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The Life of David Gale, ovvero come la mia vita è cambiata

Claudio Pellerito | Aneddoti di Scena   20 Gennaio 2019   3 min.

 

The Life of David Gale è un film del 2003, l’ultimo, ad oggi, diretto da Alan Parker, il che la dice lunga su quanto probabilmente il regista abbia voluto lasciare una specie di testamento artistico che l’America, ovviamente, non ha saputo cogliere (il film è sottovalutato, poco conosciuto nonostante la regia, il cast, la nomination all’Orso D’Oro al Festival di Berlino e la co-produzione di Nicolas Cage).

Vidi il film per la prima volta quando ero in prima media, se ricordo bene, e non potrò mai dimenticare la mia reazione durante gli strazianti minuti finali: cominciai a piangere a dirotto, singhiozzando sul divano con le mani sul viso, sconvolto da quanto avevo appena visto. È il film che consiglio a tutti per primo quando mi chiedono un parere, è il film che regalavo ai miei nuovi amici per parlargli un po’ di me, è il film su cui ho scritto temi interminabili alle medie e al liceo.

Kevin Spacey (su cui sarebbe opportuno aprire un capitolo a parte, ne riparleremo) e Kate Winslet dominano la scena con due prove d’attore strepitose, per non parlare di Laura Linney nei panni di Constance. La trama del film è in apparenza molto semplice: un condannato a morte, David Gale (Spacey), ex professore universitario ed attivista proprio contro la pena di morte, sta per essere giustiziato per lo stupro e assassinio della sua collega (e fondatrice, con lui, dell’associazione di attivisti) Constance Harraway, interpretata come già detto da Laura Linney. Tre giorni prima dell’esecuzione, dopo anni di silenzio nei confronti della stampa, decide di rilasciare un’intervista alla giornalista locale Bitsey Bloom (Kate Winslet) per raccontarle tutta la verità. In un susseguirsi di flashback e colpi di scena, la storia raccontata da Gale si rivela tutt’altro che semplice e lineare, e la Bloom è sempre meno convinta della colpevolezza dell’ex professore. Riuscirà a scoprire la verità prima dell’iniezione letale? Ovviamente non ve lo dirò, sperando che lo vedrete e che, come me, vi lascerete sconvolgere dai colpi di scena di questo meraviglioso film e che, come me, rifletterete sul messaggio che vuole lanciare.

La pena di morte è un tema su cui probabilmente non finiremo mai di discutere, purtroppo, ma anche se non sarà di certo un film a fare la differenza, è interessante notare quanto il Cinema, nella sua forma più pura, abbia la forza di scuotere gli animi dal profondo, come poche forme d’Arte riescono a fare: ci fa riflettere su quello che siamo, su quello che il nostro Paese è, su quello che la nostra coscienza è, ci fa esplorare i nostri lati più oscuri e ci fa capire quanto piena di sfaccettature sia l’umanità. È curioso che a Berlino il film sia stato nominato all’Orso d’Oro ma in America il Chicago Sun-Times gli diede un punteggio pari a zero affermando: “Sono certo che i produttori credano che il film sia contro la pena di morte. Io credo invece che la supporti e cerchi di screditare gli oppositori come fraudolenti”. Questa è la forza del Cinema e di questo film in particolare, che riesce a smuovere le coscienze da dentro, mettendoci faccia a faccia con una verità che molti non vogliono accettare.

The Life of David Gale è un film filosofico mascherato da thriller: dietro i flashback, i colpi di scena e la suspense, ci sta una riflessione sull’essere umano e la sua fallibilità, soprattutto quando esso prova a sostituirsi ad una giustizia, terrena o divina a seconda di quella in cui ognuno crede, che dovrebbe andare al di là di ogni sentimento di vendetta o di giustizia privata. E questo non vale solo per il Sistema, ma anche per chi lo combatte! Non ci sono vincitori né vinti in questo film, ma solo tanto dolore, da una parte e dall’altra, ed è questa la sua forza: qual è il confine tra il sostenere una causa ed essere dei fanatici? Anche i “buoni” sono esseri umani, e in quanto tali fallibili, e neanche loro dovrebbero sostituirsi alla giustizia di cui sopra. Ma d’altronde, come disse Morgan Freeman alla fine di Seven: “Ernest Hemingway una volta ha scritto: «Il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso.» Condivido la seconda parte”.

 

 

PS: quando vidi questo film e piansi così tanto, dentro di me si accese inconsciamente la prima scintilla che tanti anni dopo mi portò a lasciare la mia città natale per inseguire il sogno di diventare un attore; volevo probabilmente riuscire a trasmettere agli altri le stesse emozioni che io avevo provato quella volta, lasciare in loro lo stesso seme, che potesse vivere nella loro memoria e nel loro vissuto come ha vissuto e vive in me. Chissà che qualcuno di voi, leggendo questo pezzo e vedendo il film, non scopra che qualcosa si è acceso dentro di sé.

Ve lo auguro,

Claudio

 

 

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