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C’era una volta… la festa dei morti

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   27 Ottobre 2018   4 min.

 

“Attenta a non farlo più, altrimenti questa notte i morti verranno a grattarti i piedi!”

Questo l’ammonimento di mia nonna quando, da bambina, commettevo qualche marachella.

A dire il vero, non davo troppo peso alla minaccia. Tuttavia, prima di andare a dormire stavo bene attenta a guardare sotto il letto e, dopo, a coprire con cura le mie estremità inferiori.

La frase sopra citata, un tempo molto comune nelle famiglie, insieme ad altri elementi di cui si parlerà in seguito, dimostra come il popolo siciliano abbia avuto da sempre un atteggiamento particolare nei confronti della Morte, talvolta figura di spicco in canti o fiabe.

Qualche lettore ricorderà, infatti, uno dei canti più popolari della nostra regione: “Vitti ‘na crozza supra ‘nu cannuni”, il cui significato è “Ho visto un teschio sopra un cannone”. Nei primi versi sono presenti due simboli: il teschio, emblema della morte, e il cannone, portatore di morte.

E non è tutto qui!

Una delle fiabe preferite dai ragazzini del passato narrava di un certo Padre Oliva, prete tanto scaltro quanto imbattibile nel gioco del tressette. Ebbene costui, quando una sera la Morte arrivò da lui per portarlo nell’aldilà, ebbe l’ardire di sfidarla a giocare l’ultima partita a tressette. La dea dalla falce, sicura della propria potenza e abilità, accettò la sfida. Per ben tre volte però fu sconfitta e costretta a tornare ogni cento anni, poiché irretita nei suoi stessi incantesimi, che il furbo prete aveva chiesto come pegno. Chi vinse la partita finale?

La Morte naturalmente!

L’antica fiaba, forse una sorta di esorcizzazione della paura di morire, era ascoltata dai piccoli con divertimento e partecipazione.

Dopo tali premesse, si può capire come per il Siciliano il due Novembre non fosse una semplice ricorrenza, quanto piuttosto una vera festa, in cui si coniugavano antiche tradizioni e ricordo dei propri cari.

Quanta emozione ed eccitazione nei bambini, quando arrivava il fatidico giorno!

Già di primo mattino ci si recava in casa dei nonni alla ricerca dei doni che nottetempo i morti avevano portato. Iniziava così una vera caccia al tesoro, senza l’aiuto di una mappa naturalmente, durante la quale ci si affannava a cercare i regali che erano stati abilmente nascosti da qualche parte nella casa. Infine, magari nei luoghi più impensati, davanti agli occhi si materializzava un grande vassoio. Che cosa conteneva? Lu pupu di zuccaru (il pupo di zucchero), intorno al quale stava una gran quantità di frutta martorana, noci e castagne.

Il pupo di zucchero, bello e coloratissimo, ancora oggi si trova nelle pasticcerie di paesi e città della Sicilia; ha le sembianze di un cavaliere o di un Paladino, quello del teatro dei pupi. La pupa di zucchero, invece, è di solito una ballerina e s’ispira alle preziose statuine di porcellana del XVIII secolo.

 

Un’etnologa francese, venuta in Sicilia negli anni ’70 per cercare nei monasteri le antiche ricette ereditate dall’età barocca, s’imbatté nella tradizione delle pupaccene, altro nome dei pupi di zucchero. A Palermo fu ospite presso la splendida dimora di un’antica famiglia e durante l’ora del thè il discorso cadde sull’usanza dei doni che gli avi morti portavano ai bambini.

“La morte e la vita sono la stessa cosa -le fu spiegato- i bambini si avvicinano ai morti e così capiscono come si possa morire in ogni momento”.

Queste parole, che potrebbero sembrare molto dure, in realtà fanno riferimento alla convinzione dell’esistenza di un profondo legame tra la vita e la morte, retaggio dell’immaginario di antichissime culture presenti nell’isola.

I riti pagani, con l’avvento della religione cristiana, subirono delle modifiche così, nella notte tra l’uno e il due novembre di tempi ormai lontani, le famiglie lasciavano la tavola apparecchiata e imbandita con cibi prelibati, tenendo aperti gli usci di casa.

Si credeva che i Morti, entità benigne, visitassero le abitazioni dei loro cari, cibandosi delle pietanze preparate per loro. Ciò rappresentava evidentemente la continuità tra la vita e la morte.

In seguito, a tali cene rituali si sono sostituiti i doni lasciati dai defunti ai bambini, a indicare la loro presenza protettrice.

Dunque, l’atto del mangiare il pupo di zucchero rappresentava un nesso ideale fra due mondi diversi, quello dei vivi e quello di chi non è più.

 

Più semplice e sicuramente più piacevole è la nascita dell’altro squisito dolce, la frutta martorana, così denominata perché i dolcetti hanno la foggia di frutti o di ortaggi.

Si narra che, durante l’epoca normanna, il Vescovo di Palermo (o il Re) decidesse di far visita alle suore della chiesa “Martorana”, spinto dal desiderio di conoscere uno dei giardini più belli della città creato dalle stesse monache.

Ebbene, esse erano in apprensione poiché in quel periodo dell’anno gli alberi da frutto erano completamente spogli. Però, abilissime com’erano nell’arte della pasticceria, ricorsero a uno stratagemma: impastarono della farina di mandorle con lo zucchero, ottenendo una pasta con cui modellarono frutti e ortaggi di ogni specie, che dipinsero dei loro colori naturali.

Le suore appesero poi i finti frutti ai rami degli alberi a rallegrare la vista e il palato del Vescovo.

Oggi le nostre antiche e belle tradizioni sono state ormai sostituite da Halloween, importato dai paesi anglosassoni e le nuove generazioni hanno, purtroppo, dimenticato il nostro passato, così carico di storia e di profondi significati culturali e sociali.

 

 

(n.b.: La frase in corsivo è stata tratta dal testo “I pupi di zucchero, memoria dell’infanzia” di Christine Armengaud, testo consultato all’interno della rivista “Kalós, arte in Sicilia” n° 3 del 2003.)

 

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Un solo commento

  1. Franco Sammartano 28 Ottobre 2018 alle 1:33



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