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Risponde Fosca

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   9 Gennaio 2019   5 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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Cara Fosca,

Ultimamente ho ripreso contatti con un ragazzo che non vedevo da tempo. Avevamo avuto, qualche anno fa, una storia d’amore leggera durata solo quattro mesi ma di cui conservo ancora un tenerissimo ricordo. Già allora lui aveva qualche problema con l’alcol, di cui i suoi, inspiegabilmente, non si erano mai accorti. Le sue compagnie non erano delle più raccomandabili, e non lo erano nemmeno i luoghi che frequentava a tarda notte.

Ci siamo incontrati dopo tutto questo tempo per strada, e non penso sia un caso. A malapena l’ho riconosciuto: è pallido come uno straccio e ha gli occhi incavati piccoli come fessure e due profonde occhiaie che ormai sembrano avergli tinto la pelle di viola. Sembra anche aver perso un bel po’ di chili, ma nasconde la sua eccessiva magrezza sotto vestiti esageratamente larghi. “Non ho mai tempo per mangiare, ho sempre cose da fare”, si è giustificato. Nonostante tutto, gli voglio ancora un gran bene e vederlo così mi dà dispiacere. Già allora mi ricordo come rispondeva alle mie dimostrazioni di apprensione: “Non ti preoccupare per me, io sto bene così. Ho un mio equilibrio”. Ma io non ci ho mai creduto, che fosse in pace con se stesso. Ho sempre pensato che se fosse arrivato qualcuno a fargli capire davvero che non si risolvono i problemi bevendo, forse lui si sarebbe rimesso a posto, si sarebbe ripulito da tutto quello schifo, e avrebbe trovato la serenità in un modo più sano. In un angolo del mio cuore ho sempre sperato e pensato di poter essere io, quella persona in grado di salvarlo, come lo sono stata in altre occasioni.

Ma come funziona, in situazioni simili? Come devo comportarmi? Tu, che sei stata oggetto di cure di Giorgio, gliel’hai chiesto esplicitamente? Ti sei lasciata salvare senza pensarci due volte o hai opposto, almeno in un primo momento, resistenza? E soprattutto, come ci si sente a stare dall’altra parte, ad essere salvati?

Lucia

 

 

Cara Lucia,

Quante domande impegnative! Per quanto mi riguarda, penso che da me e Giorgio sia stato firmato un tacito accordo. Credo che mi abbia osservata, almeno in un primo momento, con lo stesso sguardo morbosamente incuriosito di quello dei medici che venivano spesso a farmi visita. In me qualcosa non ha mai funzionato, e questo, invece di allontanarlo o spaventarlo, ha incredibilmente giocato a mio favore, attraendolo a me con una forza irresistibile e allontanandolo dalla solare Clara. Mi guardava come si guarda il sole al tramonto, che va a morire: lo si apprezza di più perché sta per nascondersi sotto al mare, o dietro le montagne. Se ci fai caso, il sole a mezzogiorno, che splende in tutta la sua pienezza, non lo si osserva mai alla stessa maniera, con lo stesso coinvolgimento. Ero per lui una rosa quasi appassita, che inizia a sgualcirsi e perder petali, scandalosamente affascinante nella sua incombente decadenza.

Sarò breve; lo schema è molto semplice, e gran parte delle difficoltà di relazione deriva proprio dalla confusione tra queste due semplici categorie in cui è suddiviso il mondo: salvabili e salvatori. E bada bene, perché ho scelto apposta di chiamarli “salvabili” e non “salvati”. In “salvabili” si apre ancora la prospettiva del fallimento della salvezza. Chi è salvato invece ha già raggiunto la riva, è fuori pericolo. Vedi, non tutti i salvabili saranno salvati. E sai perché? Semplicemente perché molti di loro non vogliono. Perché, detto tra noi, vivere da salvabili, con la scorta di un salvatore a portata di mano in ogni momento di sconforto, è molto più semplice e rassicurante: è così che ho scelto di vivere la mia vita. Quando qualcuno, per colpa di una malattia, accarezza la morte, gli diamo più attenzioni, gli rivolgiamo più cure. Allontanata la prospettiva dell’addio estremo, invece, torna lo scontato, torna l’indifferenza evitata come la peste dagli egocentrici come me. La parentesi finale della malattia sospende il tempo concesso all’egocentrismo, e questo è una gran noia. La malattia è stata infatti una buona carta da giocare per me, perché ha concesso al mio desiderio di essere notata nutrimento costante, da cui solo la morte mi ha liberato. Vivere da salvabile è la più grande garanzia che si può avere in questa vita precaria. Ma devi avere quel pizzico di spregiudicatezza necessaria per acconsentire a fare del male agli altri che cercano di salvarti, di succhiare come un vampiro il loro sangue per darti vita.

Tu, come Giorgio, vuoi salvare per essere ricordata. Non mentire a me e a te stessa dicendo che gli vuoi un gran bene e che davvero ti dà dispiacere vederlo in quella condizione; per la carità del cielo, ti dispiacerà pure vederlo così ma non con un’intensità tale da farti sobbarcare il peso della sua riabilitazione per amor suo e basta. La realtà è che salvando lui salvi te stessa, come tutti i salvatori. Ma tieni bene a mente che ai salvatori vengono eretti monumenti, e un silenzioso monumento è tutto quello che resta di loro quando questi se ne vanno, caduti per l’impresa in cui si sono imbarcati. Si tratta di statue che si ergono maestosamente nelle piazze e incombono sulle teste di quelli che hanno salvato a perenne promemoria del favore ricevuto. Chi passa per di là e li guarda dal basso ne ha timore, provando una sorta di riverenza ed eterna gratitudine, ma essi restano da lui lontani. Chi salva non è compagno di sventure che sta annegando con te, ma è qualcuno che ti vede arrancare tra le onde quando sta a riva. Una volta che lo salverai, ti guarderà come se fossi la cosa più bella che esista, e ti considererà davvero come tale. Ma sarai per lui come un bellissimo gioiello che non vorrà più prendere in mano per paura di sporcarlo, di corromperlo, di rigarne la superficie o raschiarne via l’oro. Ti terrà in una teca. Ho l’impressione che ti sia capitato altre volte in passato di salvare, e che, adesso, drogata da quell’inebriante gioia di aver portato a riva qualcuno, ti sei rimessa a guardare in mare più disperata degli stessi disperati anneganti, in cerca di qualcuno a cui tendere la tua mano. Ma, a dirla con franchezza, non mi sembra proprio questo il caso possibile, dal momento che il ragazzo in questione non ne vuole sapere di chiedere il tuo aiuto: rivolgi la tua attenzione a qualcun altro.

Ma ricorda che come è un errore cercare di vedere un salvatore in chi è in realtà un salvabile, è ugualmente un errore, di chi è come te salvatrice cercare di salvare chi non vuole essere salvato, come questo tormentato (ma pur sempre sereno nel suo tormento, accettalo!) ragazzo. Non regalare a te stessa questa rognosa frustrazione, non sprecare il tuo tempo e le tue energie. Non buttarti in mare per portare a riva chi sta annegando, se sai che annegare è l’unica cosa che vuole davvero. Finiresti sul fondale anche tu. Non salvi nessuno senza il suo permesso. E se sei proprio impaziente di salvare qualcuno, perché non provi a salvare te stessa per una volta?

Fosca

 

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