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La mitica Nonnò

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   30 Gennaio 2019   4 min.

 

È molto interessante notare come, scavando nella memoria storica delle famiglie, possano emergere dal passato dei personaggi straordinari.

Uno di questi fu la mia bisavola, nonna Antonietta, chiamata dai nipoti con il nomignolo dialettale Nonnò.

Durante la mia infanzia, la mitica nonna fu la protagonista di innumerevoli aneddoti, dai quali veniva fuori il ritratto a tutto tondo di una donna dalla personalità non comune. Non aveva paura di niente e di nessuno ed era in grado di affrontare ogni situazione, anche la più difficile, con sicurezza nelle scelte e notevole padronanza di sé.

 

Da giovane sposa, andò a vivere in una casa dell’antico centro storico.

Una notte fu svegliata da un fantasma dalle sembianze di un omone che, comparsole accanto al letto, le ordinò:

« Domani notte fammi trovare una pentola di pasta bollita. »

La Nonnò, a dire il vero, non si scompose più di tanto e dopo che l’apparizione svanì dietro l’armadio, si girò dall’altra parte e riprese a dormire. La notte successiva il fantasma tornò a svegliarla e, accertatosi che la donna non aveva eseguito i suoi ordini, la minacciò: « Uscirai morta da questa casa! »

A quel punto, nonna Antonietta non esitò un momento. Nottetempo si fece accompagnare dal marito a casa della madre e non rimise mai più piede in quell’abitazione.

Oggi mi chiedo: sarà stato vero? Chissà! Mia nonna mi assicurava di sì.

A questo punto, è opportuno un chiarimento di natura etnologica.

Anticamente la popolazione era convinta che le vecchie case del centro fossero infestate da spiriti benigni o maligni. Erano chiamati li beddi signuri cioè le belle signore o li patruneddi di casa, espressione che significa “i piccoli padroni di casa”. Secondo la tradizione popolare, li beddi signuri, in massima parte, erano delle bellissime donne dalle lunghe vesti bianche drappeggiate, alla maniera romana.

Quando una famiglia andava ad abitare in una casa nuova, prima di prenderne possesso, lasciava all’angolo di ogni stanza un piatto colmo di pesci fritti. Era un’offerta propiziatoria agli spiriti affinché si mostrassero benigni.

Tali credenze si perdono nella notte dei tempi e traggono origine dal culto degli “Dei Lari”, divinità protettrici del focolare domestico, presso gli antichi Romani.

 

Nei tempi andati era usanza, presso le famiglie più abbienti, che ogni figlio che si sposava occupasse una parte dell’abitazione genitoriale.

Così accadde che alcuni dei numerosi figli della Nonnò, costituite le loro famiglie, si sistemarono nei vari appartamenti in cui fu diviso il grande caseggiato. Altri, invece, costruirono le case nelle immediate vicinanze.

Ciò consentì la costituzione di un vero e proprio clan i cui ragazzi, quasi tutti coetanei, crescevano insieme condividendo le stesse esperienze di vita.

La Nonnò, da vera matriarca, ogni sera riuniva intorno a sé nel suo appartamento figli, nuore, generi e nipoti e nessuno si annoiava, poiché le serate trascorrevano sempre piacevolmente, tra giochi e chiacchiere più o meno animate.

 

Molto spesso la nonna proponeva ai nipoti:

« Chi fa, picciotti, (Che si fa, ragazzi) domani andiamo alla Ciumara? »

Figuriamoci se qualcuno di essi rifiutava l’invito!

La Ciumara, termine dialettale che significa Fiumara, era una bellissima tenuta che si stendeva sulla sponda sinistra del fiume Mazaro.

Quel terreno era un vero e proprio paradiso terrestre, pieno di viti, ulivi, alberi di agrumi, maestosi noci e carrubi, mandorli e pistacchi. Presso il caseggiato verdeggiava un boschetto di lecci che s’inerpicava lungo lo scosceso pendio roccioso, scavato dal fiume nel corso dei millenni.

