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Personaggi e usanze di un Natale che non è più

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   8 Dicembre 2018   5 min.

 

L’intrico di strette viuzze che si snodano e s’intersecano, per sfociare all’improvviso in qualche incantevole piazzetta, costituisce l’antico centro storico di Mazara, noto come Kasba. Il quartiere, risalente all’epoca aragonese, XIV-XV secolo, ha tuttavia un impianto viario tipicamente arabo (da qui il nome Kasba). Lungo le tortuose stradine, infatti, si aprono “i cortili”, caratterizzati da uno spiazzo al cui centro stanno “la pila” (lavatoio) e il pozzo, mentre intorno si trovano le abitazioni, alcune al piano terreno, altre a quello superiore.

I cortili, oggi contraddistinti da un ambiente multietnico, un tempo erano abitati soltanto da mazaresi. Tali comunità rappresentavano un vero e proprio microcosmo nel quale si condivideva ogni cosa e ci si aiutava vicendevolmente.

 

Mancavano ancora pochi giorni all’Immacolata e, com’era consuetudine fare fin dall’epoca più antica, ognuno si apprestava a organizzare le diverse attività di preparazione alla festa.

Finita la guerra, gli inquilini del cortile si erano dati un gran da fare per ripristinare la vecchia tradizione di addobbare l’edicola votiva in cui, chissà quanto tempo prima, un anonimo artista aveva dipinto una Madonna col Bambino.

I colori dell’immagine erano ormai un po’ sbiaditi ma non la devozione delle persone che non dimenticavano mai di accendere un cero o di portare dei fiori alla Santa Madre.

Don Luigi, il quale possedeva un magnifico giardino appena fuori dalla città, quel pomeriggio dei primi di dicembre era arrivato con il calesse carico di rami di alloro, aranci, mandarini, limoni e melograni.

Le mani svelte e laboriose delle donne avevano fatto il resto, sistemandoli artisticamente intorno alla cornice di tufo dell’edicola votiva. A lavoro ultimato, tutti erano soddisfatti: il verde brillante delle foglie creava, infatti, un gradevole contrasto con il rosso, l’arancio e il giallo vivo dei frutti.

La signora Pina, una sorta di leader della piccola comunità, agitando le corpulente braccia, allontanò le persone che le stavano intorno, fece poi qualche passo indietro, mise le mani ai fianchi e, inclinato lievemente il capo, osservò da lontano l’effetto generale.

«Contenta sono! E voi?» chiese ai suoi amici senza aspettare risposta. «Piuttosto – continuò – avete già avvertito Giattino e mastro Peppe per la novena?»

Che stesse tranquilla la signora Pina! Si era già pensato a tutto.

Dal giorno che precedeva l’Immacolata, sarebbe iniziata la Novena in onore di Maria. Sarebbero state accese nove candele, una per ogni giorno, si sarebbero impastati e cotti in casa i classici dolci di Natale e infine si sarebbero accolti parenti e vicini per vivere tutti insieme, in pace e in armonia, la festa.

Va spesa a questo punto qualche parola chiarificatrice su Giattino. L’uomo era noto ai Mazaresi dell’epoca come persona bizzarra, dai lunghi capelli bianchi e dall’aspetto trasandato. Suonava in modo eccellente sia il violino sia il mandolino e spesso era chiamato ai matrimoni per intrattenere piacevolmente gli invitati con la sua musica. Quando non aveva particolari impegni, sedeva su uno dei gradini della chiesa di San Giuseppe e strimpellava con il mandolino. Spesso si faceva accompagnare da mastro Peppe, un calzolaio con poca voglia di lavorare ma dotato di una voce baritonale molto notevole. Il periodo più propizio per la coppia era quello che andava dall’Immacolata all’Epifania, tempo in cui si suonavano e si cantavano le Novene, dedicate alla Madonna, alla nascita di Gesù e alla fuga in Egitto.

 

La preparazione delle cassatelle, dolci di pasta friabile farciti di fichi secchi macinati e aromatizzati con bucce d’arancia con l’aggiunta di mandorle tritate, un tempo possedeva un qualcosa di rituale, che anno dopo anno, si replicava senza varianti.

«Mamà, abbiamo tutto l’occorrente per fare le cassatelle?» chiese Mariannina alla madre.

