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Non solo gli uomini

Alessandro de Concini | Scuola e apprendimento   6 Dicembre 2018   5 min.

 

La mano di Lee Sedol, campione del mondo di Go, eroe nazionale coreano, papà, trema mentre si accende una sigaretta sul tetto dell’hotel. Da lì si riesce a vedere tutta Seoul. Vorrebbe rimanere solo per pensare, per trovare una soluzione, una mossa, ma le telecamere lo seguono anche lì.

 

 

Il mese scorso non sono riuscito a scrivere il mio consueto articolo-storia qui su Il Raccoglitore e quindi, questo mese, ho deciso di provare a farmi perdonare raccontandovi due storie allo stesso tempo, alternandole.

 

La prima storia è quella del campione del mondo di Go Lee Sedol, ne avete trovato il primo spezzone all’inizio dell’articolo, scritto in corsivo. La seconda è quella che sto per raccontarvi qui e che parla di un programma, un’intelligenza artificiale in realtà, chiamata Alpha Go. Sono entrambe storie vere.

 

Alpha Go è speciale, non è come tutti i programmi costruiti prima di lui. Vedete, una delle caratteristiche che definiscono la specie umana è la capacità di imparare a svolgere attività complesse. Ma da quando è nato Alpha Go (e tutte le intelligenze artificiali dello stesso tipo), le cose sono cambiate: anche le macchine, oggi, possono imparare. Non solo gli uomini.

 

Alpha Go ha un unico scopo: imparare a giocare a Go, uno dei giochi più antichi del mondo, universalmente riconosciuto come il gioco più complesso mai inventato. Per farvi un’idea, è comune tra i giocatori di Go sentire frasi del tipo “se avessi voluto un gioco facile, avrei giocato a scacchi”.

 

Il Go si gioca su una scacchiera di 19×19, le combinazioni possibili sono un numero incalcolabile, nessun computer ha mai battuto un giocatore professionista. Alpha Go è nato per questo, ed è figlio di un team di cervelloni che possiedono una combinazione di caratteristiche pericolosissima: sono intelligenti, sono preparati, sono giovani, sono competitivi, sono nerd.

 

 

Lee Sedol butta il mozzicone per terra e lo schiaccia con la punta della scarpa nera. Lancia un ultimo sguardo allo skyline di Seoul, poi rientra. Scende rapidamente le scale e percorre il corridoio. Nella sua mente si è formata un’idea. Forse esiste un modo.

 

 

I primi tentativi di partita giocati da Alpha Go furono disastrosi. L’algoritmo non riusciva a concepire i ragionamenti tattici e strategici necessari non per vincere, ma anche solo per giocare delle mosse accettabili. Ma il team di sviluppo continuò a raffinare il sistema di apprendimento e ragionamento, con la stessa cura di un mentore che insegna a un bambino, forse di più. Alpha Go cominciò a migliorare e presto divenne capace di giocare correttamente. Di vincere qualche volta, persino. Ma era ancora ben lontano dal livello di un professionista.

 

 

Rientrando nella sala, Lee Sedol incontra lo sguardo di sua figlia, una bambina di poco più di sei anni. Ha cominciato da poco a muovere le pietre sul goban, ma non sembra essere più di tanto interessata al gioco. Le sorride e le fa l’occhiolino, lei lo guarda con l’ammirazione assoluta che può avere solo un bambino per il suo papà. I flash dei fotografi gli ricordano l’importanza del suo compito. Torna sul palco, dove le luci scaldano leggermente la faccia. Si siede sulla poltrona e osserva la posizione sul goban. Forse esiste un modo. Forse è l’unico modo.

 

 

Quando finalmente Alpha Go fu pronto, gli sviluppatori decisero di metterlo alla prova contro un avversario d’eccezione: invitarono a Londra, alla sede della startup, il campione europeo di Go. Quando si sedette la prima volta davanti allo schermo con il goban virtuale, il campione europeo era rilassato, sicuro, sorridente: nessun computer aveva mai battuto un vero professionista, il Go era un’arte, qualcosa di precluso a una mente di silicio e circuiti.

