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La leggenda di Colapesce (Seconda Parte)

Francesca Adamo Cefalù | Leggende Siciliane   14 Ottobre 2018   3 min.

 

“Canusciutu è in Sicilia l’anticu

nomi di Cola Pisci, anfibiu natu,

sutta lu secunnu Federicu,

omu in sustanza ben propurziunatu,

pisci pi l’attributu singulari

di stari a funnu cu li pisci a mari.

Scurrennu li gran pelaghi prufunni,

facia lunghi viaggi e rappurtava

li meravigghi visti sutta l’unni”.

 

Conosciuto è in Sicilia l’antico/ nome di Colapesce, anfibio nato,/sotto il regno del secondo Federico,/uomo nella sostanza ben proporzionato,/ pesce per la straordinaria qualità/ di stare nel fondo del mare con i pesci./ Esplorando le grandi profondità marine,/faceva lunghi viaggi e raccontava/le meraviglie viste sotto le onde.

 

Con questi versi il poeta arcadico Giovanni Meli, nato e vissuto a Palermo nel XVIII secolo, inizia un poemetto dedicato a Colapesce, intitolato “Codici marinu”.

Come si tramanda, Nicola detto Cola, era il figlio minore di una famiglia di pescatori che vivevano a Messina. Sin da piccolo Cola sentiva un’irresistibile attrazione per il mare, tanto che trascorreva intere giornate tra i suoi flutti per cercare di scoprire le meraviglie che si nascondevano nei fondali e per meglio conoscere le numerose creature marine che popolavano gli abissi. Per quella sua dimestichezza con il mare venne soprannominato Colapesce.

Al suo ritorno sulla terraferma, raccontava storie strabilianti: terribili lotte tra pesci giganteschi, antichissime città sommerse, immense foreste di coralli, tesori a mai finire…

La gente ascoltava i suoi racconti e lo credeva pazzo.

Molto disperati erano invece i suoi genitori, non solo perché Colapesce non lavorava, ma anche perché non ci pensava due volte a liberare dalle reti e gettare in mare i pesci che il padre e i fratelli avevano pescato con fatica, per guadagnarsi da vivere.

Un giorno la madre, al colmo della rabbia, lo maledisse:

“Ami tanto il mare? Che tu possa diventare un pesce!”

I vecchi narrano che, quando i cieli sono aperti, le maledizioni si avverano.

Fatto sta che la pelle del ragazzo si ricoprì di squame, mentre mani e piedi divennero molto simili a delle pinne.

La sua fama si sparse ovunque fino ad arrivare a Palermo, dove viveva il re di Sicilia, Federico II di Svevia. Il sovrano, preso da curiosità, decise di conoscere quello strano essere di cui tanto si parlava così, salito sulla nave reale, arrivò fino a Messina.

Si racconta che i due si fossero incontrati proprio al centro dello Stretto, dove le correnti sono più forti e le acque più oscure e profonde.

Federico mise subito alla prova Colapesce e lanciò nel mare una coppa d’oro, ordinando al ragazzo di cercarla e di riportargliela indietro. Trascorsero molte ore di attesa e finalmente Colapesce riemerse, restituendo la coppa al re e raccontandogli ciò che aveva visto.

A Federico però non bastava!

Tolse la corona d’oro dal capo e la gettò, dove il mare era ancora più scuro e misterioso.

Quella volta l’impresa si rivelò molto difficile. Infatti, per ben due giorni e due notti Colapesce non si fece vivo e, quando ormai tutti lo credevano morto, ricomparve in superficie con la corona tra le mani.

“Maestà,” disse “la Sicilia si regge su tre colonne. Una è intatta, l’altra è incrinata, ma la terza è già spezzata, perché consumata da un fuoco che arde sotto il mare”.

Com’era possibile che un fuoco ardesse sotto il mare? Il re non poteva credere alle parole del ragazzo e gli ordinò di immergersi di nuovo e di portargli le prove di ciò che diceva.

Colapesce rifiutò di tornare in quel luogo così pericoloso ma Federico lo insultò dandogli anche del codardo.

Non contento, dopo avere sfilato un prezioso anello dal dito della principessa che gli stava accanto, lo gettò in acqua e ordinò al giovane di cercarlo e riportarglielo indietro.

Colapesce non sopportava due cose: sentirsi dare del codardo e vedere l’espressione di tristezza dipinta sul viso della bellissima fanciulla.

Si tuffò per la terza volta, portando con sé un sacchetto di lenticchie e un pezzo di legno. “Maestà,” disse “se verranno a galla i legumi e il legno, io sarò morto”.

Soltanto dopo diversi giorni d’attesa risalirono in superficie solo le lenticchie e il legno bruciato.

La tradizione vuole che Colapesce non sia morto, ma abbia sacrificato se stesso, sostituendosi alla colonna spezzata per non fare affondare la sua amata Sicilia.

Se qualche volta la terra sussulta, niente paura! È solo Colapesce che passa da una spalla all’altra Capo Peloro, nei pressi di Messina.

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2 commenti

  1. Mariantonia Pacetto 15 Ottobre 2018 alle 17:53



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