«Certo! – rispose la signora Ciccina alla figlia. – Ho già comprato farina, zucchero, strutto e ammoniaca». E intanto che enumerava gli ingredienti, li contava sulle dita.

«No, non manca nulla!»

«I fichi secchi li ho macinati io ieri sera» disse la figlia minore, Annuccia, alla madre.

Pina e Ciccina, da sempre amiche e vicine di casa, amavano organizzare le loro attività insieme e così quel pomeriggio nella grande cucina di Pina regnava un’allegra animazione.

Le due donne presso il grande tavolo, grembiule bianco e maniche arrotolate fino ai gomiti, stavano impastando diversi chili di pasta dolce. Quando la sentivano morbida e liscia sotto le mani, la tagliavano in grossi pezzi da cui ricavavano dei tocchetti più piccoli.

Intanto che braccia e mani lavoravano, le amiche parlavano.  I problemi erano sempre gli stessi: le figlie femmine da maritare, la ricerca di buoni partiti, la dote da completare, i pochi soldi che non bastavano mai. Insomma, le bocche si muovevano allo stesso celere ritmo delle mani.

In un angolo della cucina, accanto al focolare e alla grande caldaia di rame rosso, l’anziana nonna Maria, magra come un chiodo ma energica nonostante l’età, badava al forno a legna. Col metodo di chi da una vita ha acquisito grande esperienza, aveva accatastato accanto a sé i tralci secchi di viti e di rami di ulivo che andava spezzando con le mani nodose; si era accertata che li zucchi, i contorti tronchi delle viti, fossero abbondanti e infine dentro il forno aveva attizzato il fuoco che, costantemente alimentato, ardeva scoppiettante, diffondendo un benefico calore tutt’intorno.

Le ragazze invece stavano sedute in gruppo. Tenevano sulle gambe la spianatoia di legno al cui centro stava l’ampia terrina, colma dei fichi dall’aroma straordinario.

Con mani esperte appiattivano ogni tocchetto, lo farcivano di fichi e, dopo averlo chiuso, lo incidevano con coltellini o lamette. Le loro abili mani creavano svariate e armoniose forme, piene di volute e ghirigori.

«Guarda com’è venuta bella questa!»

«Aspetta, fammi vedere! Come l’hai fatta?»

E, intanto che lavoravano, ridevano e si raccontavano i piccoli segreti, a bassa voce, per non farsi sentire dalle madri.

Per molte ore si protrasse il lavoro in un’atmosfera di serenità ed era sera inoltrata quando i dolci furono finiti e accuratamente sistemati in grandi teglie di latta.

Durante la cottura nel forno a legna, nell’ampia cucina si diffondeva il loro delicato profumo che sapeva di buono e di festa.

 

Era l’imbrunire della vigilia dell’Immacolata quando nel cortile arrivarono Giattino e mastro Peppe, seguiti da un codazzo di ragazzini urlanti.

Tutti, inquilini e ospiti, attendevano il loro arrivo e avevano formato due ali intorno all’edicola votiva.

Non appena Pina accese la prima candela, il musicista prese l’accordo. E allora, nell’aria immobile della sera invernale si levò la struggente melodia del violino cui si unì la possente voce del cantante.

Fu come se una sorta di magia avesse pervaso i cuori e le anime di quelle persone semplici e umili.

 

La Marunnuzza ‘n cammara siria,

li robbi a San Giuseppi arripizzava.

Pizzuddi vecchi e novi ci mittia,

cu tantu amuri ci l’accummirava.

‘Nta la naca Gesuzzu chiancia,

l’ anciulu Raffaeli l’annacava

e tanti beddi paroli ci dicia:

“A la vo, a la vo, figghiu di l’arma mia!”

 

La Madonnina in camera sedeva / gli indumenti di S. Giuseppe riparava. / Pezzetti di stoffa vecchi e nuovi metteva / con tanto amore glieli accomodava. / Nella culla Gesù Bambino piangeva / l’angelo Raffaele lo dondolava / e tante belle parole gli diceva: / “Dormi, dormi, figlio dell’anima mia!”

 

Quando l’ultima nota si spense, tutti avevano gli occhi lucidi e l’anima invasa da commozione e serenità.

Persino i ragazzini si erano ammutoliti!

Al solito, fu Pina a prendere in mano la situazione:

«E ora, vino e cassatelle per tutti!»

Era quella la festa che ciascuno in cuor suo aspettava.

 

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