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Talagea, pietra marina (prima parte)

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   11 Novembre 2018   4 min.

 

Anna Talagea Pisano è un personaggio storico, vissuto nella Mazara medievale tra la fine del 1300 e il 1400.

Le vicende della nobildonna hanno colpito l’immaginario collettivo dell’epoca, tant’è che a lei fu dedicato un bellissimo canto popolare dialettale, giunto per fortuna fino a noi.

È stato uno storico mazarese, che ha dedicato molto del suo tempo alla ricerca, a far emergere dal buio della dimenticanza dei personaggi straordinari, così lontani nel tempo ma così vicini a noi nella loro fragilità umana.

Tra questi s’inserisce Talagea, da me conosciuta leggendo i versi del canto e il loro commento, scritti dallo storico e pubblicati su un mensile locale, “L’Arco”.

 

Anno del Signore 1400.

Fasci di luce entravano dai vetri della bifora che sporgeva sul giardino e inondavano in pieno i capelli di Talagea, facendoli brillare come oro. Le lame luminose indugiavano poi sul bellissimo viso della donna, quasi volessero accarezzarlo, per posarsi infine sulle dita che, con perizia, intessevano delicati arabeschi di seta sulla tela.

La biblioteca stava al piano alto del palazzo ed era la sala preferita da Talagea, perché lì sentiva più viva la presenza della madre che, durante la breve esistenza, aveva trascorso molto del suo tempo tra quei vecchi libri.

Sua madre, Maria Boccardo! Talagea cercava con gli occhi della mente di rievocare la sua immagine. Giovane, colta e di nobile aspetto. Un quadro, appeso alla parete del grande salone delle armi, rappresentava la nobildonna e il marito, Matteo Pisano, negli sfarzosi abiti indossati il giorno delle loro nozze.

Quanti ricordi si rincorrevano nella mente della giovane donna!

Ora Michele Boccardo, il nonno materno, sembrava essersi materializzato davanti a lei.

Che uomo sapiente e straordinario era stato!

Alla grande nobiltà d’animo aveva unito un amore sconfinato per la conoscenza. Era stato, infatti, umanista di vastissima cultura e aveva inculcato e coltivato nella diletta figlia Maria l’amore per lo studio delle lettere antiche, della poesia, della filosofia, dell’astronomia e della matematica.

 

Era una notte invernale.

Anna Talagea e Maria erano sole nel grande palazzo. Matteo Pisano, insieme all’amico Marco Penna e a tanti altri fieri nobiluomini che lottavano contro il tirannico signore di Mazara, il conte Peralta, si attardava più del solito.

La grande sala delle armi era scaldata dal fuoco che ardeva nel camino, mentre le torce attaccate alle pareti diffondevano la loro luce tremolante e rossastra tutto intorno.

<<Madre, raccontatemi! Raccontate di quando eravate fanciulla!>>

<<Erano tempi belli, pieni di spensieratezza e di voglia di assaporare la vita!

Non appena arrivava il primo caldo, il padre mio ed io lasciavamo il palazzo di città e ci trasferivamo nella tenuta di campagna, tra il verde delle dolci colline, dove pascolavano le nostre greggi.

Quale straordinaria sensazione essere svegliata all’alba dal canto dei nostri pastori arabi!

Allora uscivo e mi avviavo verso il colle che stava di fronte al nostro casale. M’inerpicavo su per il declivio e fendevo l’erba alta e fiorita che folta ricopriva le dolci pendici.

L’aria era fresca e i raggi luminosi mi scaldavano, donandomi un senso di completezza e di benessere.

Quanti giorni felici trascorremmo con il sole negli occhi e il vento tra i capelli!

Spesso organizzavamo battute di caccia, durante le quali cavalcavamo per la vasta piana oppure fra i fitti boschi di lecci.

Il falcone stava appollaiato sul pugno guantato del padre mio e solo in vista di una preda gli veniva tolto il cappelletto di cuoio che gli ricopriva gli occhi.

Il rapace spiccava il volo. Dapprima planava, poi si lanciava in picchiata sulla preda e infine tornava verso di noi: tra gli artigli teneva una lepre o un coniglio oppure una gru, durante le migrazioni. Deponeva ai nostri piedi l’animale catturato e guardava il padre mio con quei suoi occhi gialli, come se aspettasse una ricompensa.

Tuo nonno è stato grande maestro in tutto, infatti, ben presto divenni anch’io molto abile nella caccia col falcone>>.

<<Madre!>> disse Talagea <<Piacerebbe anche a me vivere la vostra stessa esperienza!>>

<<Figlia mia, ormai sono cambiati i tempi! Le nostre contrade non sono più sicure e si potrebbero fare brutti incontri: Caiun il bandito con i suoi compagni o, ancor peggio, gli sgherri del tiranno Peralta.>>

A quel pensiero si rabbuiò il bel volto di Maria, mentre Talagea chiuse gli occhi e si addormentò dolcemente.

L’ora era tarda. La luce soffusa delle torce e il tepore del fuoco invitavano al sonno.

 

Però la vita colpisce molto duramente all’improvviso, proprio quando tutto sembra andar bene!

La morte di Michele Boccardo si abbatté sulla famiglia, simile a un uragano che travolge ogni cosa.

 

“E di la bifira si viria lu mari

alluminatu di luci d’oru.

Canta puru si morsi…

un’è piccatu…”

 

E dalla bifora si vedeva il mare/ illuminato da una luce d’oro./ Canta pure se è morta/ non è peccato.

 

Maria, distrutta dal dolore, stava dinanzi alla fredda e muta tomba del padre. Pregava e non aveva più lacrime da versare!

Si chiedeva disperata come sarebbe vissuta senza la rassicurante presenza paterna. Infine la decisione.

<<Padre mio, vi raggiungerò ora stesso.>>

Salì le scale del sacrario, si affacciò alla bifora e, mentre le immagini dei propri cari scorrevano davanti ai suoi occhi, giunse le mani in un gesto di preghiera e di perdono lasciandosi cadere, mentre un falco planava su di lei, quasi ad accompagnare il suo salto nel vuoto.

 

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