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Una breve allucinazione

Marco Corsi | Contrafforti   20 Gennaio 2019   2 min.

 

Ci sono figure nere in cucina, affacciate sul balcone, reclinanti come il sole nello spazio deserto del giardino. È la nostra immaginazione, sola, a richiamare in esse una moltitudine di spettri. Sono le nostre angosce, le perplessità che ci accompagnano ogni giorno, col ritmo di gesti buoni e usuali.

Ogni mattina Giovanni, fresco di matrimonio, si sveglia per recarsi a lavoro. Ma in lui alberga un rimorso. Lasciare che l’amata s’industri dietro alla casa, senza davvero dedicarsi a lui. Giovanni non è un borghese piccolo piccolo; anzi, ha in animo di divenire poeta e di mettere tutta la sua vita in versi. Ma quella figuretta che si affanna dietro al sugo, che azzarda gesti atletici nel rifare il letto, apre e chiude le finestre per dare aria alle stanze… quella mogliettina davvero non gli dà tregua, perché le sue ore migliori non sono per lui. Per uno che arriva da Le Grazie, che ha speso di sé la miglior parte – la parte giocosa e bambina – tra i sassi di Portovenere, la città è un miracolo incomprensibile. Sarà per questo, allora, che nella sua fantasia nascono rami e palmenti, fiori e foglie grandi come case, in un sovrappiù di sentimento che non si addice all’adesione piena del suo sguardo sulle cose. Nomi e oggetti diventano visioni. La stanza, la casa tutta sconfina nel tempo. La moglie è un incubo oscuro, una parziale nevrosi. L’amore una città che toglie dimensione, spazio e profondità al nostro esserci e vivere nei gesti di ogni giorno. Siamo ombre piene o silhouette. Sagome imbiancate di vuoto. Uomini vuoti a tutti gli effetti. Affetti dal male del desiderio.

Ecco perché Giovanni ricorre alla letteratura. Ha bisogno di ingannare il mondo per descriverlo in tutta semplicità: «O Beatrice» e soggiunge «La Bovary c’est moi».

Ma il sogno ora finisce. Dalle imposte trapela sincera la luce di Milano. «Altro che vita in versi, Giovanni!» va ripetendo a sé stesso tra il letto e il gabinetto, col suo pigiama misto seta a strisce bianche e blu. E nemmeno questa breve storia non può rimanere un’ossessione.

La cartella con il poemetto di Giovanni Giudici intitolato Le ore migliori, cui l’aggiunta della poesia L’età, viene tirata a mano da Franco Riva in 125 esemplari nel giugno del 1967. In marzo il poeta aveva soggiornato a Praga insieme a Sereni, Fortini e Zanzotto, tenendo letture al caffè letterario Viola. Mentre proprio nel giugno di quell’anno inizia la sua lunga collaborazione con «L’Espresso». Le ore migliori segue di due anni la pubblicazione del primo volume di Giudici, La vita in versi, e in questa nuova veste si accompagna a un’acquaforte di Attilio Steffanoni.

È nata da un’immagine la nostra breve allucinazione.

 

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