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Faone

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   15 Novembre 2018   5 min.

 

Faone era un vecchio nocchiero che viveva sull’isola di Lesbo; era conosciuto da tutti, sull’isola, perché era l’unico che conosceva l’arte della navigazione così bene da poter attraversare senza problemi lo stretto che divide Lesbo dalle coste dell’Asia minore. Viveva in un’umile capanna che dava su una spiaggia cosparsa di bianche conchiglie, da solo, perché in vita non aveva avuto la fortuna di conoscere l’amore eterno. In verità, egli era stato promesso sposo a una fanciulla, che purtroppo, pochi giorni prima delle nozze, era stata attirata da una voce su uno scoglio molto alto, e incantata da quel suono melodioso, si era gettata tra le onde, morendo tragicamente. Faone, che allora era un ragazzo di bell’aspetto, disperato, andò a cercarla, perlustrando per mesi e mesi tutto il mare che circondava la sua isola… Sperava, infatti, che il mare l’avesse conservata tra i suoi lembi azzurri, viva, perché ella meritava dagli dèi soltanto l’immortalità. Eppure, un giorno, mentre era in mare, la sua bella sposa gli venne incontro, adagiata sulle onde, morta. I pesci, e tutte le creature del mare, non avevano osato sfiorare la sua bellezza.

Faone pianse, maledì gli dèi, tentò addirittura di uccidersi; ma invece, quasi senza motivo, si ritrovò a vivere separato dal mondo, non molto distante da quel luogo che gli aveva portato via la sua amata.

I giorni trascorsi in mare per cercare la sua sposa l’avevano legato così tanto a quelle onde assassine, che tutta la sua misera esistenza la dedicò a loro. Pur cullandole con il remo, nella mente le malediva, portando via via, nel tempo, quell’odio che tanto si contrapponeva alla memoria della sua amata.

 

***

 

Un giorno, o, per meglio dire, una notte, mentre era intento a scaldarsi accanto al suo tiepido focolare, sentì bussare alla porta. Curioso, perché era molto tardi, si avviò ad aprirla reggendosi, data l’età molto avanzata, al bastone che egli stesso aveva intagliato con molta maestria.

“C’è in casa il nocchiero Faone?” disse una voce stridula, non appena il vecchio si fu avvicinato all’uscio.

“Sono io. Che vuoi?” e aprendo la porta si trovò innanzi una vecchia, tutta coperta da un mantello nero; anch’essa, ansimando per la fatica degli anni, si reggeva su un pezzo di legno.

“Ho bisogno di te.” rispose “Devo andare di là, in fondo…” e puntò il dito indice al di là del mare, dove doveva trovarsi la costa dell’Asia minore.

“A quest’ora?” ribatté il vecchio “Non puoi aspettare domani?”

“Non posso… Non posso… Ma ne trarrai più ricompensa tu di me, se farai ciò che ti chiedo.”

Il vecchio Faone, a quel punto, scoppiò a ridere; perché la vecchia, con quei miseri stracci, non sembrava in grado di poterlo ricompensare. Né lui, a dire il vero, faceva i propri servizi in cambio di favori. Eppure lo prese uno strano turbamento.

“Va bene” rispose “ti porterò dove desideri. Ma non saremo di là non prima dell’alba.”

E, dopo aver rimesso la sua barca malridotta in mare, aiutò la vecchina a salire.

 

***

 

La luna splendeva in cielo, alta, e sotto di lei danzavano le onde del mare.

Il vecchio Faone, affaticato dall’età, remava con tutte le sue forze perché la barca seguisse il giusto percorso. Erano ormai a metà strada.

“Senti, vecchio, chi è colei che porti tanto nel cuore?”

La domanda fece sobbalzare Faone; per qualche secondo egli si fermò. Come è possibile che lei, che nemmeno conosceva, sapesse della sua amata perduta?

“Quand’ero giovane, questo mare mi ha portato via la mia sposa…”

“… Piangi?”

“No.” ma una lacrima silenziosa calò sulla sua barba sporca di sale.

“Tu daresti la vita per riaverla, non è così?”

“Io vorrei essere morto al posto suo. Ma che si può fare adesso?”

“Ti capisco.” rispose la vecchia “E come puoi sopportare queste onde, se sono loro quelle mani che ti hanno strappato colei che amavi?”

“Io odio queste onde. Ma esse sono diventate la mia casa, la mia prigione, la mia vita. Senza motivo, in realtà.”

