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Il pianto della vite

Bruno Contini | Arboretum   7 Gennaio 2019   2 min.

 

In primavera le viti sgocciolano. Se si visita un vigneto verso marzo, capiterà di vedere questo concerto di umore. Dalle fessure dei tralci, adagio adagio comincia a formarsi una gocciolina via via più grossa, finché per gravità non cade al suolo. Al suo posto trasuda subito una nuova goccia e così via in questo stillicidio silenzioso che può disperdere fino a due litri di acqua. Il fenomeno è detto pianto della vite, perché fuoriuscita di tartrati e zuccheri provenienti dall’idrolisi dell’amido radicale era troppo lungo, e meno poetico.

Il pianto della vite non ha nulla di lugubre e mesto, anzi, è la spia del risveglio vegetativo, del rinascere della vite. Dopo il riposo dell’inverno, in cui la pianta riduce al minimo ogni attività, in primavera le radici si accrescono e assorbono voluttuosamente l’acqua e i sali minerali dal suolo. Le sostanze “prendono l’ascensore”, ossia fluiscono all’insù grazie ai vasi xilematici, dei condotti legnosi che servono a trasportare la linfa grezza (acqua e sali) dalle radici al resto della pianta. Nel caso della vite, il percorso è abbastanza breve, ma negli alberi maggiori la linfa può risalire per svariate decine di metri. A permettere una scalata così impegnativa è l’evapo-traspirazione: le foglie, disperdendo acqua nell’aria, creano un differenziale idrico rispetto al resto della pianta. Per compensare la perdita, ecco subito affluire nuovo liquido.

Dopo l’inverno il vigore vegetativo della vite è talmente impetuoso da produrre un esubero di energia, che ha nei tagli di potatura le bocche di sgorgo. Quello che da fuori può sembrare un innocuo sgocciolio è in realtà uno spaccato formidabile della gagliardia della pianta, di questa linfa che sale dalle viscere del suolo per inondare la vite come un fiume in piena.

Un tempo la gente versava le lacrime della vite sugli occhi e sulle guance. Dicono facesse bene alla pelle e alle pupille. L’umore contiene infatti la viniferina, un potente antiossidante. Plinio il Vecchio, nel XXXVII libro della Naturalis Historia, accenna a una cupa mistura di sangue di rana e lacrime di vite:

 

[…] Ranae quas diopetes et calamitas vocant; earum sanguis cum lacrima vitis evolso pilo palpebris inlinatur.

[…] E il sangue delle rane, che si chiamano diopete e calamite, con lagrima di vite s’impiastra alle palpebre essendo svelti i peli*.

 

Ma, aldilà delle proprietà antinfiammatorie e dei benefici cutanei, il pianto è il preludio del risveglio vegetativo della vite. Quando il vignaiolo vede le lacrime, sa che in capo a un mese le gemme si gonfieranno come pugnetti chiusi, fino a schiudersi. Quando il vignaiolo vede le lacrime, sa che è arrivata la primavera.

 

 

*(traduzione di Lodovico Domenichi).

 

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