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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Fedra

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   17 Gennaio 2019   8 min.

 

Non so, Teseo, se quando ti giungerà tra le mani questa mia lettera tu piangerai, intuendo la mia prossima fine. Probabilmente il mio corpo penzolerà già dal soffitto, stretto alla corda che lo ha privato della vita.

Giungendo all’ultima riga – se non avrai stracciato prima il foglio, e avrai gettato i suoi resti nel fuoco – maledirai la mia anima che parte, piena d’amore, di risentimento, di vendetta, laggiù dove i morti vivono eternamente. Non stai capendo nulla, vero? Dunque non indugerò: ammetto, senza tanti giri di parole, di aver violato il patto che ci teneva uniti, come marito e moglie, come re e regina del tuo popolo. Ho calpestato ogni fibra della tua fiducia, io, sposa fedifraga, sposa infedele almeno nelle intenzioni, io che ero innamorata del tuo unico figlio, Ippolito, dell’unico dono che le tue prime nozze con la regina delle Amazzoni ti avevano consegnato tra le braccia; e l’ho accusato di fronte a te, suo padre, di avermi violata… L’ho chiamato sporco, viscido, infedele; l’ho riempito di infami bestemmie perché io fossi pura di fronte ai tuoi occhi. Tu, padre tante volte dannato quanti giorni saranno per te su questa terra, non desti retta al tuo buon senso, non guardasti nemmeno il sigillo di Artemide posto dalla dea stessa sulla fronte di tuo figlio; e, come se la sua nota castità fosse una semplice voce, l’hai maledetto… Ah! Davvero? Perché? Davvero non vi fu di fronte ai tuoi occhi, quando Ippolito, morto, venne presentato al tuo cospetto, coperto da un velo bianco! Sotto il sudario stava nascosto il sangue che io e te, ingiustamente, abbiamo offerto agli dèi della morte, colpevoli entrambi di due colpe differenti. Siamo vittime anche noi di una tremenda maledizione… Magari offerta agli dèi, per vendetta, da chi in origine ci voleva bene. Molto tempo è passato da quando io e mia sorella Arianna, alla quale eri legato da una promessa strappata, ti abbiamo seguito; lei, contenta del suo futuro, pensava che sarebbe diventata la tua sposa. E invece la illudesti, perché sull’isola di Nasso, tra le spoglie delle navi che il mare aveva privato della rotta, tra le rocce degli scogli e le onde del mare, l’abbandonasti. E quando dalla nostra nave hai udito i suoi primi lamenti giungere da lontano, tu mi prendesti tra le braccia, giurando a me, e non a lei, l’amore che ora ci sta portando nella tomba. Io come potevo sapere che per il mio stesso desiderio – perché io ricambiavo il tuo sentimento – avrei dimenticato mia sorella, il mio sangue, l’unico ricordo che avrei avuto dei miei genitori abbandonati sul trono di Creta? Dovevo aspettarmi che la fine delle nostre disgrazie fosse la nostra stessa fine; o almeno la mia, che sono donna, e che per un’ingiusta giustizia dovrei pagare in silenzio. Ebbene, la mia bocca tacerà… Ma la mano, scrivendo, urlerà tutti i nostri dolori.

Come quando tornasti ad Atene, dimenticando le vele nere spiegate da lontano, e tuo padre Egeo, vedendole, si uccise per la disperazione. E mentre sfilavi come nuovo re della tua città, percorrevi le strade che la precedente notte avevano accompagnato Egeo al suo sepolcro sotto terra. Avevi confuso lacrime di gioia – la dovevi al tuo popolo che ti adorava – e lacrime di dolore. Io ti ero accanto, e con te condividevo soltanto quest’ultimo sentimento. Poi ci furono le tue nozze con Antiope, la regina delle Amazzoni, obbligate da un’alleanza che tuo padre aveva stipulato tanti anni prima; soffrimmo il nostro amore nascosti a tutto il mondo. La tua prima sposa, invidiando la mia stirpe divina, mi relegò ad essere una sua schiava, a lavare i suoi stracci e ad ammirare da lontano tutto ciò che mi apparteneva quando ero alla corte di mio padre Minosse. Ma l’intervento degli dèi asciugò le mie lacrime: la regina morì di parto, mentre dava alla luce un figlio, al quale – misera me, ora che ci penso! – hai dato il nome di Ippolito. E fu doppia gioia, perché poco dopo potei essere io la tua regina, io che tanto avevo aspettato quel giorno, insieme a te.

