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Guerra e Calcio

Nicolò Vallone | Lo Sport nel Vallone, Sport   23 Ottobre 2018   7 min.

Quando le vicende belliche incontrano lo sport più popolare al mondo

 

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Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.
Così Winston Churchill stigmatizzò e pungolò una certa attitudine italiana a porre in secondo piano le questioni di reale rilevanza, convogliando di contro le proprie energie e passioni nell’amore per il calcio.

Un’osservazione del genere, però, offre uno spunto sociologico stuzzicante: il calcio, almeno in una certa parte del mondo, ha sostituito la guerra. L’atavica necessità umana di primeggiare sull’Altro e identificarsi sotto un’insegna ha spostato il proprio campo d’azione dalle battaglie belliche a quelle calcistiche.

Ma cosa succede quando questi due fenomeni umani così diversi eppur così affini s’intrecciano?

Passiamo in rassegna alcuni avvenimenti del secolo scorso in cui la guerra è entrata in diretta relazione con il calcio, in maniera assai variegata e con risvolti talvolta prevedibili e talvolta strabilianti.

 

Il 24 dicembre 1914 è la prima vigilia di Natale della Prima Guerra Mondiale. Un conflitto che falcidiò una generazione. Di uomini, e di conseguenza di sportivi. Anche se ad esso dobbiamo la diffusione del baseball in Europa, sdoganato in Francia dalle truppe americane.
La notte dura poco a Saint-Yvon, nelle Fiandre: i componenti degli eserciti contrapposti sanno che alle prime luci dell’alba si sarebbero dovuti svegliare per riprendere le consuete e logoranti ostilità. Ma la mattina del 25 dicembre non è come tutte le altre, nemmeno al fronte. Dalle trincee tedesche si levano canti natalizi; gli inglesi, increduli, seguono a ruota col loro Silent Night. Per un giorno, la Terra di Nessuno che separa gli schieramenti si tramuta in un amichevole prato dove gli esseri umani si ribellano alla barbarie della guerra e decidono di festeggiare insieme il Natale, mettendo da parte ogni inimicizia o rivalità.
Data la giovane età dei soldati, e vista la popolarità del calcio (in crescita anche fuori dai patri confini britannici) i festeggiamenti prevedono, oltre a una messa improvvisata e a scambi di fotografie, bottoni della divisa, tabacchi vari, cibi e bevande di ogni genere e gradazione… una partita di pallone! Un Germania-Inghilterra disputato su un campo senza confini, con una palla di stracci non esattamente sferica, tra squadre composte da un numero enorme e imprecisato di giocatori.
Finisce 3-2 per i tedeschi, con lamentele inglesi per un presunto fuorigioco sul gol decisivo. Ma quel giorno non ci sono arbitri. C’è solo la voglia di dimenticare temporaneamente il mortifero destino da cui tutti sono accomunati in quel frangente. Quel giorno il calcio fu strumento di pace all’interno di una guerra.

 

Da un conflitto mondiale all’altro. Nella primavera-estate del 1942, in piena World War II, Kiev è occupata dalle milizie dell’Asse. Le forze occupanti, per distrarre e “dare un contentino” alla popolazione ridotta allo stremo, organizzano un campionato di calcio da 7 partecipanti: 5 rappresentative delle proprie truppe (due tedesche, due ungheresi e una rumena); una selezione di ucraini filo-nazisti; e la Start FC, formata da giocatori della Dinamo e della Lokomotiv, i due club principali di Kiev. Quest’ultima squadra sarebbe stata l’unica rappresentante dell’orgoglio locale, vessato da mesi di occupazione militare.

La situazione tuttavia sfugge di mano: la Start, nonostante le precarie condizioni fisiche, è tecnicamente troppo superiore alle avversarie, e vince (anzi, stravince) il torneo. Di partita in partita, cresce l’entusiasmo popolare: andare a tifare per i propri beniamini, e vederli battere ripetutamente sul campo gli oppressori, diventa una formidabile valvola di sfogo e di speranza per la cittadinanza oppressa.

