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Siringa

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   18 Ottobre 2018   3 min.

 

La ninfa Siringa, ai lati del fiume che ella proteggeva, cantava di come desiderasse l’Amore, di quanto in lei bramasse il fuoco ardente della passione, a cui mai si era unita.

“Se un uomo o un dio mi volesse, sarei capace di accettare il suo amore, e di provarlo a mia volta! Se mi fosse detto ti amo, io amerei! Dell’oro e dei profumi che m’importa? Amerei un pastore o un mendicante, anche se mi portassero in dono soltanto Fame e Povertà, per il resto della mia vita. E della Bellezza, poi, io che posso farmene? La Bellezza esteriore io la canto negli alberi, nei fiumi, nella Natura, non in un uomo che la perderebbe col tempo, in ogni caso… Chi ha un cuore, dico, ed ama, è degno di essere amato!”

E mentre cantava cose lodevoli, il dio Pan, nascosto in un cespuglio, se ne rallegrò molto. Perché egli l’aveva vista la prima volta molto tempo prima, e dal primo istante l’aveva amata; ma, ahimè, temeva che ella lo ripudiasse. Era brutto, le sue corna caprine contrastavano con i suoi occhi gialli, acquosi, e i suoi denti allungati, sporchi di erba selvatica. Quando si specchiava sull’acqua, e vedeva il suo aspetto deforme, corrotto ancor di più dalle piccole onde spostate dal vento, piangeva, e il suo dolore prendeva ogni parte del suo corpo: amava una donna la cui bellezza sarebbe dovuta appartenere a un uomo degno di lei, o a un dio – ma un dio bello, non come era lui. Allora, non riuscendo a combattere il sentimento nemmeno di fronte alla realtà dei fatti, si limitava a guardarla da lontano, senza farsi scorgere, senza che sapesse di lui. Ogni tanto, quando Siringa giaceva addormentata, si avvicinava a lei, cautamente, e sopra il suo pallido seno deponeva un piccolo fiore; e prima di adagiarlo su di lei lo baciava con le sue labbra caprine. Poi fuggiva, come un vento, tra i grandi alberi della foresta.

Per molto tempo aveva temuto che la sua orrenda bruttezza fosse un ostacolo alla sua felicità. Invece, dalla bocca della sua Siringa, dalla sola bocca che lui avrebbe baciato, aveva udito che la sua bellezza esteriore, la bellezza che lo aveva fatto innamorare al primo sguardo, era poca cosa in confronto alla nobiltà del suo animo, giacché il suo Amore, un sentimento espresso da un volto tanto brutto, poteva essere ricambiato. Così, senza nemmeno pensarci, abbandonò il suo nascondiglio con un salto, e fu davanti a lei. E quando Siringa lo vide gettò un grido, e i suoi occhi si riempirono di terrore.

“Ecco ciò che cerchi, Siringa! Io ti posso offrire l’Amore che hai cantato: ora so che non può farti ribrezzo il mio volto, se il mio cuore è capace di amare!”

Ma la ninfa, balbettando parole incomprensibili, non volle ascoltarlo, e afferrando di scatto la sua veste, deposta ai lati del fiume, iniziò a fuggire. Le sue gambe tenevano alla sinistra la costa del torrente, forse perché in questo modo si sentiva più protetta da quel mostro terribile che la stava inseguendo.

Pan, selvaggio nella sua corsa, dietro di lei, la chiamava per nome, la supplicava di fermarsi, di donare se stessa a lui, perché egli soltanto aveva ciò che lei cercava. Ma la sua paura vinceva il sentimento nobile di un dio.

Così nessuno dei due ottenne ciò che voleva: Siringa, quando l’affanno si faceva sempre più forte, si voltava nella speranza che la creatura orribile si fosse dileguata, o che gli dèi avessero aperto sotto di lui una voragine pronta a inghiottirlo; in realtà, ogni suo passo in avanti sembrava inutile. Pan, invece, era sempre più innamorato di lei, troppo innamorato per capire che non poteva essere voluto. Entrambi correvano vanamente.

Quando a Siringa, esausta ormai per la lunga corsa, si affacciò un folto canneto, ai lati del fiume, senza pensarci ci si buttò dentro. E con le lacrime agli occhi pregò il fiume, pregò Artemide, la dea vergine, pregò la Notte che nasconde ogni cosa, pregò ogni dio di cui è conosciuto il nome, perché in quello stesso canneto la sua figura si dileguasse senza lasciare traccia di lei. E qualcuno, dall’alto, udendo la preghiera, esaudì le commoventi parole.

Il suo corpo, che era tanto bello, si unì alle canne che già c’erano, diventando a sua volta un giunco; i suoi ricordi svanirono non appena fu completa la sua trasformazione.

Pan aveva assistito a tutto ciò. Si era arrestato non appena le sue orecchie avevo sentito la preghiera implorante di Siringa.

“Che cosa speravo?” disse “Che qualcuno mi amasse? Non nascerà mai colei che potrà desiderare un essere rivoltante come me. In verità, io stesso mi ripudio, perché la Morte stessa ha labbra più desiderabili delle mie.” E si avvicinò al canneto, dove il giunco che era stato Siringa svettava, alto, e seguiva il moto del vento; con le sue mani coperte di vello caprino lo spezzò.

Si sedette su una pietra, lì vicino, e soffiandoci dentro suonò una melodia meravigliosa.

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