è passata sotto silenzio, ma ripetuta fino all’esasperazione? Le loro torture sono ben più diffuse della mia, e sono del tutto immotivate.

Il tuo è davvero un bel discorso e riconosco in me qualcosa, seppur minimo, che vorrebbe seguire quello che dici, fidarsi delle tue buone parole che sembrano sincere e sentite. Ma come potrei fare questo salto nel vuoto, senza avere la certezza che dove atterrerò ci sia terra su cui poggiare i piedi? Purtroppo o per fortuna non siamo tutti uguali, sotto il sole, e io e te siamo evidentemente molto lontane l’una dall’altra, vuoi per carattere, vuoi per lontananza nel tempo. Quello che per te è pace e rifugio, un posto dove poter vivere e nutrirti della lode degli dèi, a me suona come la peggiore delle condanne: come si può essere così crudeli con se stessi da consegnarsi nelle mani di burattinai che si intrattengono a vedere il tuo male? Quel Dio di cui tu parli, non lo conosco, io conosco infatti solo degli dèi che non hanno fatto altro che godere nel vedere la mia espressione contrita di dolore quando mi toglievano quello che mi avevano dato: mi davano solo per il piacere perverso del sottrarre. Se solo i malefici di mia zia Circe, da lei insegnati a me e da me custoditi gelosamente, potessero arrivare a minacciare la serenità dell’Olimpo! Li vedo, con il loro sgraziato godereccio sorriso stampato in faccia, che osservano divertiti il tragico spettacolo della mia vita da sopra le nuvole, non toccati da niente e nessuno, interessati solo alle loro bieche esistenze. Ho sentito l’eco delle loro risate ad ogni lacrima che piangevo, mentre vedevo un’altra donna indossare il vestito nuziale e baciare un uomo che avrebbe dovuto essere mio, e quando cercavo la mia vendetta ho percepito un ricordo del divoratore di figli Crono insinuarsi nelle mie vene: è lui che mi ha fatto affondare il ferro nei corpicini non ancora ben formati dei due piccoli.

Questa è ed è stata la mia vita, che piaccia o no: non mi è mai stato concesso di tagliare il traguardo della pace, né quello dell’amore, di qualunque tipo sia, fraterno, coniugale, o filiale. Ti invidio, stanne certa, vorrei avere anche io la serenità d’animo che hai tu, ma penso che ormai, almeno per me, non ci sia più alcuna speranza, alcuna possibilità di redenzione. E non lo desidero nemmeno, il perdono, perché gli dèi che ho conosciuto non lo richiedono: sono gelosi, vendicativi, furiosi, tutto quanto di più brutto potrebbero essere. Guardami, sulle mani ho incrostato il sangue di mio fratello e dei miei due figli, e dentro ho, come Prometeo, un’aquila che mi mangia il fegato. Ho ucciso l’innocenza indifesa, chi come colpa aveva solo quella di essere nato da qualcuno che ormai odiavo con tutta me stessa. Ho sbagliato, forse, ho sbagliato tutto. Ma non è troppo tardi per tornare indietro? Magari le cose sarebbero andate diversamente, forse in un’altra vita sarei stata una Medea migliore, con qualcuno di migliore a cui credere. Allora forse un saggio disinteressato consigliere mi avrebbe aiutata a gestire la mia vita disturbata, e non avrei dovuto sopportare la fastidiosa presenza di istigatori meschini che danno a fuoco i miei piani e si godono lo spettacolo delle fiamme. Se può servire a qualcosa, prega per me, o annaffia qualche rosa, pensandomi. Non ci credo molto, anzi quasi per niente, e queste parole ti sembreranno un po’ ironiche, ma la tua convinzione vince di gran lunga la mia riluttanza. E io per una volta voglio credere in qualcosa o qualcuno di buono.

Medea

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