 

Quando uscì dalla sede della startup, il campione europeo di Go tratteneva a stento le lacrime. A un giornalista che lo intervistò per un documentario disse: <<quando giocavo a Go sentivo di conoscere me stesso e il mio avversario. Da quando ho perso con quella macchina non so più chi sono>>.

 

 

L’orologio continua a segnare il tempo, i secondi continuano a scendere, implacabili. Lee Sedol non esiste più, è scomparso nella sua stessa concentrazione. Esiste solo la partita, la prossima mossa, la mossa numero 78. Da qualche parte nella sua anima Lee Sedol sa che quella è la sua ultima occasione, l’ultima possibilità di mostrare all’umanità intera che il cervello umano è ancora qualcosa di speciale.

 

Controlla ancora una volta la posizione. Non esiste altro modo, è l’unica mossa. Muove la pietra al centro del goban trattenendo il respiro, poi si lascia cadere contro lo schienale. Nella sala i giornalisti e i commentatori faticano a non alzare la voce: è una mossa mai vista prima.

 

 

Sicuri della propria creazione, che continuava ad imparare e a migliorare a un ritmo quasi miracoloso, gli sviluppatori di Alpha Go lanciarono la sfida. Un match in 5 partite, nel cuore della Corea, il paese che più di ogni altro ha elevato il Go ad arte, contro il più forte giocatore della storia, Lee Sedol. La risposta del campione non si fece aspettare.

 

Qualche mese più tardi il team era a Seoul ad allestire una sala computer in un lussuoso albergo Four Season, che avrebbe ospitato il match. Il giorno della prima partita Lee Sedol arrivò nell’albergo tenendo a mano la sua bambina. Ai giornalisti dichiarò che si sentiva sicuro, il campione europeo contro cui si era scontrato Alpha Go non era nemmeno vicino al suo livello di gioco. Avrebbe battuto la macchina e dimostrato che l’uomo merita ancora il dominio sul goban.

 

Alpha Go fece a pezzi la posizione di Lee Sedol sul goban per tre volte di fila, e insieme alla posizione spezzò l’ego del campione e dell’intero mondo del Go. Tre sconfitte nette, indiscutibili, senza appello. Alpha Go vinse il match con due partite di anticipo, mostrando i segni di una capacità di ragionamento superiore e di una creatività che si riteneva impossibile per un computer. Ad ogni partita Alpha Go mostrava di aver imparato dal suo avversario, di averlo studiato, di capirlo di più.

In ognuna delle tre conferenze stampa dopo le partite, Lee Sedol mostrava sempre di più sul viso i segni della delusione, della rabbia, della tristezza. Si scusò a più riprese per il suo gioco non all’altezza e promise di dare fondo ad ogni sua risorsa per farcela almeno una volta, almeno nella quarta partita.

 

E nella quarta partita, alla mossa numero 78, qualcosa cambiò.

 

 

Lo schermo comincia a lampeggiare e i flash delle macchine fotografiche impazziscono. Lee Sedol, si passa una mano fra i capelli e sorride. Alpha Go comunica tramite lo schermo che intende arrendersi. Nella stanza tutti si alzano in piedi ad applaudire, la sua bambina salta per la gioia.

 

I giornalisti hanno una sola domanda per lui, sempre la stessa: <<La mossa numero 78, come ti è venuta in mente?>>

 

Anche la risposta di Lee Sedol è sempre la stessa: <<era l’unica mossa possibile>>.

 

 

 

La mossa numero 78 di Lee Sedol, che prese di sorpresa Alpha Go e lo costrinse a una serie di errori posizionali che risultarono nella sconfitta, viene da allora chiamata “il tocco di Dio”. Il computer ha calcolato che esisteva solo una possibilità su diecimila che un essere umano riconoscesse quella mossa, per Lee Sedol era l’unica possibile. A più riprese il campione raccontò di aver imparato tantissimo osservando il modo di giocare del computer, e che forse non avrebbe mai trovato il “tocco di Dio” se non avesse perso le tre partite precedenti in modo così brutale.

 

Il match con Alpha Go si concluse con 4 vittorie a 1 per il programma. Da quel momento il mondo si è tolto ogni dubbio: gli uomini non sono i soli capaci di imparare. Non più.

 

 

L'autore







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