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Quella che… si sente una cavia

Giovanna Adelaide Busacca | Quella che non sa tacere   16 Febbraio 2019   5 min.
Quelli che... - Giovanna Adelaide Busacca

Quelli che... - Giovanna Adelaide Busacca

 

– Buongiorno.

– Buongiorno.

– Buongiorno.

Breve silenzio con sottofondo di sedie che vengono mosse per prendere posto.

La classica scrivania in metallo traccia la linea di demarcazione tra un al di là in camice bianco e un al di qua in ansia.

Fruscio di carte, un paio di lievi battiture sulla tastiera, poi la dottoressa alza lo sguardo sulle due donne che le siedono di fronte.

– Mi pare non ci sia nulla di variato dall’ultimo controllo. Ora procediamo alla visita, ma gli esami parlano da soli. Lei ha qualcosa da riferirmi?

La donna più anziana fa segno di no con il capo, si schiarisce la gola e sussurra un rapido “tutto bene, grazie”.

– Si metta a torso nudo e si sdrai sul lettino.

La donna esegue.

La visita dura quanto il lungo sospiro della donna meno anziana, intenta ad essere presente senza eccessi.

Pochi istanti dopo, sono tutte e tre nelle posizioni iniziali.

La dottoressa riprendere a digitare.

– Ecco… veramente son sempre piena di dolori… al collo, alla schiena, alle braccia, che spesso mi formicolano e…

– Mamma! La dottoressa si riferiva a disturbi legati ai tumori, a quel che hai subìto…

La dottoressa continua a digitare come se nessuno avesse proferito parola, come fosse sola nella piccola stanza con alla sua sinistra il lettino, una bilancia, un piccolo scaffale e alle spalle la finestra che si apre sul cortile di questi palazzi ottocenteschi del centro storico milanese.

Ed è sul cortile, e su ciò che si riesce a scorgere degli edifici che vi si affacciano, che la donna meno anziana punta lo sguardo. Quel posto le fa orrore, come le fanno orrore la dottoressa, il suo atteggiamento, quell’accondiscendenza sbrigativa e distratta, che la più anziana scambia per gentilezza.

Negli ultimi sei anni, quando non è stata capace di tacere, ha finito per discuterci animatamente.

Questa volta si è imposta di mettere in campo tutta la diplomazia di cui dispone, tutto quel retaggio di educazione punteggiata di ipocrisia, che le è stato rovesciato addosso per decenni e di cui conserva ancora ampi sacchi in reconditi antri, ché non la zavorrino, ma siano disponibili all’uopo.

– Vedo dalla cartella clinica che abbiamo già avuto modo di scambiare pareri sull’eventualità che la signora si sottoponga all’esame genetico, ma finora ha scelto di non farlo.

– Esatto. Abbiamo però cambiato idea.

La voce le esce strozzata, ma non sgarbata. Ah, e come le pesa quell’abbiamo. Lei non ha cambiato idea, lei continua a non voler sapere quanto quella maledetta spadadidamocle sia vicina, quanto oscilli, quanto sia sul punto di colpirla. Ma lei non è sola, lei non è l’unica cui quel responso interessi.

– Abbiamo avuto modo di riconsiderare la proposta con altri membri della famiglia e siamo giunti insieme alla conclusione che valga la pena eseguire l’esame. – Voce gelida, quasi meccanica. Va bene così.

– Bene. Sono il medico responsabile del progetto ed ora vi spiego dettagliatamente in cosa consiste e come si intende procedere.

Non può evitare di notare che la dottoressa ora sembra essersi risvegliata; è chiaro che l’argomento la appassiona e non ci sarebbe nulla di male, anzi. Sapere che ci sono medici che si impegnano nella ricerca, che lavorano alacremente, è cosa buona e giusta, ma… c’è spesso un ma.

Sua madre, il suo albero genealogico, l’atteggiamento della dottoressa la fanno sentire una cavia e non è una bella sensazione. Odia statistiche e numeri, così aridi e allo stesso tempo crudeli nel loro tentativo di depredarle l’esistenza, di strappare l’egemonia al fato.

La dottoressa ha stampato alcuni fogli e li pone davanti a loro sulla scrivania.

