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Niobe

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   8 Novembre 2018   4 min.

 

Di tutti gli uomini e le donne che vissero sotto il regno del padre Zeus, mai nessuno patì il dolore che Niobe, figlia di Tantalo, regina di Tebe, fu costretta a sopportare a causa della sua superbia; nonostante tutto, coloro che hanno tramandato la storia fino ad oggi ebbero compassione di lei.

***

Prima che Tantalo fosse costretto da Zeus a consegnarsi alle dure leggi del Tartaro, il padre degli dèi, che lo preferiva a tutti gli altri suoi sudditi, gli diede in moglie una delle oceanine, Dione, dalla quale ebbe molti figli e molte figlie. Noi ricorderemo soltanto la più bella tra le sue figlie, Niobe, che sposando Anfione, re di Tebe, ne divenne la regina.

La loro unione fu molto felice, e lieta, fin quando Niobe si ricordò di non sfidare apertamente gli dèi. Infatti, vedendo crescere i propri figli – ne aveva avuti quattordici in tutto, sette maschi e sette femmine -, e prospettando per lei stessa e per Tebe una discendenza gloriosa, tanto erano belli, sani e forti i frutti avuti dal suo ventre, giurava che se davanti a lei avesse visto Leto, la madre di Apollo e di Artemide, l’avrebbe addirittura disprezzata, perché lei, Niobe, che era stata tanto feconda, era ancora una semplice mortale, mentre Leto, che aveva avuto in vita sua soltanto due gemelli, poteva vantarsi di essere una divinità, eterna e potente.

“Forse Zeus si è dimenticato di me? Forse si è dimenticato che discendo da lui, che mio padre Tantalo fu suo figlio? Perché non mi ammette tra gli dèi, io che ho dato alla sua casa un valido motivo per essere chiamato dio? In verità, egli ha ammesso tra gli dèi Leto soltanto perché lei, i suoi figli, li ha avuti da colui che è il Re dell’universo. Io, invece, mi sono unita a un mortale, e ho generato più figli di lei!” diceva Niobe, corrodendosi per la sua stessa rabbia; e augurava ogni volta che il padre Zeus punisse la sua rivale, che le strappasse le sue vesti d’oro, le sue vesti divine, e la gettasse, come una mendicante, giù dal sacro monte.

***

Leto mal sopportava l’atteggiamento arrogante della regina. Essendo una divinità, doveva rimanere per quanto possibile tollerante – tante ingiurie lancia costantemente l’uomo contro gli dèi del cielo! –

Per questo non era raro che mettesse in bocca alle serve di Niobe, o alla sua anziana nutrice, parole di biasimo, e ammonimenti più o meno severi, a seconda dei casi; anche a costo che queste subissero per colpa delle loro sagge e giuste parole l’ira insensata della signora. Tutto ciò era vano: anzi, ne acuiva l’atteggiamento arrogante.

E quando non poté più tacere, perché ne andava del suo orgoglio di dea, Leto chiamò a sé i suoi figli, i gemelli divini.

“Finora le mie spalle hanno sopportato il peso dell’ingiuria, figli miei, ben consapevoli della loro superiorità. Ma Niobe ha continuato a sfidarmi, pensando di avermi vinta con il mio silenzio. Si sbaglia!… Non esiste dio tanto buono da far credere ai mortali di essere inferiore a loro! Ecco, in nome del dolore che ho provato quando Delo, unica in tutto il mondo, mi accolse perché vi partorissi sotto l’umile palma, nel nome di vostra madre, che anche se non avesse affatto sofferto è pur sempre vostra madre, vendicate il mio ventre! Io, non posso negarlo, ho avuto solo voi due: te, Apollo, che saetti da Oriente a Occidente col carro; e tu, Artemide, bella come la castità che ti ha fatto regina della notte… Sì, voi due soltanto! Ma giuro che tra poco Niobe, di figlio, non potrà vantarne nemmeno uno!” Disse.

I due figli furono ben lieti di esaudire le parole della loro madre. Dato che l’arco e la freccia sono strumenti che pochi, all’infuori di loro, hanno domato con sì tanta maestria, era chiaro quale pena avrebbero inflitto alla stirpe di Niobe. Il cielo di Tebe, nero come in una notte senza luna, nero come le acque dello Stige infernale, coprì le mura, le strade, i templi, le case di tutti gli abitanti. Questi ebbero paura, e si nascosero pregando che Zeus li risparmiasse.

Tutti, in verità, sapevano che il vero nemico di quella città, e il vero nemico degli dèi, per forza dovesse essere la loro regina. Era stata empia, e doveva pagarne le conseguenze.

***

La terribile pena degli abitanti finì quando il nero del cielo si spalancò in due, e nel mezzo emerse il chiarore del mattino. Per le strade, gli abitanti di Tebe ritornarono alle proprie mansioni, ringraziando gli dèi per lo scampato pericolo. Ma un grido profondo, di donna, all’improvviso, fece tremare ogni cosa. Tutti si voltarono, diretti verso il luogo da cui proveniva il terribile grido: il Palazzo dei sovrani.

A terra, nella sala principale del Palazzo, disposti in due file ordinate, giacevano i figli di Niobe. Tutti e quattordici, morti, con una freccia d’argento e una d’oro al petto: era come se attendessero di essere sepolti con il rito solenne dei re. La loro madre, chinata verso ognuno di loro, li bagnava con le lacrime, passandoli in rassegna uno ad uno. Il suo grido iniziale, l’urlo che aveva fatto tremare l’intera Tebe si era mutato in muto silenzio. Che cosa poteva dire lei, che aveva visto cadere per primi i suoi figli? Come si potrebbe sentire una madre che ha mandato alla morte il frutto del proprio ventre? Non le restava altro che piangere, e maledire se stessa come aveva maledetto Leto.

“La mia lingua di serpe è colpevole” pensava, tra i mille suoi singhiozzi “ma io… io… io… Ah, esiste forse una parola che possa definire quanto io sia meritevole di ogni male?” Chi era in grado di leggerle negli occhi queste commoventi parole, pur sapendo che era stata una giusta punizione a cadere su di lei, non poteva far altro che provare pietà.

Per volontà del padre degli dèi, che in sé aveva accolto tutta la benevolenza dei celesti, Niobe fu tramutata in pietra. Tanto era il suo dolore, che non sarebbe più stato possibile vivere, nemmeno se si fosse dimenticata di ogni suo figlio; ma pur continuando a gettare lacrime dalla roccia, la trasformazione aveva cancellato a quel pianto continuo ogni perché.

 

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