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Giacinto

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   1 Novembre 2018   4 min.

 

Giacinto, figlio di Àmicla, re di Sparta, era amato da Apollo; tanto che questi, lasciando le sue mansioni al controllo di altre divinità sue sottoposte, dedicava al suo giovinetto le intere giornate. E davvero erano inseparabili.

Giacinto, ogni volta che era preso dal desiderio di unirsi al suo dio, dimenticava il suo essere principe, e si svestiva dei suoi abiti di porpora, e del suo diadema di smeraldi; lasciava a Palazzo tutto ciò che poteva far intuire la sua regalità, e la sua discendenza dorica. E, completamente nudo, quasi una ninfa – era giovane, ancora, tanto che il suo aspetto ricordava molto quello di una vergine – correva dal suo signore chiedendogli di provare il grande piacere di cui non conosceva il nome, il grande piacere che il dio stesso gli aveva fatto scoprire per primo.

Il loro amore era talmente grande che tra gli dèi non c’era nessuno che fosse incapace di invidiarlo; tra gli uomini, invece, tale unione era rimasta nascosta, senza un apparente motivo.

 

***

 

Tra gli dèi che bruciavano di immensa invidia, uno soltanto deve essere ricordato: Zefiro. Le altre divinità, infatti, non osarono intaccare, né con pensieri negativi, né con maledizioni, il grande sentimento che era nato tra un uomo e un dio.

Ma Zefiro non si fece scrupoli a odiare questa unione. Egli, che gli antichi poeti ricordano come il più gentile tra i venti, come il sommo annunciatore della Primavera, divenne violento, e scatenò sulla natura la sua rabbia. Causò molti danni, in quel tempo, tanto che quell’anno la Primavera tardò ad arrivare.

Il vero motivo della sua ira, in realtà, fu l’intenso desidero che ebbe nel vedere Giacinto in tutta la sua bellezza efebica. Ma il giovane già amava Apollo, e Apollo amava lui. Così, rimanendo in disparte, meditava sulla madre terra, sull’aria, sull’uomo – che certamente era stato colpevole di qualcosa – la vendetta destinata a qualcun altro. E nel frattempo il dio di Delfi, insieme al suo giovane compagno, si divertiva nei panni dell’amante.

Ma quando la distruzione che Zefiro portava a ogni suo battito d’ali non servì più a placare la fiamma della collera, né tantomeno la fiamma dell’amore, nel suo cuore si posò la giusta nemesi, e come se non fosse successo nulla, il dio tornò ad essere il vento tranquillo che era stato un tempo; questo perché il Fato stesso avrebbe favorito la sua giusta vendetta. Gli sarebbe bastato solamente attendere.

 

***

 

Apollo e Giacinto si trovarono, un giorno, in un grande campo verde, fuori da Sparta, intorno al quale una folta schiera di alberi proteggeva quel luogo quasi sacro. Si dilettavano, come tutti gli atleti spinti dall’ardore della gioventù, al gioco del disco. Giacinto, che non era pronto in realtà a un simile gioco, cercava di lanciarlo con tutta la sua forza. Ovviamente, Apollo non aveva difficoltà a recuperarlo con le sue mani. Anzi, certe volte si dimenticava di avere di fronte a lui il suo amore, e come dinanzi a un rivale si allungava verso il cielo e afferrava il disco con un gesto degno di un dio; altre volte, spinto dalla pietà, lasciava che il disco lo superasse, per poi prenderlo quando era caduto a terra. Eppure, nel lanciarlo, Apollo aveva attenzione a non esagerare, in quanto l’idea che il suo bel Giacinto si facesse male lo spaventava molto.

Spesso gli intimava di stare attento, di schivarlo, il tiro, piuttosto che rischiare di ferirsi.

“Ricordati” gli diceva “che io sono un dio, e che mi basta agitare un dito per scuotere l’universo.”

Ma Giacinto, fiero come un giovane della sua età, non ci badava molto, anche se era molto più cauto di quanto volesse far credere.

Zefiro, nascosto dietro un grande albero, attendeva con pazienza il momento in cui sarebbe dovuta calare, sugli amanti che tanto si divertivano, la mano della sua vendetta. E quel momento non fu lontano: Apollo, ormai ben rinvigorito da tutti i lanci precedenti, si apprestava a calibrare il tiro; i suoi piedi, ben ancorati a terra, guidavano verso il giovane i suoi occhi profondi, e la chioma d’oro cinta da una treccia ordinata. La mano stringeva il disco con una forza sovrumana.

Quando Apollo caricò la mano per il lancio, Zefiro, pronto, soffiò il suo fievole vento. Questo, come una freccia scagliata da un arco d’avorio, deviò il disco verso destra, il quale non cadde ai piedi del giovane Giacinto, come Apollo aveva pianificato ma, spinto dalla forza impressa dalla mano di Apollo, e dalla saetta d’aria del vento, colpì la sua fronte pallida. Come la goccia d’acqua che sgorga, all’improvviso, dalla roccia, generando un fiume impetuoso, così dalla pelle del giovane sgorgarono fiotti di sangue. Essi, riversandosi al suolo, accolsero come una tomba il corpo esanime del principe Giacinto.

 

***

 

Apollo, che mai avrebbe pensato a tutto questo, corse da lui, piangendo, e supplicando il padre Zeus, i fati e le Moire che la vita del giovane fosse risparmiata. Ma, invano, egli spirò tra le sue braccia. Questa morte ingiusta venne derisa da Zefiro, che se ne andò soddisfatto, mentre Apollo gettava sul corpo di Giacinto le sue ultime lacrime.

Da quel sangue, da quel corpo, da quell’amore nacque il fiore che porta il nome del bel giovinetto; sui suoi petali, Apollo trascrisse l’ultimo suono che sentì dalla bocca di Giacinto, quell’Ahi! Ahi! che ancora oggi annuncia, come un monito, l’arrivo della Primavera.

 

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