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Risponde Circe

Lucia Battistel | Email alle donne di carta   3 Novembre 2018   4 min.
E-mail alle donne di carta - Lucia Battistel - racconti, storie, lettere, email

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O Circe,

mangiatrice di uomini che non sei altro, ti cancellerei dall’Odissea perché le donne non possano prenderti come esempio. Purtroppo ce ne sono tante come te in giro. Insegno in un liceo, sai, e vedo il coinvolgimento del mio uditorio femminile quando parlo loro di te, la maga marina dalla chioma dorata. Io le avverto che sei ben lontana dall’essere un modello positivo, un exemplum, ma le mie parole sono semi gettati sull’asfalto: sprecati ed infruttuosi.

Visto il mio astio nei tuoi confronti e il nervosismo crescente nel preparare la lezione su di te, ho tentato di psicanalizzarmi da solo per capirne la causa profonda: ti sdegno perché vedo in te una donna che ho amato e per cui ho sofferto. Di suo hai anche i ricci biondi e la passione per il mare. Quindi lo chiedo a te come se lo chiedessi a lei: hai mai amato almeno un uomo, di tutti quelli che hai avuto? O li trasformavi in porci e cani così, per sport?

Un uomo tormentato

 

 

Ti vedo sul piede di guerra, uomo tormentato. Se vuoi provare a capirmi, non cadere nella facile tentazione di proiettare su di me le tue frustrazioni considerandomi come il fantasma di una donna che non sono. Non sta certo a te giudicare le mie azioni, ed io non intendo giustificarmi di fronte a chi, pur non conoscendomi, mi accusa. Comunque sì, all’arrivo di un uomo nella mia isola, seguivo sempre lo stesso copione: lo accoglievo, lo blandivo, lo facevo innamorare di un amore violento e fulmineo, e lo conducevo nelle mie stanze. Ma al sorgere del sole, lui dimenticava la potenza che eravamo stati quando le stelle erano alte nel cielo, e guardava già il mare, desideroso di rimettersi in viaggio verso altre spiagge. Ogni volta mi illudevo che potesse andare diversamente, e quando vedevo la maledizione realizzarsi di nuovo, odiavo me stessa per essermi umiliata da sola riponendo la mia speranza in mani dalla presa così poco sicura. Così preparavo al malcapitato il mio filtro, dissolvendolo in un calice di buon vino servito dalle ancelle, e lo trasformavo in quello che i miei occhi già vedevano in lui prima ancora della metamorfosi: un cane, un porco, o una bestia d’altro genere che faceva al caso suo. Può sembrare facessi tutto questo per una sadica mania di potenza, ma era solo il mio modo per farmi giustizia da sola: quando gli dei non intervengono con la loro mano propizia bisogna ingegnarsi come meglio si può. Desideravo solo che qualcuno si fermasse con me, e vedesse la mia isola come l’ultima destinazione e non come una tappa qualsiasi nel lungo peregrinare, mera occasione per rifocillarsi prima di salire di nuovo sulla barca.

Andò più o meno tutto sempre così, finché Lui non fece il suo arrivo. E no, Lui non è il furbo Odisseo, come molti potrebbero pensare. Odisseo è stato ininfluente come tutti gli altri e a lui non spetta alcun posto in prima fila nel teatro della mia memoria. Questo Lui è qualcuno, invece, di cui tacerò il nome per non so quale senso di infantile pudore che mi sorprendo m’appartenga. L’ho amato, e Lui ha amato me. Diversamente dagli altri, Lui si è fermato nelle mie stanze per ben più di una sola notte. Eravamo noi due soli, eppure in quei momenti avevamo tutto, per sempre. Con l’arrivo del sole, i suoi occhi non guardavano lontano, là dove il mare bacia il cielo, e non sognavano la partenza come quelli di tutti gli altri, ma continuavano a contemplarmi stregati da chissà quale pozione che giuro di non aver usato mai. Mi ero ripromessa di non utilizzare nessun artificio perché qualcosa di così intenso non aveva bisogno di interventi d’altra natura: pur non essendoci, la magia era evidente e palpabile già così. Ma i mesi passarono e un giorno lo sorpresi a guardare il mare, al tramonto, da solo. Mi sedetti accanto a lui ma il suo sguardo non si distolse dall’immensa distesa blu scottata dai raggi. Capii quello che la sua bocca non riusciva a dirmi, e per la prima volta mi capitò di piangere. “Guardami negli occhi”, gli dissi con la voce tremante, ma il codardo non obbedì e li abbassò ficcandoli nella sabbia con silenziosa violenza. Se ne andò, e non tornò più a casa da me. Dopo di Lui, mi accanii sui successivi visitatori ancora più di prima. Ma quale grandissima ingiustizia punire gli innocenti per un solo vero intoccabile colpevole! Che gran codardia nascondersi a priori dietro ad un “Non vale la pena” o a un “Sono tutti uguali”!

Ora non ci sto più, però. Lui è un lui come tanti, ormai. Dopo dieci anni passati a dispensare torture a chi non se le meritava, sono pronta a riaprirmi di nuovo all’amore dando tutto quello che so di poter e voler dare. Ho preso anche io l’abitudine di guardare il mare con occhi speranzosi, desiderando la compagnia di qualcuno che arrivi e voglia restare, sapendo che le onde mie complici lo condurranno presto da me. Dopotutto è da un bel po’ che non vedo nessuno far naufragio sulla mia isola e non può essere un caso: questo silenzio carico di speranza evoca l’avvento di qualcosa di grande. La natura ha confermato le mie intuizioni di maga: mi ha confidato, parlandomi a bassa voce nelle orecchie, che è davvero tempo per me di mostrarmi senz’armi a qualcun altro, di abbassare la guardia. Un marinaio dal cuore buono sta per approdare sulle mie spiagge; me l’ha suggerito il vento del nord che accarezza le frasche, calata la sera. Io lo aspetto, sicura del suo arrivo imminente, come uno scoglio bruciato dal sole di mezzogiorno attende l’onda del mare che gli porti refrigerio.

Circe

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