Arrivato il momento di partire per la Ciumara, la Nonnò “mpaiava lu sceccu” (legava l’asino) al suo calesse, guidato con perizia da lei stessa, e faceva poi salire i numerosi nipoti… Infine, via verso la libertà!

In quel luogo meraviglioso, il tempo trascorreva veloce sia per la nonna sia per i ragazzi, perciò accadeva molto spesso che il viaggio di ritorno verso la città fosse intrapreso all’imbrunire.

Un giorno un vicino di campagna disse alla Nonnò:

« Signora Antonietta, devo darle un consiglio. Torni in paese quando è ancora pieno giorno! »

Dinanzi all’espressione scettica dipinta sul viso della donna, continuò:

« Ricordi le mie parole! C’è chi le vuole bene, ma c’è pure chi le vuol male. »

Il discorso, che potrebbe sembrare sibillino, in realtà non lo era, se si considera il periodo storico in cui si svolsero i fatti.

Si era, infatti, alla fine degli anni venti. A quel tempo l’analfabetismo, la precarietà del lavoro dei braccianti agricoli e la profonda miseria, già antichi retaggi della società contadina isolana, erano stati aggravati dalla crisi economica determinata dalla prima guerra mondiale, facendo prosperare il brigantaggio.

La Nonnò ringraziò il suo vicino per l’avvertimento e continuò a fare come aveva sempre fatto: si avviava verso casa quando il sole volgeva già al tramonto.

Una sera l’allegra comitiva si era attardata più del solito perché erano stati raccolti gli agrumi, ultimi della stagione. Di arance, limoni, cedri e limoncelli era pieno il carro che procedeva lentamente lungo la trazzera, la stretta stradina sterrata che si snodava attraverso la piana. Intorno non si vedeva anima viva! All’incerta luce rossastra del tramonto, si stendeva fino a perdita d’occhio la “sciara”, con le sue rocce grigie affioranti dalla terra e la bassa vegetazione che stava già trasformandosi in sterpaglia. Qua e là resisteva ancora qualche tratto di muretto a secco.

Ebbene, dietro uno di quei muri era seminascosto un giovinastro. Teneva un grosso sacco tra le mani e anche dal calesse si poteva notare l’espressione crudele del suo viso.

La Nonnò non si perse d’animo. Continuò per la sua strada come se niente fosse, però quando fu abbastanza vicina al ragazzo, fermò il mezzo e, facendogli cenno con le mani, gridò:

« Vieni qua! Vieni qua! »

Il giovinastro, meravigliato, si avvicinò e chiese:

« A mia dici? »

« Sì, a te dico! ».

E non appena egli fu presso il calesse:

« Apri questo sacco! » gli ordinò e vi mise dentro una grande quantità di frutta.

« Scusami! – intanto mormorava. – Voi siete gente di campagna e magari non avete tante cose. Se hai bisogno di qualcosa, vai pure nella mia proprietà e prendi tutto quello che ti serve. Sai chi sono io, è vero? »

Infine il sacco fu pieno.

« Grazie, signura! – disse il giovane brigante. – Certo chi vi canusciu e sacciu* pure dov’è la vostra proprietà. – Poggiò una mano sul petto, quasi in un gesto solenne, e continuò: –Vossia** può camminare per queste contrade di giorno e di notte, ci sarà sempre chi vi proteggerà. »

E così la Nonnò, quando riprese la strada e si fu allontanata abbastanza, si rivolse ai nipoti:

« Avete capito, ragazzi? Era lui quel figlio di buona donna che mi voleva male! »

Da allora in poi nessuno le consigliò più di tornare dalla campagna in pieno giorno.

 

 

* Canusciu e sacciu: conosco e so.

** Vossia: significa voi, esprime rispetto e considerazione.

L'autore





Un solo commento

  1. Maria Grazia Vitale 31 Gennaio 2019 alle 18:06



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