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Il dio più potente

Tancredi Greco | I racconti della stella Arturo   15 Gennaio 2019   5 min.

 

C’era un tempo in cui Amore era il dio più potente di tutti. Le sue frecce erano temute da dèi e mortali, e chiunque venisse colpito diventava vittima di una passione irrefrenabile. Tutti lo veneravano e nessuno gli si opponeva: né il sesso né la razza né la classe sociale potevano ostacolare il sentimento scatenato dai dardi del dio. Venne, però, un lungo periodo buio, durante il quale fu dimenticato, oscurato da nuove divinità: l’uomo non era più libero di amare chi voleva.

Durante quest’epoca il re di una vasta terra sfidò il dio emanando un editto blasfemo. Il re, infatti, pensava che l’amore portasse solo caos fra i suoi sudditi: li spingeva a comportarsi irrazionalmente e a preferire i propri cari alla patria. Inoltre, portava alla gelosia, all’odio e a relazioni malate e pericolose. Così, secondo quanto sancito dall’editto, un uomo e una donna potevano unirsi una sola notte con l’unico fine di procreare. I matrimoni erano vietati e gli omosessuali venivano banditi dal reame. Amore, adirato con il re, decise di punirlo: scese fra i mortali e si mise a seguirlo, pronto a scagliare una delle sue saette al momento più opportuno.

Così un giorno il sovrano notò un giovane servitore che non aveva mai visto prima, mentre con altri trasportava giù dal carro un pesante cervo, nuovo trofeo e futura cena per la famiglia reale. Nei giorni successivi gli capitò di pensare più volte a quel ragazzo: rivedeva le sue braccia tese che sollevavano la testa della creatura, l’espressione di sforzo sul suo volto, le gocce di sudore che scivolavano sulla sua pelle scura, i ricci e gli indumenti umidi per la fatica. E tutte le volte si sentiva nauseato da quei dettagli che ricordava, ma allo stesso tempo inesorabilmente attratto da quel giovane. Decise, allora, di convocarlo.

La prima cosa che sentì quando il ragazzo varcò la soglia della sala del trono fu un profondo senso di inadeguatezza. Non meritava di portare quella corona, lui, così magro, con le braccia molto più sottili della sua spada, il suo volto pieno di lentiggini e un po’ paffutello che ricordava quello di un bambino. Non poteva suscitare alcun tipo di timore nei suoi sottoposti né essere desiderato dalle ricche donzelle della nobiltà – era per questo che aveva emanato l’editto: non era mai stato amato ed era convinto che non avrebbe mai amato nessuno – no, lui non meritava celebrazioni o spade dall’elsa istoriata. Ma quel ragazzo sì. Quel ragazzo era tutto ciò che lui avrebbe voluto essere. Era forte, bello e, anche se indossava degli stracci, li portava con un sorriso sicuro e provocatorio. Il re, rendendosi conto dei suoi sentimenti, ne rimase disgustato e decise di mandare in esilio il giovane con l’accusa di omosessualità. Inizialmente si sentì meglio; poi, però, iniziò a pensare a lui in continuazione. Cosa stava facendo ora? Si era messo a fare il cacciatore alla corte di qualche altro re? Aveva catturato l’attenzione di altri giovani cavalieri o affascinanti principesse? O inseguiva un sogno che aveva tenuto nel cassetto per troppo tempo? Magari sognava di duellare con i grandi guerrieri del suo tempo. O forse dietro tanti muscoli nascondeva l’anima travagliata di un’artista e il suo corpo e il suo sorriso non erano altro che una corazza di ferro che proteggevano un  fragile animo di vetro, sempre sul punto di andare in frantumi. Forse anche lui provava gli stessi sentimenti del re. Forse anche lui era tormentato dalle stesse domande alle quali il sovrano non avrebbe mai trovato risposta.

Si rivolse, allora, all’alchimista di corte, Misofilo, il quale era noto per aver sperimentato su di sé talmente tanti filtri d’amore da esserne diventato immune. Sintetizzò, dunque, un elisir, unendo petali di rose rosse, sangue di vergine e pelle di neonato. Questa pozione avrebbe, a detta di Misofilo, annullato gli effetti di un dardo di Amore. Il suo piano andò a buon fine: finalmente si scordò del giovane cacciatore che tanto lo aveva ossessionato e lo fece rientrare in patria.

Tuttavia, bastò una battuta di caccia per far crollare tutti i suoi ambiziosi progetti. Bastò guardare il giovane una volta negli occhi per fargli capire che la pozione non aveva avuto effetto. E, allora, il re realizzò che non era colpa di un dardo di Amore: era sempre stato così. Sensazioni, immagini, desideri vennero a galla dalle profondità della sua memoria: sorrisi, sguardi imbarazzati, giovani corpi che si rotolavano per terra, mani che si sfioravano, muscoli, labbra, capelli e dita che vi ci affondavano dentro, occhi blu, verdi, marroni. Sì, lui aveva amato. Molte persone. Solo che non erano mai state donne. Così, si convinse che la sua era una malattia. Che cosa, se non una malattia, poteva spingere l’uomo verso un amore innaturale  e allontanarlo dal suo più grande e mirabile fine, cioè avere dei bambini e portare avanti la propria famiglia? Decise, dunque, che avrebbe trovato una cura per sé e per tutto il reame; avrebbe avuto dei figli bellissimi e nessuno di loro sarebbe stato omosessuale. Sì, li avrebbe salvati tutti.

Il re comprese che l’unico modo per sconfiggere Amore era giocare d’anticipo. Si rivolse nuovamente a Misofilo e gli ordinò di produrre altro elisir, che, tramite una nuova legge, avrebbe somministrato a tutti i neonati del reame. Aveva capito, infatti, che la sua generazione non era ancora pronta a smettere di amare. Ma, grazie alla pozione, il futuro re e i futuri sudditi sarebbero stati sin dalla nascita immuni alle frecce del dio.

Alcuni mesi dopo l’editto, si recò da Misofilo per ordinare nuove dosi di pozione destinate ad alcuni infanti ai quali non erano state ancora somministrate. Tuttavia, nel suo laboratorio incontrò proprio il ragazzo amato che stava aspettando l’alchimista. Notò che sul tavolo c’era una grande quantità di rose rosse e un’ampolla piena di sangue e che il giovane teneva in mano un sacchetto pieno di monete. I due si guardarono a lungo e finalmente il re capì: il sentimento che provava nei suoi confronti era ricambiato. Il cacciatore, imbarazzato, fece per andarsene, ma il re lo afferrò per un braccio e disse:

“Da quando?”

“Dalla prima volta che vi ho visto. Quando abbiamo preso quel grande cervo. Era vero: meritavo l’esilio.”

A quel punto, il re gli sorrise e non riuscì a trattenere le lacrime. Lo abbracciò e lo implorò di non prendere quella pozione. Amava ed era amato finalmente.

I due poi fuggirono da quella terra maledetta, destinata a non conoscere più Amore, e viaggiarono per tutto il mondo cercando un luogo in cui la loro relazione fosse ritenuta naturale. Misofilo, invece, venne ucciso dal popolo, che voleva indietro le sue emozioni perdute.

Intanto, Amore, il dio più crudele di tutti, se ne tornò in cielo e guardò il re passare la vita a cercare quell’approvazione che aveva sempre desiderato, ma che non avrebbe mai trovato fra gli stolti mortali.

 

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