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La caduta di Crono

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   25 Ottobre 2018   5 min.

 

Quando Crono depose il padre Urano dal trono di Signore dell’Universo, quest’ultimo, prima di cadere, predisse che la stessa fine sarebbe toccata a lui, se la sua amata sposa, Rea, gli avesse dato un figlio, perché questi sarebbe stato più potente del padre.

Così il nuovo padrone del mondo si fece tiranno, e ponendosi sul trono iniziò ad agire contro coloro che l’avevano aiutato nella sua impresa. I ciclopi, che con lui avevano alzato la spada, furono spinti giù dall’Olimpo con un colpo di falce, quando ancora la sua lama odorava dal sangue di Urano; e tutti coloro che vivevano nella reggia già prima della sua ascesa, e che lo avevano sostenuto almeno a parole, furono costretti a sottomettersi come schiavi. La sposa del nuovo sovrano, Rea, partorì proprio quando il timore di Crono di essere spodestato lo aveva reso prigioniero di se stesso. Diede alla luce una bambina dai capelli rossi come fiamme ardenti, alla quale impose il nome di Hèstia. E quando Crono lo venne a sapere, fingendosi felice, ordinò che le fosse consegnata la bambina, perché la benedisse di fronte a tutta la sua corte, in quanto figlia del dio supremo.

E Rea, felice della felicità del suo sposo, fece organizzare un grande banchetto, al quale furono serviti il nettare e l’ambrosia. E furono invitati tutte le divinità, e gli uomini che abitavano la terra prima del grande diluvio. Così si festeggiò per dieci giorni e dieci notti. L’ultimo giorno, quando i festeggiamenti dovevano essere conclusi, il dio supremo ordinò che gli fosse consegnata la bambina, la quale fu accompagnata al padre da una processione di Ninfe e di Satiri. E di fronte a tutti, ignorando l’orrore nei volti dei suoi ospiti, la divorò. Poi, alzandosi dal trono, affaticato da giorni e giorni di banchetto, emise un urlo terribile; lo stesso urlo che aveva gridato, in segno di vittoria, quando evirò il padre, il giorno della sua caduta.

 

***

 

Rea, ben presto, rimase nuovamente incinta, e dal momento che Crono aveva dalla sua parte schiere di indovini, fati e deità disposti a rivelargli ogni cosa, non c’era speranza per il futuro nato. Anzi, Crono neppure temeva di unirsi a lei, sapendo che in ogni caso sarebbe bastato divorare il suo usurpatore per poter vivere.

Così quando Rea partorì un’altra bambina, alla quale diede il nome di Demetra, Crono non ebbe pietà dei suoi occhi che erano come due spighe di grano, e divorò anche ella. La stessa cosa fece con la loro terza figlia, Hèra, molto simile al padre per aspetto e atteggiamento – il giorno in cui nacque emise un urlo così potente che gli uomini lo confusero con quello di Crono. E quando la regina diede alla luce due gemelli, forti nel loro vigore, Ade e Poseidone, a loro toccò la sorte medesima, ancor più che erano maschi, e dai loro occhi si poteva scorgere l’ira dell’inferno e la violenza de mare.

“Come può la tua bocca” diceva Rea al marito, disperata, “aprirsi ancora dopo tutto il sangue che hai fatto tuo?” E piangendo, chiusa nelle sue stanze, deprecava il giorno in cui aveva l’aveva sostenuto nella sua salita al potere.

“Non lo toccherò più!” diceva “Né lui toccherà più me! Non posso più tollerare un altro delitto, se è il mio sangue che viene divorato.”

Eppure, quando Crono le si adagiava a fianco, lei non riusciva a resistergli. Così, di nuovo, si rese conto di aspettare un figlio; l’ennesimo figlio che il suo sposo avrebbe divorato con tanto piacere. E ciò non poteva più essere.

 

***

 

Rea, pur sapendo che il marito Crono avrebbe prima o poi scoperto tutto, fuggì di corsa dall’Olimpo, portando con sé due ancelle. La sua destinazione era Creta, la terra arida del monte Ida, dove i ciclopi che erano stati cacciati ingiustamente avevano costituito un loro regno. Questi, quando videro la moglie del tiranno presso di loro, iniziarono a guardarla con sospetto; ma appresa la ragione della sua presenza in quel luogo così tanto lontano dalle case divine, la condussero in una grotta, dove Rea diede alla luce un maschio. Le sue grida di neonato furono coperte dalle danze degli abitanti del luogo, e dai sacrifici fatti sugli altari per distrarre col piacere tutte le divinità celesti.

Ma Crono, che era sempre stato all’erta, aveva saputo della nascita di questo bambino, e mandò uno dei suoi servi perché gli fosse consegnato, e perché Rea fosse ricondotta sull’Olimpo. La regina degli dèi altro non poteva fare se non acconsentire agli ordini del suo sposo, almeno con l’inganno. Prese una roccia, la avvolse nelle coperte con le quali era stato fasciato il bambino vero, e partì tenendola in braccio. E quando fu sul monte sacro agli dèi, consegnò nelle mani di Crono il frutto del suo imbroglio; ed egli lo divorò senza accorgersi di nulla.

 

***

 

Il bambino, al quale fu dato il nome di Zeus, crebbe nascosto al padre finché non divenne adulto. Dal momento che la madre Rea non poteva scendere dall’Olimpo per occuparsi di lui, uno dei pastori che viveva sul monte Ida donò ai ciclopi una delle sue capre; e per i primi mesi di vita fu lei ad allattarlo. I ciclopi l’avevano educato alle armi: il suo scopo principale sarebbe stato quello di deporre suo padre e di prendere il comando al suo posto. Si racconta che Zeus, finché fu ragazzo, non ebbe mai il desiderio di mutare il proprio destino, tranne il giorno in cui vide un Satiro reggere tra le braccia suo figlio, un satiretto che giocava con la sua barba, e rideva, come se le sue guance fossero piene dell’amore paterno a lui mancato. E per quella visione, lontana alla sua realtà, scoppiò in lacrime.

Ma subito, quasi rinvigorito da quel pianto, ritornò fermo nel suo proposito.

E venne il giorno della sua partenza. Il giorno del suo riscatto. Prese con sé i ciclopi, riuniti in un esercito, e superando l’Egeo con un salto, e le isole che galleggiano sul mare dell’Ellade, giunse ai piedi del sacro Olimpo.

 

***

 

Crono stava seduto sul suo trono, appesantito dal suo stesso peso; all’interno del suo ventre rigonfio stavano i figli che aveva divorato. Quando seppe che qualcuno stava attaccando le case degli dèi, non temette molto, perché sapeva che non sarebbe morto che per mano del proprio figlio; e i suoi figli, lui, li aveva uccisi.

Ma Zeus superò le linee di difesa della reggia di Crono, e attraversando tutte le stanze fu di fronte a lui. Non lo guardò negli occhi – sapeva, infatti, che avrebbe pianto per la fine di suo padre, anche se la malvagità l’aveva reso colpevole di tremendi delitti –, ma reggendo la spada trafisse il suo ventre. E tutti i figli da lui divorati, che ormai si erano fatti divinità adulte, Hèstia, Demetra, Hèra, Ade e Poseidone, uscirono dal suo stomaco sanguinante e corsero a lodare il vittorioso nuovo sovrano.

Crono, immobile, ormai agonizzante non fece in tempo a capire. Thànatos, il dio della morte, già era sceso su di lui per portarlo sulle sue grandi ali nere nel mondo sotterraneo.

 

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