Per salvare l’onore e provare a fermare i successi della Start, i nazisti organizzano una rivincita: convocano da tutti i fronti i militari tedeschi più validi a giocare a calcio e compongono una squadra di nome Flakelf. Domenica 9 agosto allo stadio Zenit si gioca Start contro Flakelf. Niente da fare, i giocatori ucraini sono ancora troppo forti: vincono 5-3. Gli occupanti decidono allora di sospendere le attività calcistiche, rivelatesi controproducenti per la loro reputazione.
Nei decenni successivi, la propaganda sovietica avrebbe costruito una leggenda attorno a quel match, definendolo “La partita della morte”: una storia tragica di arbitraggio a senso unico, intimidazioni dentro e fuori dal campo, e rappresaglie delle SS contro i giocatori della Start nei giorni e nei mesi successivi alla gara. La realtà storica è un po’ diversa: la sfida si giocò in modo duro ma tutto sommato corretto, e alla fine ucraini e tedeschi fecero persino una foto tutti insieme. È vero che quasi tutti i membri di quella mitica squadra sarebbero stati vittime dell’apparato nazista da lì alla liberazione di Kiev, avvenuta nel novembre del 1943, ma non per aver osato sconfiggere a calcio le truppe occupanti.
Nikolaj Korotkikh viene arrestato e torturato fino alla morte dalla Gestapo in quanto agente della polizia segreta dell’URSS. Altri 8 giocatori vengono arrestati, chi per aver attentato alla vita di alcuni ufficiali tedeschi e chi per essere sospettato di far parte della polizia segreta sovietica; vengono mandati nel campo di concentramento di Syrets. Di questo gruppo, 3 trovano la morte: Ivan Kuzmenko, Alexej Klimenko e il portiere Nikolaj Trusevich, fucilati per aver partecipato a dei tentativi di ribellione. Sopravvivono alla prigionia gli altri 5; tra questi, Makar Goncharenko, uno dei migliori nella famigerata partita del 9 agosto ’42, a cui è dedicato un monumento davanti allo stadio Zenit, successivamente ribattezzato “stadio Start”.

Ma al di là dei nodi storici su realtà e leggenda, quanto accaduto in Ucraina nel 1942 è un potentissimo esempio di cosa può essere il gioco del calcio: sana distrazione, riscatto, speranza, identità, orgoglio, vittoria morale.

 

Restiamo nel medesimo quinquennio bellico, ma ci spostiamo a casa nostra. Siamo nell’aprile del 1945, la Seconda Guerra Mondiale sta per volgere al suo epilogo. Il governo fascista è definitivamente decaduto, non solo quello sull’Italia ma anche quello sulla cosiddetta Repubblica di Salò. Benito Mussolini è scappato da Villa Feltrinelli, sua residenza sul lago di Garda, per andare incontro a un tentativo di fuga che culminerà però con la fucilazione e col ludibrio pubblico di piazzale Loreto.
Nei pressi di Salò sono rimasti alcuni degli amici e delle persone rimaste accanto all’ormai ex dittatore italiano anche dopo la “caduta” del 1943. Tra questi, Eraldo Monzeglio. Era stato un terzino del Bologna e della Roma negli anni ’30, ma non solo: era uno dei 5 giocatori ad aver vinto i Mondiali sia nel 1934 che nel 1938 con la maglia della Nazionale italiana. Una star del pallone, insomma. Ma oltre a tutto questo, era l’affezionato maestro di tennis del Duce e dei suoi figli; e lo è stato fino alla fine. Fino a quell’aprile ’45.
Quando i partigiani bresciani fanno irruzione in riva al Garda alla ricerca di fascisti da giustiziare, trovano Monzeglio. È un fedele mussoliniano, è proprio a quelli come lui che stanno dando la caccia. Ma è un Campione del Mondo. E lo risparmiano.

Tutta la potenza della passione calcistica.

 

Facciamo un viaggio tra i decenni e gli oceani, e approdiamo in America Centrale quasi cinquant’anni fa. Nel 1969 Honduras ed El Salvador stanno vivendo storie tese, anzi tesissime: per placare le violente proteste del ceto agricolo, martoriato da un’organizzazione terriera ancora basata sul latifondo, il governo hondureño del dittatore Lopez Arellano ha appena decretato l’espulsione e la confisca delle terre di 300.000 contadini salvadoreñi, regolarmente migrati in Honduras due anni prima in seguito a un accordo bilaterale. Se aggiungiamo questo fatto a un rapporto tendenzialmente difficile tra “vicini di casa”, ben si capisce quale possa essere l’atmosfera quell’estate…

In un tale contesto, destino vuole che le Nazionali di calcio dei due Paesi si debbano incontrare nelle semifinali delle qualificazioni ai Mondiali di Messico ’70 (quelli in cui avrebbe avuto luogo la leggendaria Italia-Germania 4-3 e gli azzurri avrebbero poi perso in finale col Brasile di Pelè). L’andata si gioca l’8 giugno a Tegucicalpa, capitale dell’Honduras. I tifosi locali mettono subito le cose in chiaro, bucando le ruote del pullman della squadra salvadoreña. Ad aggiudicarsi la contesa sul campo è proprio l’Honduras: gol del difensore Leonard Wells a 2 minuti dal fischio finale. Tanta è la tensione, che la 18enne salvadoreña Amelia Bolanos, atterrita dalla sconfitta, si suicida sparandosi al cuore. A El Salvador organizzano funerali di Stato per la ragazza e giurano vendetta in vista della sfida di ritorno.

