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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Tic Tac

ilRaccoglitore | Racconti   5 Novembre 2018   2 min.

 

Vivo in un posto piatto, senza tempo. E questa assenza non fa che alimentare quel battere cadenzato che mi bombarda i timpani. Il tempo, infatti, mi perseguita e ticchetta alle mie orecchie da queste mura antiche. Sarà che tutto è segnato da lancette arroganti e che di mestiere faccio l’orologiaio. Nel paesino dove gli anziani sono un frullato di antiquariato e malvagità.

La mia attività è un rudere in un museo di perfida decadenza. Un mestiere scaduto. Altro che le favolette sull’importanza del lavoro artigianale. Con gli ingranaggi si fa la fame. E ci si abbevera alla fonte della noia.

In pochi indossano gli orologi. E se ce l’hanno è inossidabile, subacqueo, antigraffio, antiriflesso, manco fosse l’oblò dell’Air Force One.

 

Capita sempre più spesso che la gente mi chieda se vendo smartphone o altre robacce del genere. Stacco gli occhi dalla rivista che sto sfogliando e consiglio di leggere l’insegna sopra la vetrina. Smisurata e colorata. Poi gli dico sono un orologiaio. Allora gli stolti, convinti di avere ragione, chiedono: perché sul telefonino non si legge l’ora? Li fulmino con lo sguardo e rimango solo per anni, in mezzo a quel rude ticchettare che punge i padiglioni auricolari, prima di abbassare la serranda che stride nel buio di una sera come troppe, cioè con la cassa vuota.

 

Solo, nel deserto del Sahara. Ogni tanto giunge qualche tuareg sbiadito con accento lombardo, qualche anziano che vive in questo cimitero vivente. Lo scruto mentre compie passi lenti con un sacchettino di plastica in mano. Arriva al bancone dopo una decina di minuti ed estrae un reperto che potrebbe essere appartenuto a Ramses. Cimeli donati da chissà chi; familiari, conoscenti o un’amante. Rottami che non fai in tempo a prenderli in mano che sparano ferraglia, viti e lancette. Aggeggi che ti sputano addosso tutta la maledetta storia di vite già belle e andate. Bombe carta che sparano chiodi di ricordi.

Fingo di studiarlo con una mano soltanto. L’altra, quella sincera, raggiunge il lato del banco per cercare un martello. Poi consiglio al canuto avventore di acquistarne uno nuovo. Il tizio mi guarda male, come se avessi offeso chi glielo ha donato qualche vita fa. Allora dico arrivederci e lui se ne va sbuffando. Così rimango a sfogliare la rivista in attesa del prossimo; lo sciagurato che giungerà tra qualche decennio, mentre tutto attorno gli orologi continuano a ricordarmi che il tempo passa veloce, implacabile e impietoso, senza darmi tregua.

 

 

L’autore

Massimiliano Piccolo (1982) vive a pochi passi dal lago Maggiore. Ha pubblicato due raccolte di poesie e sta per pubblicarne una terza, con Italic Pequod di Ancona. Scrive articoli online e in aprile sono usciti alcuni suoi racconti sulle riviste letterarie Pastrengo, Firmamento e Argo.

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