Forse avrai gettato la mia lettera nel fuoco, Teseo, dopo aver letto la mia confessione. Ma se così non fosse, e se hai avuto il coraggio di arrivare sino a qui, sappi che non c’è orgoglio in me in ciò che sto per raccontarti. Voglio mostrarmi nuda di fronte a te, così che tu possa disprezzarmi, e farmi al mondo oggetto di tremenda vergogna. Non so se aver amato sia un merito.
Se qualcuno avrà pietà di me, sarà perché in fondo il fuoco dell’anima è più forte delle fiamme che agitano i tizzoni ardenti, delle fiamme che danzano di notte, sotto la Luna.
Mentre ero la tua regina, accettai che Ippolito fosse il tuo erede; non ho voluto che i figli suoi fratelli, che i figli generati nel mio ventre, scavalcassero i suoi diritti al trono. Non mi interessava, sinceramente. Anzi, volevo che ci fosse solo amore nella nostra famiglia, senza quelle rivalità insensate che abitano le case dei potenti. Mi dimenticai che Ippolito fosse figlio della donna che mi aveva disprezzato, e che senza una ragione per me valida mi aveva usurpato il diritto ad essere la tua prima regina. L’ho amato, permettendogli che fossi io sua madre. Così crebbe, crebbe dannatamente bello, e forte, e sopra la sua immagine – un giovane Teseo coperto da un candore femmineo – iniziai a puntare il mio sguardo. Quando vi vedevo insieme, da lontano, immaginavo di essere tra di voi, e di essere io colei che, con un mio detto intelligente, gli avrebbe strappato dalle labbra il suo pallido sorriso. A volte, in sua presenza, mi immaginavo nel pieno della sua giovinezza, quasi volessi competere con la sua. Quando mi si avvicinava il mio cuore batteva, e il mio volto arrossiva stupidamente; quando si allontanava, invece, una grande tristezza mi corrodeva l’animo. Spesso, sdraiandomi sul nostro talamo, sul nostro letto regale, facevo finta di essere accanto a lui… Se mi addormentavo, ecco che il mio sonno era popolato dallo stesso incubo: sedevo sul mio trono, mentre tu, alla mia sinistra, annunciavi alla corte l’ingresso di una giovane fanciulla, velata da capo a piedi, il cui profumo mi ricordava il fumo dell’incenso. Passo dopo passo, lentamente, lei era di fronte a noi. Dalla medesima porta entrava Ippolito, vestito con la stessa armatura che tu avevi indossato il giorno in cui avevi ucciso il Minotauro; l’unguento che lo ricopriva odorava di miele. Sembrava giungere verso di me, sicché io sorridevo!… Invece, fermandosi accanto alla giovane principessa, rivolgendosi a lei, le toglieva il velo che la ricopriva e… io mi risvegliavo, bagnata dal sudore e dalle lacrime… Ogni giorno, ogni istante della mia esistenza, lo trascorrevo con la stessa angoscia. Sia per il sogno, sia per la presenza di Ippolito nella mia vita. Dopo l’ennesima notte, dopo l’ennesimo pianto, mi svegliai, e senza rendermi conto che ai piedi del mio letto, preoccupata, stava la mia nutrice, urlai di amarlo! Ah! Ippolito… unico amore della mia vita… unico mio dolore… Teseo, non biasimarmi! Devi sapere tutta la verità! La nutrice divenne l’unica confidente di questo amore, l’unica dalla quale mi aspettavo la giusta consolazione. Spesso pregavamo insieme di fronte all’altare, in cortile, perché il dolore che mi aveva lacerato l’anima sparisse, o almeno venisse dissimulato ai tuoi occhi, agli occhi della corte, ma soprattutto agli occhi del mio Ippolito. Eppure soffrivo; soffrivo ardentemente questo amore incestuoso! Quando Ippolito mi si avvicinava chiamandomi “madre”, io lo scansavo; e assumendo l’aria superba che mai io avrei voluto, perché superba non lo sono mai stata, gli imponevo di chiamarmi “regina”, oppure “signora”, oppure di non rivolgermi nemmeno la parola. Pensavo fosse l’unico modo di far scacciare da me il desiderio che avevo per lui.

