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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Ila

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   22 Novembre 2018   3 min.

 

Ila, figlio di Teiodamante! Ti abbiamo in pugno…! Vieni, diventa immortale…! Perché questa terra non ha bisogno di te, ma noi dee sì, della tua bellezza…! Così gridavano le ninfe.

 

Ed Ila, giovane ancora, e troppo bello, non poté resistere al richiamo. Invece di procedere alla ricerca di una fonte d’acqua pura, come gli era stato ordinato, deviò sulla strada che conduceva a una foresta da cui il potente richiamo lo attirava, nella voce delle ninfe degli alberi.

 

***

 

Vieni, vieni, Ila! Figlio di Teiodamante, vieni!

La voce risuonava come un canto di flauto, come mille corde di cetra pizzicate dalla mano dell’aedo. Eppure, Ila voleva resistergli. In fondo, amava già qualcuno. Che avrebbe dovuto desiderare di più? Quando Eracle, il figlio di Zeus, giunse presso suo padre, che era re dei Driopi, un alterco generò il disordine più terribile. L’eroe, vinto dalla sua ben nota ira, spazzò via dalla faccia della terra la stirpe su cui Teiodamante aveva il suo dominio; distrusse case, rase al suolo villaggi, e quando toccò al palazzo del re, prima di dargli fuoco sterminò gli schiavi, i nobili, i ministri del regno; il re in persona fece la brutta fine che meritava. E poi, all’improvviso, nascosto dietro una tenda, impaurito, stava lui: Ila, il giovane figlio del re che era pari, per bellezza, soltanto a un dio! Eracle era stato amante dei bei giovani come delle belle donne. E non poté non innamorarsi del suo corpo efebico, e dei suoi occhi, impauriti, ma meravigliati; freddi nel terrore, ma caldi nell’innocenza; vuoti, sbigottiti, ma pieni di feconda giovinezza.

 

Ila, dal canto suo, vide l’eroe, immobile di fronte a lui, con tutta la potenza del suo braccio lasciata in sospeso nella clava ancora pulsante di morte. E anche per lui fu amore.

 

***

 

Tu resisti alla forza del nostro canto, Ila? Tu non lo sai, ma noi ninfe immortali siamo migliori delle fanciulle che abitano i regni degli uomini! Abbiamo i capelli verdi come le chiome dei nostri alberi; la pelle, invece, è scura come corteccia. Il nostro sudore è la resina che dipinge strane forme sul pino selvatico, ed è dolce. Ci bagniamo con la rugiada al mattino, e la sera il nostro corpo si avvolge nel ghiaccio.

Ila si ricordò tra le note del canto silvano di quando Eracle lo fece suo compagno. Teneva il suo scudo, quando serviva; gli puliva la spada dal sangue dei mostri; e quando il figlio di Anfitrione uccise il leone, a Nemèa, Ila aiutò il suo signore a conciare la pelle, perché l’eroe potesse portarla come armatura.

 

E la notte, tolte le sue vesti di schiavo, si sdraiava accanto al suo signore, diventando signore a sua volta. Indossata la sua corona di mirto, gli donava tutto quello che lui chiamava amore.

 

***

 

Ila, perché stai tardando? Nessuno può resistere al nostro canto! Il canto dell’Immortalità è così delizioso, che non è possibile forzarlo… Per questo gli dèi lo nascondono, ai mortali! Ahi noi. Tu, invece, tardi! Tardi, Ila!… Ila!… Ila…!

E un giorno Eracle fu chiamato da Giasone, che riunì la flotta degli Argonauti per la sua spedizione contro la Colchide, regno custode del Vello d’oro. Ila, lo seguì, combattendo al suo fianco, e servendolo come il migliore dei servi, in nome del suo amore per lui.

 

***

 

Ti vediamo, Ila, come resisti… Ma ecco, i tuoi piedi si muovono verso di noi! Vengono verso gli alberi! Un passo ancora… un altro passo, nostro signore, Ila… Fai onore a tutte le Ninfe del mare, a tutte le Ninfe dei boschi, a tutte le Ninfe che dovrebbero amarti!

E fu così che, nel bel mezzo della spedizione, la nave Argo giunse in Misia, dove la terra tocca il mare degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. E dato che mancavano cibo e acqua, beni indispensabili per chi parte via mare, furono sorteggiati due nomi perché si recassero a procurarli.

 

La fortuna scelse Ila ed Eracle. Scesero dunque dalla nave, e si incamminarono, ognuno per la propria strada: Eracle si sarebbe recato dai Misi, dove in nome della sua fama avrebbe ottenuto ciò che il lungo viaggio richiedeva; Ila, invece, tra i boschi avrebbe cercato una sorgente d’acqua.

 

***

 

Ila, ascoltaci! Vieni, e ascoltaci…! Sei venuto qui per trovare la fonte da cui siamo nate noi, figlie del fiume che bagna questa foresta! Ma tu entrerai, figlio di Teiodamante, e, senza fare ritorno dai tuoi compagni, né dal tuo amato – adesso sei il nostro amato! – ti faremo dio immortale, ed eternamente bello. I sacerdoti della Misia ti adoreranno, e tre volte, ogni giorno, per questa foresta diranno il tuo nome, disperdendo le grida come noi il nostro canto!

Così il primo compagno di Eracle, Ila, non controllando più i movimenti del suo corpo, cadde nella rete.

 

Seguì il canto, ed entrò nella foresta. Senza più uscirne.

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