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Phylloxera vastatrix, quando la vite europea rischiò l’estinzione

Bruno Contini | Arboretum   12 Febbraio 2019   3 min.

 

Foglie lordate di escrescenze giallastre come bubboni purulenti sul volto di un appestato, radici marcescenti deformate da orribili protuberanze, interi vigneti distrutti per fermare il contagio, altri moribondi lasciati al proprio destino. Non è lo scenario allucinato di qualche film distopico: nel vecchio continente, un secolo e mezzo fa, è successo veramente. Il flagello, comparso in Francia e Inghilterra nella seconda metà dell’800, è tanto misterioso quanto micidiale. Senza alcun motivo apparente, le viti perdono le foglie, i grappoli avvizziscono e la pianta muore. Rodano e Bordeaux sono in ginocchio, in Svizzera i vigneti infetti vengono bruciati. La piaga raggiunge presto la nostra penisola,  e non risparmia (quasi) nessuna provincia. La produzione di vino scema anche del 80%. La Vitis vinifera (vite europea) rischia di estinguersi e nessuno sa il perché. Qual è la causa della calamità?

La Daktulosphaira a banchetto in una vignetta inglese dell’1890

All’anagrafe il mostro fa Daktulosphaira Vitifoliae, ma sui vigneti di mezza Europa si è conquistato il nome di battaglia di Phylloxera Vastatrix. La fillossera è il classico tipaccio che non vorresti mai incontrare di notte, in un vicolo mal illuminato, mentre torni a casa dopo aver bevuto un bicchierino di troppo. È un insetto tozzo, una sberla di 1,5 mm di colore cangiante fra il giallo e il verdastro. Ha sei zampe, uno svariato numero di occhi e un temibile rostro, l’apparato boccale con cui punge e sugge la linfa.  Appartiene alla famiglia degli afidi, detti anche “pidocchi delle piante”. Gli afidi si dividono in atteri e alati. Gli atteri sono sprovvisti di ali e non possono andare lontano. Gli alati seminano distruzione ovunque. Inutile dire che Phylloxera, in uno degli ultimi stadi, sa volare. Viene dall’America, dove le gallecole, vale a dire la prima generazione di fillossere che sta sulle foglie, imbruttiscono le viti di galle giallognole ma senza sostanziali danni alla pianta, perché le radici sono meno esposte e, se punte, si rimarginano in fretta. La vite europea però non ha sviluppato gli stessi accorgimenti genetici di quella americana: dalle foglie le fillossere radicicole calano sottoterra e col rostro appuntito lesionano le radici della vite, provocandone la morte. La vite non è la sola malcapitata. La Daktulosphaira Vitifoliae ha delle sorelle cui piace infastidire querce, peri e molte altre piante. Le prime misure antifillosseriche si rivelano onerose e non sempre efficaci. C’è chi applica solfuro di carbonio, chi spennella le foglie con calce viva, chi d’autunno allaga i vigneti per annegarvi gli insettini. La soluzione è tanto semplice quanto geniale. Se le radici delle viti americane sono così resistenti, perché non creare una pianta bimembra, un centauro, europeo in superficie e americano dalla cintola in giù? L’idea ha successo – talmente successo che ancora oggi la quasi totalità delle viti monta portinnesto (l’apparato radicale) americano. Nessuna vite è interamente se stessa, perché il parassita non è mai stato debellato e tutte sono potenzialmente a rischio. O quasi. Ci sono luoghi dove neanche Daktulosphaira riesce ad arrivare. I terreni vulcanici ad esempio, troppo acidi per il suo palato, i vigneti montani dove s’infreddolisce, oppure i terreni sabbiosi, perché sui granelli scivola e incespica continuamente. Queste viti esistono ancora oggi e sono dette “a piede franco” (in Italia ad esempio abbiamo le uve Fortana, Carignano e i Nerelli). Sono più longeve di quelle col piede americano. Campano anche più di cent’anni. Chi ne ha assaggiato il vino, dice che hanno un sapore speciale. Frattanto, nelle viscere del suolo, lei, con le sue fauci e i suoi mille occhietti resta in agguato. Phylloxera Vastatrix che tutto vede e tutto divora.

 

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