– Ora vi spiego. Qui trovate un questionario che dovrete compilare in tutte le sue parti. Si tratta di domande inerenti la ricorrenza della patologia tra i diversi membri della famiglia. Una volta compilato, va fatto pervenire all’unità di genetica medica per posta, fax o mail. Sul primo foglio ci sono i recapiti. Sarete poi contattate per l’appuntamento. Funziona così: se dovesse risultare che la signora ha il gene modificato, l’esame ha ricaduta a piramide e vi si potrebbero sottoporre i suoi figli, quindi lei ed eventuali fratelli e sorelle.

È stata chiamata in causa; può tornare a parlare. Ripassa in fretta nella mente i diversi toni che la sua voce può assumere alla ricerca di quello gentile, distaccato, ma non mellifluo.

– Sono figlia unica.

– Quanti anni ha?

– Cinquantacinque.

– Ecco, se sua madre avesse il gene modificato e lei decidesse di approfittare della possibilità di sottoporsi all’esame e risultasse positiva, pur non avendo ancora sviluppato un carcinoma potrebbe accedere liberamente ai nostri screening di controllo semestrali. Inoltre, si potrebbe prendere in considerazione un intervento preventivo di asportazione delle ovaie, che alla sua età non servono.

Si è morsa la lingua – e neppure tanto metaforicamente, ché da quando ha smesso di fumare mastica chewingum a ritmi sostenuti – per non sibilare che le ovaie, volendo vedere, non sono l’unica parte del suo corpo poco usata; ad esempio, ci sono zone del suo cervello chiuse e misteriose come la stanza di Barbablù: prendiamo in considerazione la lobotomia? Potrebbero nascondere, non il cancro, ma sintomi di cui ancora non siamo a conoscenza; stanze chiuse piene di incognite: chissà cosa c’è dietro le porte sbarrate di menti oscure. Magari ci vive una donnina psicopatica lì dentro, che potrebbe colpire ripetutamente la famosa oncologa fino a farla tacere… per dire, eh.

Oltretutto, quell’ancora sembra un augurio sconsiderato e precipitoso, mal cela il desiderio che la spadadidamocle colpisca, cosicché alla dottoressa sia data la possibilità di studiarne gli effetti.

Visualizza se stessa distesa al centro di un enorme prato verde macchiettato di coloratissimi fiori primaverili, il viso proteso verso un cielo azzurrissimo a cogliere il calore del sole. Non è che un breve istante, ma sufficiente a permetterle di alzare lo sguardo, puntare gli occhi negli occhi della dottoressa, atteggiare il volto in una smorfia, con ogni probabilità più simile all’esito di un ictus che a un sorriso, e rispondere: – Un passo alla volta –, senza scomporsi.

– Bene. Le scrivo già il mio nome nello spazio dedicato al medico inviante. Mi faccia poi sapere com’è andata. E ricordi che statisticamente il cancro colpisce con maggior probabilità le persone in sovrappeso.

Non può non convincersi sempre di più che quel medico lì, questa dottoressa premurosa e attenta nel mostrare e radunare fogli, auspichi di vederla tornare con esito positivo; che abbia già in mente il passo successivo, dopo il primo e il secondo e il terzo… il decimo passo. Ecco, questa vorrebbe farle compiere un fantomatico decimo passo; probabilmente ancora nuovo, ma tutto da studiare, verificare, dimostrare…

Raccoglie i fogli e si alza decisa.

– Andiamo, mamma. Grazie dottoressa. Buongiorno.

 

Trascorre due settimane su quei dannati fogli. Non due settimane consecutive, ma quindici giorni di avvicinamenti e fughe. Poi, una domenica, estrae dall’archivio mentale quella se stessa determinata e potente; le dà una solenne scrollata per eliminare polvere e pieghe; armata di una risolutezza che non sa mai bene come maneggiare, intimorita dalla possibilità che le parta più solerzia del dovuto, si piazza alla scrivania. Ci passa un intero pomeriggio, scrivendo il certo e analizzando l’incerto attraverso messaggi e telefonate a diversi parenti. Scansiona le sette maledette pagine e le invia per mail.

Due giorni dopo viene contattata. L’appuntamento per l’esame è preso. Non resta che attendere, e poi attendere ancora, fino all’esito.

 

Paracadutismo, arrampicata, rafting, parapendio, parkour… digitando “sport spericolati” il signor Gugòl risponde con una lista lunghissima. Vivere non è uno sport abbastanza estremo? Non se ne esce vivi: più estremo di così.

L'autore







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