Ma nulla cambiava. Più passavano i giorni, più la mia fiamma ardeva, e io amavo! Pensai più e più volte di farla finita, anche se la nutrice – donna maledetta! – mi distoglieva da ogni tentativo di suicidio. Così iniziò a suggerirmi di aspettare, di lasciare che questo sentimento sparisse da solo; ma poiché nemmeno così smisi di patire, iniziò a farfugliare che Ippolito dovesse essere benevolo con me che l’avevo cresciuto tra i miei figli come se fosse mio figlio. Avevo inteso cosa volesse dire. “Come potrebbe” le rispondevo inorridita “se mi vede come una madre, se la devozione a colui che lo ha generato, a Teseo suo padre, supera di gran lunga qualsiasi altra cosa? Ma ammetto che se solo lui volesse, io sarei disposta a tradire il mio sposo.” “Provaci almeno! Vuoi forse rimpiangere un giorno di non aver tentato?” “Sei pazza!” rispondevo “Sei pazza!”
Non ricordo con quali parole mi convinse invece ad agire. Ma presi un foglio, e vi scrissi tutto ciò che avrei voluto dire ad Ippolito: che lo amavo, che lo desideravo, che mi sarebbe bastata una notte soltanto con lui per essere felice. Conclusi dandogli appuntamento presso il sacro ulivo che protegge la città dall’alto della rocca. Consegnai la mia lunga lettera alla nutrice; lei la lesse, riga dopo riga, e quando ebbe finito uscì dalle mie stanze, diretta alle stanze di Ippolito: lì, senza farsi scorgere dalle guardie che di tanto in tanto girano per i corridoi del Palazzo, la fece passare sotto la sua porta. Quando tornò mi aiutò a prepararmi per l’incontro. Indossai una tunica viola che scendeva fino alle mie caviglie, e ai piedi due sandali d’oro; e d’oro erano anche i bracciali che mi appesantivano le braccia. Coprii la mia testa con un velo bianco, e senza indugiare mi precipitai al luogo dell’appuntamento. Era notte; la Luna splendeva in cielo, e le nuvole erano intorno a lei. Le stelle del firmamento sembravano attendere con me l’arrivo del mio amato Ippolito. Eppure non sembrava giungere. I secondi si facevano minuti, i minuti ore, le ore altrettante ore… e nemmeno un’ombra si palesava dinanzi a me. Quanto ancora dovevo patire, Teseo? Quanti dolori ancora gli dèi mi avevano riservato, prima che io stessa non mi fossi decisa a recidere il filo della mia vita?
E mentre mi distruggevo a pensarlo, e a disilludermi che prima o poi sarebbe arrivato, ecco che da lontano vidi qualcuno… Sapevo che fosse lui, sapevo infondo che avrebbe accettato di venire, di parlare con me… Ah, mio amato…! Ippolito! L’avrei riconosciuto tra altri mille! Il suo corpo era terribilmente bello; ogni cosa di lui sembrava splendere sotto la luce dell’astro notturno, mentre tutto il resto – me compresa – era immobile, nel buio più totale…

“Maledetta! Avrei dovuto sperare che tu mi odiassi veramente!”… Vedi su cosa avevo sperato? Non avevo di fronte l’uomo che ho amato, ma un essere rabbioso, pronto a riempirmi di parole come se fossero frecce infuocate! Io, la figlia di Minosse, la degna nipote di Zeus, dovevo meritarmi questo soltanto perché ho provato l’Amore? Fuggii. Le lacrime mi colavano sul viso, rendendo deboli i miei occhi. Così la luce della Luna mi fu d’ostacolo: come accecata, prima di ritornare dentro il Palazzo, inciampai, impigliandomi la veste in un rovo… E quando tu mi hai visto, piangente e con la veste strappata che mostrava il seno, ti dissi di essere stata violata. Ti mentii. Dissi che era Ippolito il colpevole.
Dèi che illuminate le menti degli uomini, che rischiarate la via della sapienza, perché non avete agito sull’animo di un padre? Se sei maledetto, Teseo, se io sono maledetta, non è solo per la mia menzogna… Non dovevi credermi! Dovevi anteporre tuo figlio a me! Dovevi difenderlo dalla mia accusa! Invece hai giurato sui tuoi dèi… Ma i miei dèi che imploravano pietà, e i suoi, dov’erano?… Hai giurato dicendo “Non farà molti passi lontano da qui. Ma sarà maledetto su ogni terra, e morirà, indegno di un nobile padre!”

Ma quale nobiltà? Lui, indegno di te? Noi siamo indegni di lui… indegni, sì, e maledetti! Io nella morte, e tu nella vita.

***

Teseo, re di Atene, ricevette questa lettera quando ancora era convinto di aver fatto una giusta azione nel condannare suo figlio. Ma poi, leggendo la confessione, trasferì il suo odio da suo figlio a quella che era stata sua moglie. A Ippolito furono riservati tutti gli onori dovuti a un eroe, e il suo culto fu affiancato a quello della dea Artemide, alla quale il giovane Ippolito si era consacrato con un voto di castità, mentre il corpo di Fedra, indegno per lui di ricevere onori, venne bruciato senza alcuna cerimonia. Si racconta che il re, divenuto anziano, desiderasse morire per poter rincontrare nell’Ade il suo amato figlio. “Soltanto nella Morte” diceva “potrò vivere!”
Ma gli dèi si ricordarono di come avesse tentato, in gioventù, di rapire Persefone, regina degli Inferi. All’epoca era stato condannato al supplizio della ruota, come Sisifo, ma era riuscito a sfuggire grazie all’aiuto di Eracle. E quando gli toccò scendere nell’Oltretomba da morto nessuno poté più sottrarlo alla condanna.

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