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Perseo, la nascita (
parte prima)

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   7 Febbraio 2019   3 min.

 

Acrisio, re di Argo, non aveva avuto nessun figlio al quale consegnare il trono dopo la sua morte. Sua moglie Euridice, aveva partorito soltanto una bambina, Danae, la cui bellezza incomparabile avrebbe fatto felice qualsiasi padre, se questi naturalmente non si fosse impuntato nell’avere un erede maschio. In realtà l’ostinazione di Acrisio era giustificata dall’odio per suo fratello Preto, re di Tirinto, il quale avrebbe preso possesso di Argo nel caso in cui non ci fosse stato più nessuno a reclamare il titolo di re.

Passarono molti anni senza che la casa di Acrisio fosse premiata con la nascita di un bambino, e la regina Euridice non poté più assolvere ai suoi doveri coniugali a causa dell’età avanzata. E il re, pur di non perdere la speranza di allontanare le pretese del fratello sulla sua città, mandò un ambasciatore a Delfi perché interrogasse il dio. Questa fu la risposta della Pizia, che parlò in nome di Apollo Pitico: “Tu cerchi in tutti i modi la morte, Acrisio, figlio di Abante! Il figlio maschio che tu cerchi dovresti fuggirlo, prima che getti il tuo corpo in pasto ai cani.” Il nunzio del re tornò ad Argo portando il responso divino, che l’indovino di corte tradusse nel linguaggio degli uomini. “Il figlio maschio che nascerà nella tua casa” disse di fronte al re “sarà la causa della tua morte.”
Questo bastò perché Acrisio, più legato alla vita che al regno, mutasse i suoi propositi; così fece uccidere sua moglie Euridice, nonostante non potesse più avere figli, e temendo che Preto, conosciuto l’oracolo, circuisse Danae, ancora nel fiore degli anni, per darle un erede, fece costruire una torre di bronzo molto alta, senza finestre né aperture di alcun tipo, e la rinchiuse nelle sue strette mura. Il portale della torre, sorvegliato in ogni istante, era inespugnabile; e le stesse guardie, prima di entrare in servizio, vennero evirate. Fu fatto di tutto perché nessuno osasse deflorare Danae e mettere in pericolo la vita del re.

 

***

 

La bella Danae, che fino a quel momento – per la sua bellezza e per la ricca condizione in cui viveva – era stata la fanciulla più invidiata del mondo, si ritrovò prigioniera in una cella nera, illuminata soltanto da una piccola candela posta accanto al triclino. Disperata, pianse tutte le lacrime che poteva versare, incurante del fatto che tra tutti i pretendenti che avrebbero potuto sposarla uno soltanto poteva dirsi davvero potente.
Chi, infatti, se non il sommo Zeus, che si era innamorato perdutamente di lei, avrebbe potuto superare le trenta guardie che sorvegliavano l’ingresso della prigione senza destare sospetti? Egli abbandonò il suo Palazzo sull’Olimpo, prese le sembianze di una pioggia d’oro, e penetrò tra le mura pesanti della cella.

Danae, che stava sdraiata su un tappeto al centro della stanza, fu accecata da uno strano bagliore. Ella davvero non credeva che potesse esistere una luce così potente, una luce così potente che nascesse dall’ombra più tetra. E come lo strano bagliore generato dalla pioggia d’oro trasformò la cella di bronzo in una reggia d’oro, nello stesso istante Danae si risvegliò, pensando che tutto quello che aveva vissuto potesse essere stato un sogno. Ma dopo nove mesi, senza che soffrisse troppo, diede alla luce un bambino.
La giovane principessa, che era stata rinchiusa da sola, dovette occuparsi della cura del bambino, nonostante la spossatezza causatale dal parto: lo lavò, lo coprì con degli stracci che aveva trovato sparsi qua e là nella stanza, e lo portò al seno perché si nutrisse col suo latte. Lo chiamò Perseo, e dal momento che conosceva la crudeltà di suo padre, decise di crescerlo in totale silenzio, senza che nessuno potesse sospettare della sua esistenza.

Passarono molti mesi e Perseo divenne un bambino molto vivace. Pur non conoscendo il mondo al di fuori della prigione dove era rinchiuso con sua madre, dimostrò nel suo piccolo la sua paternità: una volta, quando ancora non sapeva né parlare né camminare, strozzò con le sue mani una donnola che tentava di cibarsi di un piccolo topo bianco che viveva nella cella; un’altra volta ancora la madre fu presa da una febbre improvvisa, e il piccolo Perseo, per aiutarla, sollevò un’anfora piena d’acqua, molto pesante, e versò un poco del suo contenuto in una coppa perché Danae si potesse bagnare le labbra. Questi e altri segni furono mandati da Zeus perché la principessa argiva non avesse dubbi sull’origine divina del figlio.

La madre e il bambino sembravano destinati a vivere per sempre in quelle infinite mura. Spesso Perseo, con la sua voce bambina, tentava di far crescere in Danae la speranza che un giorno sarebbero usciti da quell’orribile prigione. Ma lei, senza mostrare le sue lacrime, lo abbracciava, dicendogli che sarebbe stato meglio, per la loro vita, rimanere sigillati in un carcere piuttosto che tra le braccia di un tiranno come Acrisio.
“Tuo nonno non potrà farci del male. E chiusa qui dentro ho te, e mi basta per vivere…”

Eppure, com’era innocente suo figlio Perseo, lo era lei stessa.

 

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