Il 15 giugno si gioca allo stadio della Flor Blanca di San Salvador. Ma le ostilità, come prevedibile, sono cominciate la sera prima: i tifosi di casa hanno preso a sassate l’hotel dove alloggiava la Nazionale hondureña, finendo pure per uccidere un ragazzo (che per tragica ironia, però, era un salvadoreño come loro). Il giorno della partita, la squadra dell’Honduras viene addirittura scortata dai militari locali. Una misura necessaria per proteggere gli ospiti da una folla inferocita, che nel frattempo si sfoga sugli hondureñi venuti a tifare in trasferta, ammazzandone un paio e bruciandone bandiere ed automobili. In un clima così intimidatorio per gli avversari, El Salvador vince facilmente 3-0: doppietta di  Juan Ramon Martinez inframezzata da una rete di Elmer Acevedo.

All’epoca non si considera il computo complessivo dei gol segnati tra andata e ritorno: se le squadre vincono una partita a testa, a prescindere dai punteggi si disputa uno spareggio. Su terreno neutrale, ovviamente. Quale miglior soluzione dello stadio Azteca di Città del Messico, teatro dei Mondiali dell’anno successivo? La data è venerdì 27 giugno. Il match è intensissimo (potete vederne gli highlights in fondo al paragrafo) e alla fine prevale El Salvador ai tempi supplementari. Al termine della gara scoppia il finimondo: le due tifoserie vengono alle mani sul terreno di gioco, per poi spostarsi in strada e mettere in scena un’autentica guerriglia urbana.

Una situazione del genere è come una scintilla all’interno di un serbatoio di benzina. La sera stessa del 27 giugno l’Honduras rompe ufficialmente le relazioni diplomatiche con El Salvador. E il 14 luglio le armate salvadoreñe attaccano quelle hondureñe. È l’inizio della Guerra delle 100 Ore. Anche se il saggista polacco Ryszard Kapuscinski, ispirandosi alla (seppur secondaria) importanza dell’evento calcistico come casus belli, la ribattezza “Guerra del Futbol”.

Il calcio, purtroppo, non è stato qui strumento di pace, speranza e unione all’interno di contesti bellici, ma al contrario è stato arma al servizio della guerra.

Per la cronaca: il conflitto, costato la morte di oltre 2000 soldati e oltre 3500 civili, si sarebbe concluso di fatto dopo appena cinque giorni, grazie all’intervento dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) che impose a El Salvador di cessare il fuoco e all’Honduras di reintegrare i contadini espulsi. Ma la pace tra i due Stati sarebbe stata firmata 11 anni dopo.

Per la cronaca calcistica: El Salvador nell’autunno del 1969 avrebbe sconfitto anche Haiti, qualificandosi così per il Mondiale messicano, dove sarebbe stato subito eliminato in virtù delle sconfitte, nella fase a gironi, contro Belgio (0-3), Messico (0-4) e Unione Sovietica (0-2).

 

 

Ecco, vi abbiamo qui illustrato alcune vicissitudini legate al multiforme intreccio tra guerra e calcio. Tanto per comprendere una volta di più quale potenza sociale possa raggiungere, nel bene e nel male, questo amato e discusso sport.

Ci congediamo con una segnalazione finale, di stampo non storico ma filmografico: alla Seconda Guerra Mondiale è legata una delle più riuscite trasposizioni cinematografiche del gioco del calcio. Ci riferiamo a “Fuga per la Vittoria” (1981), regia di John Huston, cast stellare composto, tra gli altri, da attori di chiara fama come Sylvester Stallone, Michael Caine e Max Von Sydow, e da ex stelle del pallone come Pelè, Osvaldo Ardiles, Bobby Moore e tanti altri. Una squadra di prigionieri Alleati affronta la Nazionale tedesca allo stadio Colombes di Parigi nel 1942.

 

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