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Gli occhi di Anne

Alessandro de Concini | Scuola e apprendimento   13 Gennaio 2019   3 min.

 

Questo mese voglio raccontarvi la storia vera di quella che viene considerata una delle più grandi insegnanti di tutti i tempi: Anne Sullivan.

Anne vive a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, in America, figlia di immigrati Irlandesi, e la sua storia non inizia in modo facile, tutt’altro: a soli cinque anni si ammala di una malattia rara che le infligge infezioni agli occhi e dolori terribili, con cui lotterà per tutta la vita, oltre che renderla quasi cieca. Per Anne, le luci si spengono presto, molto presto.

Quando ha otto anni rimane orfana di madre e il padre abbandona lei e suo fratello in una di quelle strutture caritatevoli sovraffollate dove si raccolgono poveri, orfani e anziani senza nessuno. Anne perde lì anche il fratello.

Anne non è in grado di leggere, di scrivere né di compiere lavori manuali particolarmente complessi, ma trova nel marasma di poveracci ai margini della società che vivono insieme a lei un altro cieco, una guida, che le racconta di scuole fatte apposta per chi non ci vede. Anne non ci vede, ma può immaginare, può sperare, può pianificare, può aspettare la sua occasione.

 

Durante un’ispezione della struttura intercetta un ispettore e lo convince a permetterle di andarsene da lì e aiutarla ad iscriversi in una scuola per persone non vedenti, a Boston, l’istituto Perkins, dove si trasferisce. Sei anni più tardi, si diploma con i voti più alti della sua classe.

Ma questa è solo la premessa della sua storia, perché Anne viene raccomandata dal direttore della scuola per non vedenti per fare da insegnante e tutrice privata a casa di una ragazza, Helen. Helen Keller. Helen ha sette anni, è cieca, ed è sorda. Il mondo, per Helen, è una grande distesa vuota e silenziosa. Il compito di Anne è trasformare quella distesa vuota in un terreno fertile su cui far crescere la cultura.

Anne ha in mente un piano, uno schema, lo stesso schema che le ha permesso di imparare tutto quello che sa: nuove parole ogni giorno, una dietro l’altra, in ordine di importanza e di frequenza d’uso. Studio, studio sistematico e “cattivo”. Lo studio di qualcuno che ha fame di imparare ed è pronta a tutto.

C’è solo un problema: il piano di Anne non funziona. Helen non risponde ai ritmi serrati della sua nuova insegnante. È distante, disinteressata, persa nel suo mondo buio e silenzioso.

 

Anne potrebbe mollare, come qualunque altro insegnante avrebbe fatto, e rimanere “soltanto” una ragazza quasi cieca con una storia incredibile alle spalle. Ma Anne non è abituata a mollare, e così si mette a pensare e trova un’idea che oggi può apparire persino scontata, banale, evidente, ma che per l’epoca era del tutto sconosciuta, rivoluzionaria persino: fare divertire la sua alunna, sfruttare i suoi interessi per insegnarle.

Comincia ad insegnare ad Helen solo le parole che le interessano, che accendono la sua curiosità di bambina. Anne le disegna con le dita sulla mano della sua piccola allieva. Le fa sentire le parole, gliele fa assaporare.

 

Sei mesi più tardi, Helen conosce 575 parole, le tabelline di moltiplicazione e legge il braille. L’anno successivo Anne convince i genitori di Helen a far trasferire la bambina all’istituto Perkins, dove segue la bambina per continuare ad affiancarla.

Helen Keller dimostra progressi impensabili e diventa il simbolo stesso della scuola Perkins. Attira donazioni, fondi, attenzione mediatica, ma soprattutto, continua a progredire, fino ad arrivare a un risultato che è rimasto nella storia: la laurea.

Helen sarà la prima sordo-cieca a laurearsi della storia, e proseguirà la sua carriera diventando una scrittrice, un’attivista politica, un’intellettuale di spicco. Anne rimarrà al suo fianco, come insegnante, mentore e, infine, come amica.

 

Anne Sullivan è forse l’insegnante più grande di tutti i tempi, non perché ha dovuto superare tutte quelle difficoltà da bambina, ma perché con la sua intuizione e perseveranza è riuscita a fare quello che ogni insegnante degno di questo nome sogna di poter fare: ha regalato a qualcuno che sembrava non avere nessuna possibilità la chance di imparare, di crescere, di realizzare il proprio potenziale fino ad arrivare all’apice del successo intellettuale e culturale; lo ha fatto non (solo) con la dura disciplina, con l’impegno, con il sudore, ma anche e soprattutto con l’innovazione didattica, con la passione e con il gioco.

E io non riesco veramente a immaginare un risultato più straordinario di questo.

 

L'autore







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