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    Il Raccoglitore è un contenitore di storie, di racconti e di buoni interessi. La narrazione, al centro del progetto, viene sperimentata non solo nell’ambito narrativo-letterario: i collaboratori di ogni rubrica si prefiggono di raccontare un qualcosa. Se quando siete insieme ad un/a amico/a vi viene voglia di chiedere “mi racconti una storia?”, siete nel posto giusto.

Fetonte

Roberto Bernasconi | Racconti Mitici   11 Ottobre 2018   6 min.

 

Fetonte ebbe da sempre il desiderio di essere come il padre. Suo padre altri non era che il Sole. E non c’erano soltanto le voci a testimoniarlo, ma anche i suoi occhi gialli, e i capelli d’oro; i primi erano come due grandi occhi d’aquila che, rivolti verso l’astro del giorno, non hanno bisogno di chiudersi, anzi sfidano la luce aprendosi ancora di più; i capelli, invece, sembravano quasi una corona di spine dentro la quale fosse custodito un tesoro. Ed era talmente bello che tutte le ninfe lo amavano, e per lui intonavano canti meravigliosi. Ma Fetonte ignorava l’amore. Conosceva, invece, il solo desiderio di cavalcare le cavalle di suo padre, di vedere da lassù, dal cielo azzurro, le meraviglie che suo padre osservava ogni giorno. E non pensava ad altro che a quello. Sua madre, che era stato l’unico vero amore del Sole Iperione, temeva il suo desiderio, perché una profezia infausta – e gli antichi sapevano che alle profezie del fato mai si poteva scappare! – lo dava morto per la sua superbia. E non c’era superbia peggiore, secondo lei, del voler fare il dio pur non essendolo! Così Fetonte crebbe, per un preciso accordo tra i due genitori, lontano da suo padre, sapendo che tuttavia egli avrebbe vegliato su di lui.

Un giorno il suo desiderio fu così forte che fuggì di casa. Prese poche cose, qualche vestito e qualcosa da mangiare per il viaggio, e si avviò verso il paese degli Etiopi. Lì, si raccontava, viveva il Sole Iperione, in una reggia dipinta con polvere d’oro e diamanti. Partì dal cuore dell’Arcadia boscosa, percorse il mare Egeo su una nave di pirati libici che adoravano il Sole e in lui riconobbero il figlio del loro dio. Poi, quando sbarcò nel paese d’Egitto, i sudditi del faraone lo videro e iniziarono a venerarlo. E lo accompagnarono suonando i sistri d’argento, come preghiera al dio Ammone – loro così chiamano il dio Sole; gli offrirono persino la figlia della sacerdotessa di Iside, la dea della Luna, ma lui rifiutò. Quando poi fu per lui il tempo di ascendere il Nilo fangoso, il faraone, nella sua pelle azzurra, gli venne incontro, baciandolo sulla guancia; e gli offrì una delle sue imbarcazioni. Così superò il resto dell’Egitto, osservando dal fiume le grandi piramidi, e i grandi templi degli dèi egizi, tutti ricoperti di sangue e di lapislazzuli.

 

***

 

Quando gli fu comunicato che ormai si era raggiunta la terra degli Etiopi, e il regno di suo padre, Fetonte fece accostare la nave sulla costa. Scese a terra, stremato dal viaggio, congedando i servi del faraone, e coloro che l’avevano adorato. Questi tornarono indietro, trascinando sulla culla dell’acqua la navicella reale.

 

“È questo il paese degli Etiopi?” chiese Fetonte a un passante, un uomo nero, coperto soltanto da uno straccio, che pascolava delle strane vacche dal corpo scheletrico. Annuì.

“È qui che vive mio padre, il Sole Iperione?”

“Sei il figlio del Sole?”

“Sì.” rispose.

“Il suo castello è là, in fondo” disse l’uomo, indicando una lunga via che si disperdeva nella sabbia “ma non troverai lui, né il suo palazzo. Aspetta di notte, aspetta che la Luna sia alta, lassù in cielo. E vedrai aprirsi di fronte a te la reggia d’oro del nostro signore!” E trascinò lontano, con sé, la mandria bovina.

 

Così attese, seduto ai lati della strada, su una roccia bianca; attese che il Sole, suo padre, calasse a occidente. Il cielo si tinse di fiamma, poi divenne viola come l’ametista che è incastonata sulla corona del re dei Persiani, poi la Luna subentrò al fratello, casta nella sua immobilità, e le stelle si mostrarono come un enorme mantello sopra la sua testa. Fetonte, allora, come gli era stato suggerito, guardò lontano, tra la sabbia del deserto. Dapprima non vide nulla, solo il riflesso della Luna sui picchi dei monti lontani; poi, all’improvviso, come in una visione, un palazzo d’oro, inciso sull’orizzonte, scolpito nel più bello dei marmi, apparve in tutto il suo splendore.

