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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Questioni di genere: risposte semplici a domande difficili o risposte difficili a domande semplici?

Giuseppina Alice Tondo | Diritto, StorIus   30 Dicembre 2018   5 min.

 

Luce, frequenta il primo anno delle elementari, è uscita da scuola e si trova in macchina con la mamma.

«Mamma, ma tu che lavoro fai?» domanda Luce a bruciapelo.

E quella, mentre svolta l’ultima curva prima del vialetto di casa, risponde «Sono un avvocato».

Uno sguardo interrogativo si stampa sul viso della piccola, che insiste così: «Forse volevi dire

un’avvocata… sei femmina.»

Quest’ultima precisazione risuona con il tono dell’evidenza.

«Donna vorrai dire… e no», risponde con un sorriso paziente, «si dice avvocato.»

«Perché?»

– Fermo immagine! –

 

Come lo si spiega a Luce, che fa la prima elementare, il motivo per cui la lingua italiana è declinata al maschile (come se il maschile equivalesse perfettamente al neutro), quando il termine riferito alla persona di genere femminile, declinato al relativo genere, non sarebbe neanche scorretto1?

Per essere precisi bisognerebbe iniziare dall’origine della specie, come fa la de Beauvoir2 che, con dovizia di dettagli nel suo amplio e plenario studio sul genere femminile, inizia dalle ragioni biologiche. Oppure, alla piccola Luce, le si potrebbero evitare noiose elucubrazioni scientifiche sostituendole con le più tristemente affascinanti storie sulla cacciata delle streghe di medievale memoria. Ad un certo punto forse arriveremmo anche alle vite delle più rivoluzionarie donne del mondo, di quelle che scrivevano i classici della letteratura, rinunciando alla loro firma pur di continuare a farlo; diremmo delle orgogliose suffragette incatenate ai cancelli, ed anche delle prime donne italiane al voto.

Diremmo anche delle Costituzioni: quelle belle, piene di uguaglianza formale e sostanziale. Come la Carta Costituzionale italiana, piena di parità tra uomo e donna all’interno della famiglia (art. 29) e sul posto di lavoro (art. 37). Malgrado tutto, ad una lettura attenta proprio a quest’ultimo riferimento normativo, all’interno del primo comma, forse potremmo ritrovare la prova di un ordinamento conformato più ad un’esistenza maschile che ad una femminile. Dove si coglie tale prova? Nell’art. 37 quando, nell’affermare che la “donna lavoratrice” ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al “lavoratore”, si dà per scontato un maschile neutro. Forse la rivoluzione della lingua e del pensiero risiederebbe, allora, proprio qui: nella proposta di una lingua italiana che smettesse di considerare il maschile come un neutro, dando ad ogni genere il proprio giusto valore. Nella lingua latina d’altronde il neutro è qualcosa altra rispetto al maschile, perché allora nella derivata lingua italiana il neutro dovrebbe diventare esattamente uguale a quello? Qui si lascia la parola agli esperti linguisti.

Ci si perderebbe nel racconto delle Leggi che hanno innovato lo sguardo dell’ordinamento italiano, e quindi della nostra società: la riforma del diritto di famiglia  con la legge 19 maggio 1975, n. 151, e ancora la legge n. 898 del 1 dicembre 1970 istitutiva del divorzio, la legge 22 maggio 1978, n. 194 sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”, la legge 5 agosto 1981, n. 442 sull’ “abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore” (essa cancella il c.d. matrimonio riparatore, che estingueva il reato di violenza sessuale). Un esemplificativo turbinio di date e numeri, che insieme parlano di storie di persone, di uomini e donne, ma soprattutto di donne.  Perché bisogna essere sinceri con noi stessi, tutte queste leggi parlano di una società a misura d’uomo, in cui “una partecipazione altra” implicherebbe un adeguarsi a delle regole prestabilite3.

Diremmo della legge 27 giugno 2013, n. 77, recante “ratifica ed esecuzione della Convenzione di Istanbul”4, lapidario testo, riassuntivo del punto a cui si è arrivati nella consapevolezza rispetto al fenomeno della violenza di genere.

Diremmo di dibattiti vivi, delle molte occasioni in cui si stanno studiando ed approfondendo queste tematiche5, e poi racconteremmo di parole. Parole scolpite nella storia dei secoli: quelle più antiche come “emancipazione”, o anche più moderne come “gender mainstreaming e empowermant”6, “parità di genere”.

Infine, sarebbe il caso di spiegare a Luce, che prendere atto di tutto ciò, non vuol dire mica fare l’errore di maturare un odio plenario verso il genere maschile; non vuol dire neanche pensare che esista un imputato uomo x su cui riversare tutte le colpe del mondo. Questo è importante dirlo, non solo perché quando si ragiona per l’uguaglianza un alleato è meglio di un nemico, ma anche e soprattutto per un doveroso rispetto a quella parte di uomini, che anche qualora fosse di una misura molto esigua, marcia con le donne: quelli che scrivono di violenza di genere, quelli che si pongono il problema e si uniscono nella ricerca di soluzioni. Quella persona, uomo o donna che sia, che ha la sensibilità di percepire il gap sociale, ed inevitabilmente culturale, che distorce le relazioni tra i due sessi, va preso in considerazione e valorizzato sempre.

Per tornare al punto, potremmo trovare moltissime argomentazioni che porterebbero ad un’unica conclusione: non c’è alcun motivo plausibile che giustifichi la negazione del femmineo nella professione forense, non c’è nessuna deminutio per una donna nel dire di essere un’avvocata e non un avvocato. C’è solo la constatazione di una luminosa evidenza.

Se si adotta uno sguardo ampio nell’approccio alla tematica in oggetto, non si può non ammettere che esiste un lunghissimo filo rosso, che unisce gli svariati riferimenti a cui si è voluto fare qui solo un cenno.

D’altronde, il racconto inizia con la ricerca di una risposta per una bambina di sei anni, pertanto sarebbe pretenzioso pensare che una risposta così articolata possa essere adatta. Ci si contenterà pertanto di apprezzare l’acume della domanda, prova di una fruttifera ed esemplare curiosità.

Nella pantomima della realtà in cui ogni giorno ci si perde nell’interpretazione di moltissimi ruoli e personaggi, quello che si dimentica a volte è di fare un po’ più Luce!

 

– prosegue l’immagine –

 

«Luce, mi piace che tu mi chieda il perché delle cose. Non smettere mai di farlo.»

 


Note bibliografiche:

 

1 Per chi volesse, si consigliano a tal proposito gli studi di Cecilia Robustelli. Un accenno a titolo esemplificativo, in collaborazione con l’Accademia della Crusca, al seguente link

2 Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, il Saggiatore, Milano, 1961.

3 Si veda A. Loretoni, “Uguali e libere nella cittadinanza, in Aa. Vv., L’Italia delle donne, Roma, 2018, p. 241-262.

4 Per i lettori più appassionati, si consiglia la lettura del testo della Convenzione citata al seguente link

5 Sul punto si fa presente che, in particolare le questioni di genere, sono costante oggetto di studi di livello accademico: si vuole segnalare in particolare l’ attività di ricerca del Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano; e l’attività dell’Istituto di diritto, politica e sviluppo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Queste ultime sono preziose testimonianze di un mondo della Ricerca impegnato nel costante recepimento delle sensibilità della nostra società e dei mutevoli costumi.

6Ne parla P. Locatelli, “Le madri d’Europa e la costruzione delle istituzioni europee”, in Aa. Vv.,  L’Italia delle donne, Roma, 2018, p. 157-173

 

 

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