“Odi gli dèi, allora?”

“No. Non potrei odiarli. Perché quando guardo il sole e la luna, che sono tanto belli, sento che potrei soltanto ammirarli.”

“Come fai a dire queste cose, se piangi ancora per un’ingiustizia avuta in gioventù?”

“Perché solo io” rispose Faone “ho patito. Non posso maledire ciò che è di tutti, nemmeno gli dèi, se è stato fatto torto a me soltanto.”

All’improvviso, quasi il vecchio avesse risposto perché il mondo tacesse per sempre, uno strano silenzio piombò tutto intorno. Le onde non parlavano più; la vecchia non osò replicare, e si limitò a sorridere; Faone, che fino a quel momento era rimasto forte, aveva iniziato a piangere, senza farsi udire.

All’alba, come Faone aveva previsto, avevano superato il mare. La barca, toccando la costa, si fermò dolcemente.

La vecchia scese, reggendosi ancora sul bastone, mentre trascinava lo strascico del suo mantello, rattoppato di stracci.

“Grazie!” disse, mentre con i suoi occhi guardava il volto dell’anziano nocchiero, e allungò la mano, contenente una piccola moneta d’argento.

“Non voglio danaro. Puoi tenerlo.” e Faone, voltandosi, ripartì, verso la sua isola.

La luce del sole sfiorava la testa del vecchio che, rinvigorito dalla sua buona azione, muoveva più velocemente il remo. Sembrava che il tempo, la divinità che guarda solo avanti, avesse questa volta preso la sua mano, per condurlo indietro, a quando, nel lungo tragitto che solitamente percorreva col solo uso delle sue braccia, lui non sentiva alcuna fatica.

Il vecchio Faone raggiunse rapidamente la costa di Lesbo, a pochi passi dal luogo da cui era partito. D’istinto, egli si voltò verso il mare, guardando in lontananza l’ombra dell’Asia minore che si specchiava sull’acqua, mentre il sole si nascondeva tra le nuvole. Il colore del cielo si era fatto azzurro; e il manto roseo di Aurora si era dissolto come era apparso.

 

***

 

“Che mi è successo?!” gridò, non appena con la coda dell’occhio vide il suo riflesso sulle onde. Si avvicinò, dunque, toccandosi il volto quasi imberbe, e non ancora inciso dalle rughe della vecchiaia. I suoi capelli, quasi fossero stati cosparsi di miele, sembravano essere stati toccati dalla mano di Demetra. Né sul suo viso potevano trovarsi i segni del tempo trascorso, né il suo corpo era ricurvo in avanti, appesantito e asciugato dall’esperienza.

“La mia vecchiezza io non la vedo” disse Faone, esterrefatto, “ma nemmeno la violenza del dolore non mi tocca più il cuore; anzi, come fossi stato felice finora, io festeggio un qualcosa che ancora non conosco!”

E girandosi di scatto verso la sua capanna, notò che la porta era aperta. E dall’uscio, quasi un’eterea visione, apparve una ragazza, alta, giovane… come egli l’aveva ricordata.

“Ificle!” gridò “Ificle!” e corse incontro alla sposa che credeva perduta.

“Perché piangi, mio sposo? È successo qualcosa?”

E mentre Faone gettava con le lacrime tutta la sua felicità, la porta si chiuse dietro di loro.

 

 

Nota dell’autore:

Sebbene il racconto qui proposto sia tratto da un mito classico abbastanza noto tra gli antichi, ho voluto riscriverlo quasi fosse una fiaba. Lo si può dedurre, soprattutto, dal fatto che il logico sviluppo della vicenda non viene esplicitato, né all’interno del racconto è spiegato come e quando il vecchio Faone sia ritornato agli anni della sua gioventù.

Tutte le fonti antiche che riportano il mito del nocchiero Faone concordano sul fatto che sia stata Afrodite, nelle vesti di una donna molto anziana, la vera garante della sua metamorfosi. Alcuni parlano persino di un unguento magico che la dea avrebbe offerto a Faone come ricompensa per il suo favore. Nel racconto, la linea che guida lo scorrere della vicenda è l’Amore: ha voluto nascondere la divinità passionale per eccellenza anche ai lettori, nella speranza che essi potessero cogliere non nella sua manifestazione “fisica”, bensì nel sentimento astratto, il vero moto della trasformazione finale.

L'autore







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