Fetonte si alzò, preso dalla più bella delle felicità, e corse. I suoi passi sembravano i passi di Hèrmes; ogni secondo era per lui un passo verso la sua salvezza.

E la reggia gli si mostrò quando il grande portone gli apparve di fronte, in tutta la sua maestosità. Ai suoi lati, due grifoni d’oro stavano immobili; e non appena lo videro, riconoscendolo, si inchinarono a lui. E la porta si aprì, lentamente, non facendo quasi rumore. Dietro questa un uomo che sembrava inconsistente, uno spirito dipinto nell’aria, gli fece cenno di seguirlo. E quando fu di fronte alla sala del trono si dissolse.

 

***

 

La sala del trono era un enorme corridoio, ai lati del quale delle colonne scandivano delle piccole vetrate d’oro in cui si potevano scorgere i disegni di tutte le divinità olimpiche. Sotto di esse, sempre tra una colonna e l’altra, dei fauni di marmo, o d’oro, o di bronzo reggevano degli strani oggetti, che l’occhio di Fetonte non riconobbe. Il pavimento, intarsiato, raffigurava delle scene mitologiche, mischiate tra loro in maniera apparentemente casuale. Il sole, bello in tutto il suo splendore, troneggiava in ogni vignetta. Preso da ogni particolare, non riuscì a scorgere subito il fondo della sala.

Ma quando vide, i suoi occhi gli tremarono, tanto che fu costretto a chiuderli.

Una parete d’oro si ergeva di fronte a lui. Sopra di essa scendevano dei drappeggi, sorretti da amorini di marmo. Appoggiato alla parete, il trono del Sole splendeva quanto il sole stesso; il suo schienale era uno scudo rotondo, sul quale campeggiavano i dodici segni dello Zodiaco, e la luna e il sole si abbracciavano. Lo reggevano tre gradini di oricalco.

 

All’improvviso, il dio apparve sopra il suo trono; era caldo, ed emanava una luce molto potente. “Figlio mio” gridò “che ci fai qui?”

“Lasciami guidare il tuo carro, padre…” disse Fetonte “Fammi guidare il tuo carro, e io me andrò. Perché so che non vuoi vedermi, e non gioisci nell’avere un figlio indesiderato. Non saresti l’unico padre a odiare il sangue del proprio sangue.”

“Non è perché ti odi che non ti voglio vedere. Anzi, è perché ti amo più di me stesso che ti ho tenuto lontano da me.”

“Fammi guidare il tuo carro! Una volta sola…”

 

Il Sole Iperione non volle obiettare. Sei il figlio di un dio, disse: avrai nel sangue la stessa capacità di un dio. Così si tolse il timore della profezia dal cuore. E dato che mancava poco al mattino, lo condusse nelle stalle del palazzo, dove i suoi servi già avevano preparato il carro e nutrito le cavalle col fuoco di Efesto.

 

***

 

E Fetonte si trovò a far sorgere il sole. Suo padre, prima di condurlo sul carro, lo aveva sparso di uno strano unguento, che lo rendeva simile a quegli uomini che abitano l’Etiopia e le regioni vicine. Questo perché, stando vicino all’astro solare, non fosse ustionato dalle sue fiamme.

 

Reggeva le briglie ai cavalli, e li conduceva per la strada che gli era stata indicata. All’inizio fu molto semplice, perché doveva procedere lentamente. Ma quando fu abbastanza in alto, tanto da poter toccare il cielo azzurro, e tutta la volta di Urano, le cavalle capirono che colui che le guidava non era il loro padrone, il dio, ma un uomo; Fetonte, d’altro canto, non ebbe l’accortezza di trattarle come avrebbero meritato, loro che erano cavalle divine, figlie di Poseidone: strinse troppo le briglie, quasi volesse soggiogarle. Per questo si infuriarono. Le loro narici emisero fuoco, tanto che le nubi davanti a loro si dissolsero all’istante. Le loro zampe, scalpitando, fecero precipitare il carro vicino alla terra. Il ragazzo, impaurito, si stringeva alle redini soltanto per salvarsi e non cadere giù.

E in terra le acque si prosciugarono, le foglie degli alberi arsero, e in ogni luogo un incendio devastava le foreste, i campi, le grandi città, i villaggi. Gli uomini e le donne non resistettero al troppo calore, e alcuni di loro morirono.

 

E poi, come se nulla fosse, le cavalle divine presero la via opposta, verso l’alto, verso le dimore degli dèi. Tremende erano le loro grida, soffocate dall’immane fatica.

E ciò che sulla terra fino a pochi istanti prima era fuoco, divenne ghiaccio. Il giorno si era trasformato in notte – il sole sembrava una stella, tanto era lontano; il caldo infernale in gelo.

Zeus, dall’alto, vide quale disordine stesse sopportando la sua stirpe, e il regno da lui governato. Fetonte, intanto, salendo verso il cielo, rischiava di rovinare la città degli dèi.

 

E così il re del cielo scaraventò su di lui il fulmine, colpendolo a morte.

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